DAI GRAFFITI AL WEB: COME CAMBIA LA STRUTTURA REFERENZIALE NELL'ETA' DELLA RETE
[Gli sviluppi della scrittura nella storia]
[La referenza tramite il segno]
[L'ipertestualità come spazio di scrittura]
INTRODUZIONE
La
trasmissione della conoscenza, a qualsiasi livello si esprima, si presenta come
un veicolarsi di segni. La scrittura è chiaramente un affidare a dei segni dei
suoni e dei significati. In un sistema informatico l'informazione è suddivisa
su numerosi livelli di trasmissione. Abbiamo il segnale elettrico che trasmette
bit alla macchina, la quale legge questa trasmissione in linguaggio macchina,
in questo modo funziona un sistema hardware
sul quale lavorano dei programmi software che a loro volta possono più
volte interagire tra loro ricevendo input e inviando output, ricevendo segni
semi lavorati fino a produrre l'informazione finale. I segni rimandano sempre
ad altri segni, le parole si costruiscono a partire da regole fonetiche e
sillabiche, esse richiamano un significato che deve però essere riallacciato in
una sintassi insieme al testo, deve considerare il contesto, le conoscenze dei
parlanti. Stabilire dove si fermi questo processo è veramente arduo. Un sistema
di regole sintattiche è un livello produttivo di senso che trasforma segni in
entrata in segni di uscita. I prodotti in uscita non sono però quasi mai
lavorati ultimi ed hanno bisogno di essere inseriti in un nuovo livello
produttivo di senso, come ad esempio la conoscenza semantica dei termini. Anche
nella nostra mente non si può dire dove si arresti il processo semiotico, non
si può indicare il punto o il momento nel quale significante e significato si
toccano. Tralasciando il fatto che nel processo semiotico necessariamente si confrontano
differenti facoltà cerebrali: uditive, visive, di memorizzazione, di
intuizione, non possiamo con chiarezza delineare un primato della convenzione
piuttosto che di innate influenze genetiche, piuttosto che dell'esperienza.
L'uomo
ha inizialmente cercato mezzi materiali per la trasmissione della conoscenza
sostanzialmente con l'obbiettivo di prolungare nella distanza e nel tempo le
sue capacità di ottenere informazione. Ben presto questa sua azione si è
rivelata incidere non solo sulla diffusione dei contenuti informativi ma anche
sul significato che questi contenuti proponevano. I supporti materiali
influivano sulla concezione di conoscenza che l'uomo possedeva. Evolvendo nei
secoli le tecniche di organizzazione e trasmissione delle informazioni, l'uomo
si è sempre più insistentemente posto il problema della gestione della
conoscenza. Come veicolarla, in che rapporti inserire i singoli dati con la
testualità nella quale sono inseriti. L'obbiettivo è sempre stato quello della
maggior fluidità, di un rapido accesso, di un'ampia diffusione. In modo
prepotente questo problema si pone oggi con l'avvento delle reti informatiche,
che sono il sistema più complesso e potente di gestione della conoscenza mai
realizzato nella storia.
Studiare
la struttura referenziale di un sistema semioico significa quindi confrontarsi
con diverse problematiche: con questioni storiche, linguistiche, logiche,
biogenetiche, sociali, tecnico-informatiche. Tutte questi aspetti del
problema sono punti di vista a volte
distanti, ma molto legati fra loro. Studiare la gestione della conoscenza
significa in primo luogo chiedersi quali meccanismi di referenza sottostiano al
processo semiotico, come i segni si richiamino e sostengano nel processo di
produzione di senso. Per capire questo problema dovremo vedere innanzitutto
come e fino a che punto un linguaggio sia un dispiegarsi di segni, come la
struttura di supporto per la trasmissione e l' organizzazione dei segni incida
sul loro ruolo semiotico. Vedere come è organizzato un supporto materiale, sia
esso un libro, un ipertesto o una rete di informazione, ci dirà quindi del
processo semiotico, così come capire il processo semiotico ci aiuterà a
individuare le direzioni sulle quali si muove l'evoluzione dei sistemi di
organizzazione dei dati e della conoscenza.
