DAI GRAFFITI AL WEB: COME CAMBIA LA STRUTTURA REFERENZIALE NELL'ETA' DELLA RETE
[Gli sviluppi della scrittura nella storia]
[La referenza tramite il segno]
[L'ipertestualità come spazio di scrittura]
CAPITOLO
II: LA REFERENZA TRAMITE IL SEGNO
Come
si è detto, la caratteristica maggiormente distintiva della digitalità è
certamente la possibilità di fornire ordini di lettura dei dati che non siano
necessariamente legati all'ordine di archiviazione. Questo avviene per un
qualsiasi programma informatico. Anche un software che proponga una lettura
dell'informazione completamente lineare offre al lettore dei dati che sono
ordinati in modo diverso rispetto alla loro registrazione fisica nella memoria
del computer. Ovviamente, utilizzare uno strumento digitale come il computer
per un accesso lineare ai dati, non risulta vantaggioso. Tutti i programmi
informatici, indipendentemente dal tipo di dati che gestiscano, per elaborazione
grafica come sonora come testuale, permettono un'agile ricomposizione degli oggetti su cui
lavorano. I pacchetti di byte, che rappresentano nella memoria del computer un
oggetto visualizzato sullo schermo, possono essere facilmente divisi e riassemblati.
Così l'informazione relativa al colore di una figura che stiamo visualizzando
può essere facilmente isolata e con un solo comando modificata. Così di un
suono si può modulare la frequenza o di un testo invertire l'ordine dei
paragrafi.
Questo
stato fisico, flessibile ma anche labile, degli oggetti digitali non è però
immediatamente chiaro a chi si avvicini per la prima volta a strumenti
informatici. Esperienza di tutti i principianti è quella della insicurezza nei
confronti del dati, facilmente cancellabili. Insicurezza che sorge dal non
percepire dove questi fisicamente si collochino.
Tra
tutti gli strumenti informatici, quello che forse più di tutti rende all'utente
manifeste le prerogative di un supporto digitale, è l'ipertesto.
L'elemento
fondamentale dell'ipertesto è il link. Il link, o collegamento ipertestuale, è
un segno: una parola, un'immagine, una frase, appartenente a un testo, che lo
collega con altri testi, o altri oggetti di un testo. Il collegamento può essere intratestuale, se il link collega fra
loro porzioni di uno stesso testo, o intertestuale se collega due differenti
testi. Si capisce subito come in realtà questa distinzione sia solo
approssimativa, poiché definire in un insieme di segni un'unità testuale
dipende dal concetto che si ha di testo. Nell'età della stampa un testo era ciò
che si riuniva sotto uno stesso volume, o gruppo di volumi, oppure una sezione
di volume graficamente individuata come unità a sé stante, collocata accanto a
altre unità testuali che con essa formavano un percorso di lettura. In generale
si potrebbe dire che l'unità testuale dipendeva da una scelta dell'autore, o
curatore, dell'opera, che si incaricava di definirla precisamente. In un
ipertesto, e ancora di più in una rete di ipertesti come a esempio Internet, la
distinzione in singole unità testuali, se certo non sparisce, perché le pagine
sono sempre ordinate sotto un dominio o caratterizzate da una veste grafica,
tuttavia si fa molto più imprecisa.
Il
link spesso non collega fra loro solo due segni, a esempio due vocaboli che
possono fornire informazioni simili o logicamente successive, ma il più delle
volte assume su sé il compito di esplicitare un rapporto fra due sezioni
testuali. A esempio due paragrafi di due testi prodotti in momenti diversi potrebbero
essere collegati attraverso l'istituzione di un link su una parola chiave che
ne sintetizzi il significato. Ne
risulta che la rete possa concepirsi come una serie di sezioni testuali fra
loro collegate. Bolter le ha definite unità
topiche, Barthes le chiamava lessie
ancor prima che l'ipertesto elettronico fosse realizzato (Barthes, 1970). Queste sezioni testuali sono unità
significanti che un segno (una parola, un'immagine, una frase) ha il compito di
rappresentare. Ogni rappresentazione è sempre anche una referenza, perché
significando qualche cosa, un segno, necessariamente la indica, in un qualche
modo, cioè definisce a cosa si sta riferendo. La questione della referenza
nell'ipertesto si manifesta realmente e diventa cruciale per ogni lettore. Il
segno-link propone un significato ma anche individua una sezione testuale
diversa da quella alla quale esso stesso appartiene. Adoperando ipertesti si
apprende subito la differenza tra il significato del link e la localizzazione
della sezione testuale a cui il segno rimanda. Il link insomma è un segno che
si rifà a altri segni. Non necessariamente per esprimere con essi un'identità,
ma comunque un rapporto di senso, una, anche parziale, comunanza semantica.
Nelle
sue implicazioni teoriche un ipertesto parrebbe non porre nessun limite a
questo intreccio e rimando di referenze tra i segni. Il supporto informatico
poi, ancor più considerando uno spazio di condivisione universale, come
Internet si propone di essere, sembra offrire basi materiali che non costringono
a nessun limite. David Bolter ha visto nell'ipertesto la manifestazione di un
preciso meccanismo semiotico.
Il
processo reale di semiosi, il passaggio da un segno al successivo nell'atto di
comunicazione, trova qui, per la prima volta nella storia della scrittura,
espressione concreta. Nel computer, i segni si comportano esattamente come i
semiologi si aspetterebbero. Si potrebbe dire che la teoria semiologica,
acquista evidenza, un'evidenza quasi triviale, nel mezzo offerto dal computer.
Nei mezzi di comunicazione precedenti come il libro a stampa, il riferimento
dei segni a altri segni era solo potenziale. Il computer invece, inteso come
testo apparentemente capace di lettura e di scrittura provvede a se stesso la
sua propria semiosi (Bolter,
1991, 248).
Qui
Bolter si riferisce, in particolare, alle teorie semiotiche di Peirce e di Eco.
Queste teorie affermano l'infinito rimando nella serie delle relazioni fra i
segni. Peirce definiva l'atto di significazione, la semiosi, come un processo
tripartito poiché tra segno e ciò che esso rappresenta deve sempre porsi un interpretante. L'interpretante è il
processo attraverso cui è definito il segno ma per Peirce questo processo è
stabilito solo da un ulteriore gruppo di segni. Eco paragona la teoria semiologica
a quella chimica. Come le molecole che noi definiamo si rivelano solo forme
familiari di processi in realtà molto fluidi
e provvisori, così i significati non sono nulla di definito ma piuttosto
una attività che vive del riferirsi fra loro dell'insieme dei segni.
Bolter
ritiene che il computer possa fornire una base conclusiva al processo di
regressione della semiosi. Non tanto perché sia possibile completare la serie
infinita ma poiché diventa possibile contenere la serie dei riferimenti in un
unico spazio: quello elettronico. Il processo di definizione è sempre in
movimento perché sempre si possono aggiungere nuovi testi e nuovi legami fra i
segni, ma in ogni momento è comunque possibile definire la serie di rimandi
nello spazio chiuso della rete ipertestuale. Il riferimento del segno appare
quindi come definirsi nella serie dei riferimenti. Poiché il concetto di
riferimento è strettamente connesso a quello di link e il link costituisce
l'elemento cardine di un ipertesto la questione diventa cruciale se si cerca di
cogliere la natura dell'ipertestualità.
Delineeremo
quindi brevemente i fondamenti delle teorie semiotiche dell'illimitatezza del
riferimento, cercando innanzi tutto di chiarire i termini del problema.
Secondo
Eco il semema è un testo virtuale. Riprendendo Greimas egli mostra come l'unità
semantica "pescatore" contenga in sé già un programma narrativo. Si
tratta di una persona umana, generalmente di genere maschile, che può compiere
una serie di operazioni diverse ma comunque tese alla cattura di pesci o
animali simili ecc… (Eco, 1979, 19).
Come
il link, il semema rinvia a porzioni testuali e il testo di conseguenza è un
espansione del semema. Per Eco la condizione per cui un singolo segno si rifà,
in ogni caso, a un testo implica la prospettiva di una semiosi illimitata,
basata sul concetto di interpretante.