Partiremo
quindi da una rapida analisi storica del fenomeno della scrittura. Sicuramente
fin dal suo sorgere questa tecnica ha modificato il rapporto che l'uomo ha
avuto con la conoscenza. Molte ricerche hanno messo in luce come le culture
prive di scrittura posseggano un tipo di pensiero molto contestuale, legato
alla concretezza dell'azione. Contare non è per esempio un'operazione sempre
identica ma varia a seconda della cosa che si intende numerare, diverso sarà contare
dei pesci oppure i figli. Con la scrittura si distanzia quello che dico dal
momento e dal contesto in cui lo dico, si ha così un punto di vista più
distaccato, più oggettivo, che produce un pensiero maggiormente in grado di
astrarre (Goody, 1986).
Interrogandoci
sulle motivazioni che hanno portato l'uomo a sviluppare un sistema come quello
della scrittura dobbiamo poi osservare come la prima spinta pare essere di tipo
burocratico amministrativo. La scrittura deriva dall'evoluzione dei sistemi di
registrazione della merce. Inizialmente si usarono dei gettoni, delle
riproduzioni fisiche dell'oggetto in miniatura, in seguito queste forme
tridimensionali furono incise su tavolette di argilla, come ultimo passaggio si
preferì tracciare le forme con uno stilo piuttosto che ricorrendo all'incisione
(Besserat, 1962). La prima motivazione dello scrivere appare quindi quella di archiviare l'informazione, e non a caso
i grandi stati dell'antichità diedero grosso impulso a questa nuova tecnologia,
proprio per le loro necessità burocratiche. Detto questo è anche vero che ben
presto si presentò nella tecnica dello scrivere la necessità di nominare gli
individui, di raccontare storie, di formare una sintassi e una retorica, di significare il senso delle cose. La
pressione all'archiviazione, alla registrazione dei dati per un rapido
reperimento delle informazioni, e quella alla significazione delle cose,
all'espressione del loro ruolo nel mondo, sono due opposte necessità alle quali
bisogna prestare attenzione lungo tutto l'arco della storia della scrittura.
Tentare di assecondare un'esigenza spesso significa tralasciare l'altra. Le
evoluzioni della scrittura sono spesso un controbilanciarsi di queste due
diverse tendenze, anche se bisogna dire che gli ultimi sviluppi tecnologici, in
pratica la recente storia di Internet, sembrano decretare un primato del punto
di vista tassonomico su quello, per così dire, poetico.
Con
l'arrivo dei sistemi di produzione libraria basati sulla stampa, la scrittura
diventa sempre di più una tecnica visuale, fondata sulla linearità
dell'esposizione dei contenuti, nonché fortemente legata al testo, a una
dimensione compita dell'esposizione, come unità di senso (Eisenstein, 1979).
Questa idea un po' rigida della disposizione dell'informazione entra però in
crisi già sul finire dell'ottocento. Sempre più autori attentano all'unità
testuale, molte correnti letterarie propongono testi che spezzano la linearità
tradizionale (Derrida, 1972). Si vagheggia, un po' come da sempre del resto, di
libri capaci di contenere tutto il sapere, di non avere né inizio né fine, ma
di poter portare da qualsiasi parte partendo da qualsiasi punto. Tra i
semiologi si fa sempre più strada l'idea che un segno sia collegato non solo a
quelli coi quali è effettivamente legato nel testo ma con un'infinità di altri
segni, in una rete di referenze sostanzialmente infinita (Deleuze, Guattari, 1977). Per questo è possibile
immaginare non un percorso unico di lettura ma una libertà di muoversi alla
ricerca del proprio senso testuale (Barthes, 1970).