Il primo a introdurre la nozione di interpretante fu, nel 1895, Peirce (Eco,
1979, 27). A suo parere un segno sta in
luogo di qualcosa in qualche rispetto o capacità. Esso indica nella mente di
chi lo usa, sia come mittente che come destinatario, un segno equivalente o
piuttosto un segno più sviluppato. Questo segno che esso indica è
l'interpretante. L'interpretante non è un'idea ma un secondo segno. Questo
segno sta poi per l'oggetto che indica. L'oggetto non viene mai colto nella sua
interezza, piuttosto esso è sempre
selezionato sotto alcuni dei suoi possibili attributi. L'insieme di
attributi al quale l'interpretante si riferisce, a seconda del taglio
attraverso il quale si accosta all'oggetto, è chiamato ground. Ma secondo Eco non c'è una vera differenza tra
interpretante, ground e significato. Queste sarebbero tre divisioni logiche di
uno stesso atto di semiosi (Eco, 1979, 32). In ogni caso il concetto di
interpretante e di ground portano a una teoria semiotica nella quale il
significato si può stabilire solo in riferimento alla serie di tutti i segni,
visto che un segno rimanda sempre a altri. In una teoria siffatta naturalmente
si pone il problema del limite della regressione. Se infatti Peirce appare
sicuro che il significato di una rappresentazione non possa essere altro che
una rappresentazione e perciò non sia mai del tutto possibile raggiungere un
limite, non compromesso dal continuo rimando, tuttavia egli stesso rileva che
dovrà pure esistere una zona di confine tra il rilevante e l'irrilevante. Se
noi tentiamo la definizione di una parola come a esempio "litio"
vediamo immediatamente come sia difficile stabilire per questo termine una
distinzione tra proprietà necessarie o solo accessorie. Il litio potrebbe
essere descritto come un minerale vitreo e traslucido, che talora appare come
un globulo di metallo rosato argenteo, tuttavia certamente questa definizione
non completa la totalità
dell'informazione relativa al termine. Allo stato liquido a esempio esso
assumerebbe proprietà radicalmente diverse. Si potrebbe però dire che a
riferire un oggetto sia sufficiente l'informazione semantica necessaria a
inserirlo nei termini di un discorso. In questo modo interpretante e ground,
pur inseriti all'interno di una teoria dell'illimitatezza del riferimento,
sarebbero ampiamente adeguati a individuare un significato, cioè in grado di
riferirsi a un oggetto. In questo modo Peirce
arriva a definire la nozione di interpretante
finale. Esso sarebbe un'abitudine, una tendenza a agire in modo simile in circostanze simili. Ogni
segno, presentandosi in situazioni analoghe, produce una risposta regolare e
questa si consolida fino a diventare una legge. Vale la pena di rilevare che
questo aspetto della teoria, se certamente parte da un assunto pragmatico, non
si risolve in esso. L'abitudine non è solo intesa come categoria psicologica,
il suo consolidarsi si origina nelle risposte che un individuo produce in
circostanze date, ma, poiché queste risposte sono frutto di un accostarsi al
mondo, l'abitudine manifesta una regolarità cosmologica. Questo ci dice anche
che l'esperienza viene a porsi come limite ultimo della serie dei rimandi. Noi
infatti non ci riferiamo mai nel discorso a un universo illimitato ma piuttosto
a qualcosa di ordinario, di già considerato sotto la nostra esperienza. Alla
fine, secondo Eco, la semiotica Peirciana si risolve, anche se in forma
imprecisa, in una grammatica per casi (Eco, 1979,42). In definitiva, attraverso
lo stabilirsi di un interpretante finale, l'oggetto si definisce in una legge,
una prescrizione operativa di una classe di possibili esperienze.
Incominciano
a questo punto a delinearsi i termini del problema che dovremo analizzare in questo capitolo.
Basandosi
su una semiosi dell'illimitatezza del riferimento e considerando i presupposti
teorici dell'ipertestualità Bolter è giunto a delineare l'ipertesto informatico
come sistema semiotico autosufficiente (Bolter, 1991, 224).