L'avvento
dell'ipertesto elettronico sembra confermare, con una realtà concreta, le
intuizioni di chi aveva criticato la linearità testuale. Nell'ipertesto ogni
segno può rimandare ad un'altra porzione testuale, anche al di fuori del suo
ruolo nella testualità nel quale è stato incontrato (Landow, 1997). Questa
possibilità si fonda sull'enorme elasticità del supporto digitale. Un mezzo digitale non lavora sulla contiguità
dei segni, ogni informazione registrata in una parte della memoria può essere
accostata con una qualsiasi altra registrata in un punto qualsiasi della
memoria. In questo senso un mezzo digitale annulla virtualmente la distanza fra
i dati in esso contenuti e propone metodi di fruizione dell'informazione basati
sulla compresenza e la massima flessibilità dei contenuti (Scavetta, 1992).
Questa
concezione del segno come continuo rimando trova nel mezzo informatico, e in
particolare nei sistemi ipertestuali, una conferma della sua validità, come
anche la promessa di risolverne la contraddizione. Il mezzo informatico
potrebbe sembrare il luogo dove l'infinito rimando della referenza possa
trovare: sfogo, per la potenza del mezzo tecnico, ma anche compiutezza, per la
finitezza del processo, che sarà comunque tutto gestito all'interno di un unico
sistema (Bolter, 1991). Interrogarsi sulla potenza di un mezzo attivo di
referenza dei segni, come è effettivamente un sistema informatico, significa
chiedersi fino a che punto la referenza possa essere esplicitata, riportata a
delle regole formali e alla comprensione della coscienza.
Questo
problema è una antichissima questione di filosofia ed in un certo senso
potrebbe essere sintetizzato con questa domanda: dove significato e
significante si toccano, dove si attua il processo di comprensione di un segno?
Il dibattito sul significato ha origini antichissime, almeno dai tempi di
Aristotele, tuttavia sul finire dell'ottocento esso ha assunto nel mondo
logico-filosofico un ruolo preponderante. Sintetizzando forse troppo si può
dire che l'obbiettivo dei logici di fine ottocento, inizio novecento fu quello
di ottenere un sistema formale per veicolare il linguaggio logico. I tentativi
di Frege e di Russell sono sicuramente i più famosi e significativi.
L'impossibilità di indicare cosa fosse veramente il Sinn di Frege, e le
incongruenze della teoria dei tipi di Russel, mostrarono fin dal principio le
difficoltà verso le quali sarebbe andato ogni tentativo di formalizzare la
lingua. Le teorie degli agglomerati di
descrizioni (Searl, 1983) e del riferimento
diretto (Putman, 1975) mostrano molto bene come il riferimento non possa
intendersi come una descrizione, poiché altrimenti la referenza verrebbe
costantemente rimandata. Il fatto fondamentale che emerge in continuazione è
che un linguaggio non può essere formalizzato in modo completo, non è possibile
trovare una regola formale che non produca mai nemmeno un enunciato privo di
senso. A questo risultato si potrebbe dire giungano, seppur per strade molto
diverse, Goedel, nel 1931, con la presentazione dei teoremi matematici dell'incompletezza, Tarski, nel 1956, con la
definizione della nozione di verità nei
sistemi formali, e Quine, nel 1960, con la teoria, molto più discorsiva e
di minor forza dimostrativa, dell'indeterminatezza della traduzione.
Queste teorie mettono in luce un fatto fondamentale: un sistema formale,
costruttivo potremmo dire, non può mai attingere la totalità dei significati, e
qualora si trovi a dover risolvere enunciati non formalizzabili nel sistema, si
deve rivolgere ad un sistema esterno, ad una teoria ulteriore.
Detto
questo è sicuramente chiaro che a livello della nostra realtà biologica noi
siamo perfettamente in grado di portare a compimento un processo semiotico e di
attribuire ad un sistema linguistico senso e significato. Nell'esposizione
della sua grammatica universale Chomsky ha messo molto bene in luce l'aspetto
biologico e genetico delle nostre facoltà linguistiche. Chomsky è convinto che
esistano strutture linguistiche universali che si attivano indifferentemente
dal linguaggio che utilizziamo, il linguaggio naturale sarebbe solo una
modulazione possibile del coordinamento tra le facoltà linguistiche
fondamentali. Il successo delle teorie di Chomsky si basa soprattutto sulla sua
abilità di costruire una grammatica profonda, cioè sottostante alle diverse
manifestazioni linguistiche, realmente convincente e funzionale. Tuttavia è
chiaro che la lingua è un sistema creativo, nel tempo e nell'uso dei parlanti
nascono nuovi termini e quelli vecchi si spostano in campi semantici differenti
(De Mauro, 1982). Anche non volendo considerare il linguaggio in senso
diacronico, nel suo mutarsi nel tempo, possiamo osservare come in realtà è
difficile attribuire a un sintagma, ad una struttura linguistica, un ruolo o unicamente
sintattico, che comunica una regola linguistica, o unicamente semantico, legato
ad una convenzione o all'esperienza del parlante. A seconda delle circostanze e
alle necessità di costruzione di senso un sintagma può essere sintattico o
semantico (Rigotti, 1997). Questo ci dice che la lingua si formerà sempre lungo
una scala di livelli di referenza mai rigida, sempre ricomponibile e
ripercorribile alla ricerca della attribuzione di senso corretta. Il processo
di referenza, per essere produttivo e potente dovrà porsi in una scala di
livelli non rigida ma ripercorribile liberamente in più direzioni.
Questa
conclusione ci suggerisce che in un sistema ipertestuale, in un sistema
reticolare di gestione dell'informazione, l'organizzazione del testo debba strutturarsi
su più livelli, possibilmente non rigidi. D'altro canto osservare l'evoluzione
dei recenti sistemi informatici per la gestione dell'informazione ci permetterà
di verificare la correttezza o meno della nostra conclusione. Se l'evoluzione
marcia verso un dispiegarsi su più livelli della referenza la cosa conferma che
un processo semiotico ha questo tipo di referenza come caratteristica.
L'ipertesto
è stato visto da molta letteratura come uno strumento rivoluzionario. L'impatto
che questo mezzo ha avuto sui critici della letteratura e della testualità
deriva dal fatto che questo mezzo tecnico ha praticamente realizzato molte
delle istanze teoriche proposte dal dibattito sulla testualità della seconda
metà del novecento. Il fatto che un qualsiasi termine del testo potesse
attivamente richiamare una testualità diversa da quella di origine, rende di
primo acchito l'ipertesto un sistema semiotico del rimando della referenza. Per
tutti gli anni novanta il dibattito sull'ipertesto è rimasto molto vivo,
caratterizzato da prese di posizione decise, forse troppo influenzate
dall'entusiasmo, non sufficientemente prudenti nel considerare la nuova
tecnologia in quello che sarebbe stato il suo uso quotidiano e diffuso.
Dell'ipertesto si sono evidenziate le caratteristiche di non linearità, di
invito alla dialogicità, all'intervento del lettore come autore, alla
compresenza e virtualità degli elementi testuali. Ad una analisi più attenta e
fredda bisogna però rilevare come la struttura logica ipertestuale vada molto
spesso ad assumere un ruolo di coordinamento della fruizione (Bettetini,
Gasparini, Vittadini, 1999). La struttura ipertestuale, molto spesso, non ha
nessun ruolo discorsivo, non
influisce sull'argomentazione testuale, ma semplicemente cataloga dei contenuti e ne offre all'utente un accesso ragionato e
funzionale.
Una
delle aspirazioni più forti dell'ipertestualità è quella all'universalità. In
una rete di rimandi testuali non esiste più confine fra interno ed esterno del
testo e tutta la testualità dovrebbe essere accessibile da qualsiasi punto.