Correttamente
Bolter individua il nocciolo del problema: è possibile un sistema semiotico
completo, in grado di attingere al significato delle cose? Egli descrive il
problema nei termini del dibattito decostruzionista. Il decostruzionismo, di
cui Derrida è il più autorevole esponente, nega la finitezza del mondo
testuale, la possibilità di una letteratura dell'autore, la linearità di
lettura. Si evidenziano gli infiniti legami che un testo può proporre, la
stretta dipendenza tra lettura e intervento del lettore, si aprono infinite
strade di lettura con sbocchi intrecciati, spesso diretti verso una morte della
significanza. Il lettore è descritto
come un io frammentato di fronte a una testualità frammentata. Come Bolter bene
individua il decostruzionismo rappresenta la precursione dell'ipertestualità nella tarda età della
stampa. Partendo da queste basi, con coerenza il decostruzionismo aveva messo
in discussione il concetto classico di significato. Secondo una visione
occidentale classica il significato è l'ultimo passo di un processo
intenzionale, più o meno complesso a seconda delle teorie, ma sempre completo.
Derrida mette in discussione la possibilità di completare il processo di
intenzionalità e di giungere a quello che egli chiama significato
trascendentale, cioè al punto di coincidenza tra significante e significato
(Derrida, 1971). Per Derrida la rete dei segni non è mai completa e egli nelle
sue opere non si stanca di proporre esempi di smarrimento nella selva che essi
formano.
Bene
si vede come la semiotica di Peirce anticipi questa problematica, e offra a
essa una soluzione attraverso il concetto di interpretante . Se i segni si
rimandano sempre fra loro e hanno come referenza sempre altri segni bisogna
chiedersi quanto questa referenza sia in grado di individuare un significato.
Il significato si da in un qualche senso, ma mai completo, nell'interpretante
finale, come regolarità e abitudine, e trova una sua completezza vera e
propria, potremmo dire ontologica, nella serie infinita di rimandi tra segni.
Secondo Bolter, l'ipertestualità rappresenta proprio l'emergere e il
manifestarsi di questo sistema semiotico. In un ipertesto i segni si richiamano
realmente fra loro, la loro referenza è
una localizzazione di un altro segno. Ma non solo, Bolter ritiene che
l'ipertesto informatico, o meglio una rete di ipertesti, (ricordiamo che Bolter
scrive quando le reti informatiche, se pur già esistenti, si presentano ancora
allo stadio embrionale; Internet nasce nel 1990) possano rappresentare
l'esplicitarsi della rete semiotica, e quindi il definirsi di una loro
completezza. Egli scrive:
Semiologi
e decostruzionisti sono costretti infine a ammettere il carattere finito del
mondo testuale. Afferrano la finitezza di tutti i testi, ma paiono nondimeno
continuare a guardare indietro a quella cultura faustiana nella quale
l'infinito costituisce la più elevata, benché insoddisfatta aspirazione.[….]
Nello spazio elettronico non vi è affatto regressione infinita, ma questo non
perché il lettore attinga infine il significato trascendentale, ma piuttosto
per il motivo concreto che le risorse della macchina, benché vaste, non sono
mai infinite. Tutto questo suggerisce ancora una volta come il computer
oltrepassi il decostruzionsmo [….] Il lettore e l'autore elettronico sono
finalmente giunti a quella terra promessa, a quel mondo di puri segni, di cui
la teoria postmoderna parla orami da un ventennio (Bolter,
1991, 259).
Bolter
affronta il tema del riferimento e del significato partendo dalle basi del
dibattito decostruzionsta e richiamando la semiotica di Peirce. Ma la questione
ritorna anche affrontando l'ipertestualità da altri punti di vista. Pensiamo a
esempio a un dibattito come quello sull'intelligenza artificiale. Esso presenta certamente vari aspetti di
confusione. Ognuno interpreta la questione volendo rispondere a domande
diverse, partendo da idee di intelligenza ampiamente contrastanti. E' comunque
chiaro che la questione mette in gioco la natura del pensare e quindi anche del
riferirsi alle cose, del significare la realtà. Molti hanno rilevato come il
termine "intelligenza artificiale" sia piuttosto fuorviante. Questi
programmi non hanno infatti lo scopo di riprodurre una mente, che abbia una
coscienza, una capacità di giudizio, una sensibilità; essi piuttosto si
prefiggono lo scopo di simulare alcune attività tradizionalmente compiute dalla
mente umana. Lo scopo insomma non è riprodurre gli esatti meccanismi del
pensiero umano, ma piuttosto trovare sistemi che possano compiere alcune
funzioni, con un grado di riuscita soddisfacente. Programmi di intelligenza
artificiale che forniscono automaticamente una diagnosi medica non sono diversi
concettualmente dagli ipertesti, o addirittura dai tradizionali testi lineari.