Internet rappresenta la struttura tecnica che per la prima volta riesce a
realizzare un medium in grado di proporsi come il luogo della testualità
universale. Se analizziamo le forme che assume l'ipertestualità riportata in
una rete universale ci accorgiamo ancora più chiaramente come la sua funzione
sia raramente discorsiva. Alla Rete sia accede attraverso i portali o i motori
di ricerca, si ricerca un contenuto e si accede direttamente a quello, non si
utilizza la dimensione ipertestuale come passaggio di costruzione di senso, ma
unicamente come mezzo di reperimento di un'informazione. La maggior parte dei
siti sono organizzati semplicemente come degli elenchi, nei quali magari si
decide di attribuire ad alcuni elementi una visibilità maggiore, nei quali è
facile spostarsi da una categoria all'altra. Quando non richiamano
esplicitamente il ruolo di indice i collegamenti proposti dai link hanno bassa predittività, non molto facilmente
sono in grado di indicare dove porteranno (Persinotto, 2001). La conseguenza di
questo fatto è di costringere il lettore ad una lettura esplorativa che lo
obbliga, se intende mantenere unità di senso alla sua azione, a un grosso
sforzo cognitivo. Di fronte al sovraccarico
cognitivo, cioè all'incapacità per il lettore di mantenere l'attenzione, il
ruolo discorsivo della struttura ipertestuale va a perdersi, ed il lettore
interpreta i collegamenti solo come strumenti di indirizzo della ricerca di
informazione. In questo modo si capisce bene come le funzioni ipertestuali si
siano spinte sempre di più in questi anni verso la funzione di ricerca.
E'
comunque interessante notare come quei siti che riescono comunque a dotare la
loro organizzazione ipertestuale di un certo ruolo discorsivo riescano a farlo
dislocando su due o tre livelli i rapporti di referenza, ed indicando
chiaramente al lettore questi livelli, lasciandogli poi la libertà di
configurarli a suo piacimento.
Quello
che ci dice l'attuale stato della Rete, in quanto sistema di gestione della
conoscenza basato sul rimando delle referenze, è che l'informazione tende ad
essere reperita sempre in forma lineare, i contenuti ultimi che si raggiungono
e si cercano sono in forma lineare, inoltre l'obbiettivo principale di chi si
rivolge ad una rete universale di informazioni è quello di ottenere, nel
momento in cui ne sente la necessità, il dato più attinente alla risoluzione
del proprio problema. C'è come una dissiminazione del testo che si frammenta in
dati non più legati ad un discorso, ad una logica di sintesi, questi dati però
possono essere di volta in volta riavvicinati attraverso le funzioni di
ricerca, costruendo di volta in volta il percorso di senso che si sente più
attuale. Nell'attuale stato della Rete si pone tuttavia un fortissimo problema:
come gestire questa ricerca e ricomposizione dei singoli dati? Uno dei problemi
più forti di Internet è quello dei motori di ricerca. In particolare le
difficoltà sono di due tipi: come possono i motori di ricerca garantire di
prendere in considerazione tutta la testualità presente sulla rete, tenendo
conto dell'attuale impossibilità di censirla completamente; come possono i
motori di ricerca garantire risultati attendibili se non sono in grado di
"capire" il significato semantico di ciò che analizzano?
I
limiti della Rete sono in parte dovuti alle caratteristiche del linguaggio HTML
(Hyper Text Markup Language). HTML è
un linguaggio di marcatura di testi che sostanzialmente si limita a gestire la
visualizzazione dei dati. Di un insieme di dati indica la posizione nella
pagina, la formattazione, il colore, accanto a queste informazioni è possibile
inserire come altro elemento quello di collegamento ipertestuale, rimandando
alla localizzazione di una nuova risorsa web, di una nuova pagina HTML. Le
possibilità dell'elemento link sono in realtà povere, il collegamento è
unidirezionale e non è in grado di anticipare informazione riguardo alla
risorsa verso la quale rimanda. L'informazione contenuta in una pagina HTML è tutta
legata a quella pagina, i dati non sono strutturati, se sono interessato ad una
parte devo attivare l'intera risorsa di pagina. In sintesi il linguaggio HTML è
troppo rigido perché si possa pensare di costruire una rete di informazione
nella quale i dati possano essere strutturati secondo più composizioni.