Così come un medico può sfogliare l'enciclopedia e far coincidere una diagnosi
con un sintomo, ugualmente un programma informatico collega nella sua memoria
parti lontane di testo e le ripropone accostate, formando un nuovo senso.
Ovviamente il programma informatico agisce con una rapidità e precisione
superiore a quella umana. Questo però dipende solo dalla sua più ampia capacità
di immagazzinare e enumerare dati. Volendo il programma può anche assumere una
forma familiare all'utente, rispondendo come farebbe il più educato dottore, ma
questo non cambia nulla riguardo al tipo di operazione compiuta dalla macchina.
Non si tratta di altro se non di una operazione di lettura e di scrittura.
Concettualmente nulla di diverso dal testo lineare o, ancora più evidentemente,
dall'ipertesto. Questo addirittura potrebbe portare a dire che le nostre stesse
capacità intellettive non si basino su niente altro se non su mere operazioni
di accostamento di dati. Vedremo più avanti fino a che punto questa prospettiva
sia accettabile. Ciò che è utile rilevare per il momento è come queste
osservazioni paiano suggerire la possibilità di giungere a un significato
tramite computazione di elementi, nel senso che in un programma di intelligenza
artificiale, per quanto lavori attraverso algoritmi, la referenza di un segno è sempre rivolta a altri segni.
Se
consideriamo le posizioni fin dall'inizio assunte dalla critica
"letteraria" all'ipertesto, non possiamo fare a ameno di notare la
forte connotazione di sistematicità che assume l'idea di testo. G.P. Landow è
probabilmente l'autore più conosciuto, accreditato e che meglio sintetizza i
risultati del dibattito sull'ipertestualità. Le definizioni che Landow dà di
ipertesto è di una scrittura multi-lineare, nella quale è persa ogni
centralità, e il lettore è libero di costruirsi il proprio percorso, poiché può
passare attraverso i nodi del testo in modo indifferenziato. Anche per Landow
l'orizzonte significante di un testo non può più trovarsi nel singolo segmento
lineare ma deve essere allargato all'intera rete, all'interezza del sistema che
la contiene (Landow, 1997).
Direttamente Landow non si pone il problema della referenza ma è chiaro che
partendo dai suoi presupposti esso rimane completamente aperto.
Anche
nel campo della critica della tecnologia il problema della referenza pare del
tutto aperto. Pierre Lévy descrive la comprensione delle nuove tecnologie
digitali inserendole in un processo di accrescimento della intelligenza collettiva. L'intelligenza collettiva è:
La
messa in sinergia delle competenze, delle risorse e dei progetti, la
costituzione e la conservazione dinamica delle memorie comuni, l'attivazione di
modi di cooperazione flessibili e trasversali, la distribuzione coordinata di
centri decisionali [....] Ora, il cyberspazio,
dispositivo di interazione interattivo e comunitario, si presta proprio come
uno degli strumenti privilegiati della intelligenza collettiva
(Lévy, 1997, 32).
Nell'epoca
della stampa, l'ideale strumento di convoglio di questa intelligenza collettiva
fu ritenuta l'enciclopedia. In essa si raccoglievano tutti i migliori sforzi
della produzione intellettuale umana, in questo senso rappresentava una
selezione, una demarcazione tra ciò che poteva appartenere a questo spazio di
condivisione culturale e ciò che ne era escluso. Lévy nota come tutto questo
sparisca nelle reti cybernetiche dei nostri anni. Non vi è più nessun intento totalizzante, non si ha
nessuna pretesa di raccogliere e selezionare ciò che sia pertinente e utile al
nostro sapere e ciò che non lo sia. L'obbiettivo è piuttosto l'universalità,
nel senso che si raccoglie ogni risorsa e si fa in modo di interconnetterla il
più possibile alle altre, di favorire l'interscambio e la condivisione delle
informazioni. La rete insomma non è nulla di unitario, non ha per nulla un
intento di sintesi, di riconduzione a un'unità, a una regola, delle
informazioni che gestisce. I punti di riordino e organizzazione possono essere
multipli, contrastanti e certamente in un continuo fluire dei rapporti e delle
posizioni.