I
limiti di HTML potranno forse essere superati grazie alla diffusione in Rete di
un linguaggi diverso. Secondo il W3C (World
Wid Web Consortium), il consorzio che ha il compito di raccomandare le tecnologie
più stabili per la Rete, questo linguaggio sarà XML (Extensible Markup Language). XML è una modalità più agile di
gestire i dati perché modula l'informazione a più livelli. A un livello, su un
primo file, sistemiamo i dati veri e propri, ad un altro livello, in un altro
file, la loro visualizzazione, in un altro la loro struttura. In questo modo
possiamo gestire l'informazione con la massima interscambiabilità. Posso ad
esempio avere gli stessi dati con due visualizzazioni diverse, all'interno di un
documento posso accedere unicamente ai dati individuati da una certa marcatura,
è possibile stabilire per una serie di documenti la stessa struttura.
Secondo
le intenzioni del W3C sulla tecnologia XML dovrà costruirsi nei prossimi anni
un Web più intelligente, più capace di gestire automaticamente le nostre
richieste di informazione, il così detto Web Semantico. Il Web Semantico dovrà
essere un sistema nel quale agenti informatici dovranno essere in grado di
comprendere le relazioni fra le informazioni che tratteranno e dovranno
coordinare questa loro capacità di comprensione con le nostre richieste. Oltre
che su pagine scritte in XML questo sistema si dovrà basare su due elementi fondamentali: la possibilità di registrare
metadati per le risorse in rete e la possibilità di rifarsi a delle ontologie,
dei vocabolari di descrizione dei significati degli elementi utilizzati nella
descrizione dei metadati. Si vede subito come il sistema si strutturi su più
livelli. Ad un livello avremo l'informazione, le risorse web, ad un altro i
metadati, cioè l'informazione relativa ai contenuti di una risorsa, ad un terzo
le ontologie, cioè la descrizione, attraverso l'esplicitazione di una rete di
relazioni, del significato delle asserzioni usate relativamente alla descrizione
dei dati. Questo sistema dovrebbe garantire un accesso all'informazione in
grado di riconoscere le risorse che contengono ciò che noi cerchiamo, ma non
solo quelle che lo contengono in modo esplicito, anche le risorse in relazione
con il nucleo della nostra richiesta. Il sistema dovrebbe essere capace di
stabilire per un segno una sua certa semantica e di muoversi in essa andando a
reperire solo le referenze utili del segno, tralasciando quelle che non si
accordano con la richiesta. Una delle cose più interessanti da notare di questo
sistema è che esso non si basa su una rigida gerarchizzazione degli elementi.
Il Web Semantico non è un database che divide tutti i dati ordinandoli sotto
rigide categorie. Le ontologie definiscono relazioni fra elementi ma queste
relazioni possono sempre essere arricchite e specificate. Le ontologie si
possono confrontare fra loro anche se non si può tralasciare di notare che
perché il sistema sia funzionale è necessario che si formi una certa
standardizzazione, che si specifichino un certo numero di ontologie, dove un
argomento è condiviso è giusto utilizzare una stessa semantica.
Il
Web Semantico può essere certamente definito come un sistema semiotico, esso è
il più potente sistema semiotico costruito su un supporto materiale. E'
interessante vedere come esso si sia sviluppato e si svilupperà proprio sul
concetto della separazione su più livelli della referenza, e su una separazione
non rigida ma ricombinabile in modo creativo.