Con
questa osservazione Lévy ci ricorda come la rete non possa essere intesa come
sistema ordinato, come struttura fondata e coerente, nella quale ogni nodo
abbia rispetto agli altri una posizione fertile di senso, nella quale insomma,
per ritornare al nostro problema, le referenze si sostengano fino a delineare
un significato, giustificato nella completezza dei rimandi. La rete infatti è
un fluido in continuo assestamento. I testi e i nodi connettivi vi appaiono e
scompaiono giornalmente, essa non è un programma algoritmico ma vive del
continuo apporto umano, di esperienze e conoscenze sempre rinnovate. Tuttavia
lo stesso Lévy riconosce, a nostro parere, un problema della referenza. Egli
infatti afferma come la rete, pur se priva di centralità, necessiti tuttavia di
mappe, di unità sintetiche significative, di linee di orientamento che portino
a reperire quel senso, per cercare il quale ci si era connessi. Svolgono questa
funzione i motori di ricerca, i portali, i siti tematici, ma anche i newsgroup
e i forum di discussione. Pur se priva di un centro, nella rete il problema
della referenza non è irrilevante. Una
universalità di informazioni e testi completamente interconnessi, in modo
trasparente potremmo dire, dove idealmente tutti i punti possano toccare tutti
i punti, non sarebbe nient'altro che un caos,
un insieme indistinto ma soprattutto indistinguibile di segni privi di
significanza. La possibilità di produrre una referenza significativa, e quindi
la comprensione degli elementi sulla quale si fonda, è fondamentale per
costituire di senso la testualità. Ancora di più in un sistema reticolato di
testi, dove abbiamo viso esistere una forza caotica, dovuta al meccanismo
dell'interconnessione, che priva la rete di un centro.
L'ipertesto
in definitiva si mostra come una rete di segni che hanno tutti come riferimento
altri segni. La sua potenza, come più in generale la potenza dei mezzi
informatici, pare suggerire o promettere la possibilità di delineare l'insieme
delle referenze. Comprese in un unico sistema, per di più un sistema attivo, le
singole referenze si andrebbero definendo in virtù dei rapporti che i segni
instaurano fra loro. Tuttavia bisogna chiedersi fino a che punto il sistema,
nella sua totalità, può assumersi l'onere di giustificare il senso della
singola referenza. La singola referenza si rifà infatti alla totalità del
sistema solo in quanto potenziale, senza nessuna possibilità che la totalità
sia esplicitata nella referenza singola. Affermare l'appartenenza di ogni
referenza a un insieme semiotico, potenzialmente operante, ma la cui
definizione non sarà mai esplicitabile, non risolve il problema del continuo
rimando dei segni fra loro. Anche le lingue sono sistemi semiotici dove le
referenze dei segni si rimandano continuamente. Senza la possibilità di toccare
una concreta definizione degli elementi che agiscono nella rete, un sistema
ipertestuale non si distinguerebbe in nulla dalla lingua. Si inserirebbe
piuttosto in essa, sarebbe un suo segmento, vivrebbe dei rapporti e dei
mutamenti della lingua, rappresenterebbe solo una sua modalità d'espressione
applicata a una particolare testualità. Se si crede che i segni, definendosi in
un sistema di referenze concreto, cioè realmente attivo, possano portare a
toccare il significato, bisogna accettare che in qualche modo questo insieme
venga esplicitato e che possa essere reso presente a una coscienza.
Per
fare ciò non si può che ricorrere a una regola: stabilire una funzione
calcolabile del riferimento. Del resto, si è visto, la stessa semiotica di
Peirce, per eccellenza semiotica del rimando del riferimento, giunge alla
conclusione della necessità di un interpretante finale, che rappresenterebbe
appunto un'abitudine, una regolarità, una calcolabilità del riferimento
potremmo aggiungere noi. Parlare di
calcolabilità del riferimento non significa per forza sostenere la possibilità
di una completa riduzione del riferimento sotto regole formali. Molti studiosi
infatti sono giunti alla conclusione che sia impossibile una completa esplicitazione
della referenza. D'altra parte l'idea che il significato possa essere qualcosa
di calcolabile è profonda nella storia del pensiero occidentale. Molti sono
stati i tentativi di logici e linguisti per formalizzare la lingua. La
convinzione che questo sia possibile nasce certamente dalla convinzione,
profonda nel nostro pensiero, che la realtà debba avere un ordine logico
rigoroso, in quanto non è in alcun modo concepibile un reale contraddittorio.
Nella storia del pensiero umano il tema è ricorrente e non ha mancato di creare
sconcerto. Da un lato non si riesce mai
a definire, a calcolare completamente, il significato di una termine.
Dall'altro ci si attenderebbe che la realtà potesse essere ridotta a delle regole
ultime, e così anche la sua comprensione.
Stretti
tra questo dilemma, interrogarsi sulla calcolabilità del riferimento, che nel
nostro lavoro significa più che altro
chiarire la struttura logica dell'ipertestualità, non significa
risolvere la questione, quanto piuttosto capire in che senso il riferimento può
calcolarsi e in che senso questo non sia possibile. L'obbiettivo è di trarne
qualche indicazioni generale che permetta di capire verso quali direzioni sia
più fruttuoso lavorare qualora si voglia organizzare una struttura
ipertestuale.
Lo
studio della lingua ha certamente radici antichissime, basti pensare alla
grammatica indiana, il cui maggior esponente fu il grammatico Panini, vissuto
nel VI secolo avanti Cristo, oppure alla tradizione alessandrina. Lo
stesso problema del riferimento fu più
volte messo in evidenza nell'antichità, basti pensare alle osservazioni di
Aristotele sulla polisemia dei termini o sulla necessità di dare contesto a
ogni discorso, che a volte vengono descritte come conquiste moderne. Gli Stoici
mostrarono le profonde implicazioni del segno dividendolo in materiale, mentale
e reale. Storicamente poi non si può scordare la notevole importanza che ebbe,
attorno al '600, il lavoro svolto dai grammatici di Port Royal.
Leibeniz
fu forse il primo a pensare alla possibilità di un linguaggio costruito su
regole che ne impedissero ogni contraddizione interna. Tuttavia i primi a
formare una solida tradizione di ricerca formale, basata su un linguaggio
completo e coerente, che permettesse di calcolare l'esatto significato di un
segno, furono i logici dell'inizio novecento. Essi tentarono di dare alla
filosofia quel solido rigore che ritenevano possedesse la matematica. Per
sistema formale si intende un sistema che possa rispettare alcune condizioni:
à Possedere
un alfabeto, che ne determini i caratteri accettabili.
à Possedere
delle regole di formazione, che dicano quando una stringa sia ben formata e
quindi accettabile.
à Possedere
delle regole di inferenza che dicano quando si possa passare da una stringa a
un'altra; le stringe ottenute rispettando le regole sono teoremi; il
procedimento che accosta le regole per ottenere teoremi si chiama dimostrazione
o derivazione. Quando un teorema sia fornito
senza dimostrazione esso è chiamato assioma (Hofstater 1979, 40).
Con
lo scopo di ottenere un sistema simile i logici si interrogarono sulla
affidabilità del discorso e di conseguenza sulla forza dimostrativa della
lingua. Partiremo quindi dal loro approccio al problema, con l'intenzione di
chiederci fino a che punto sia possibile calcolare la lingua, e quindi fino a
che punto un significato possa essere formalmente riferito. Secondo questa
prospettiva la linguistica strutturale degli anni '50 e '60 è perfettamente in
linea con i tentativi dei logici di formalizzare la lingua. Soprattutto le tesi
legate alla grammatica universale ritengono di poter stabilire la struttura di
un enunciato unicamente partendo dai rapporti sintattici espressi al suo
interno. In modo completamente indipendente dal riferimento semantico, le
strutture linguistiche si definiscono riconducendole a una regolarità
sintattica. Tale regolarità non è inoltre legata a una convenzione o a un uso
consolidatosi nel processo storico di formazione di una lingua. Queste
strutture sono manifestazione di una grammatica universale, sulla quale si basa
ogni linguaggio storico.
Nostro
intento sarà quindi quello di vagliare fino a che punto sia corretto parlare di
lingua come calcolo, e quindi fino a che punto il riferimento possa essere
esplicitato. In questo modo potremo meglio capire che ruolo effettivamente il
link, un segno che si riferisce attivamente a altro segno, possa giocare nella
costruzione di una struttura ipertestuale.
Frege
fu il primo a tentare di formalizzare la lingua. Egli si costruì un particolare
linguaggio, che fornendosi di una simbologia molto ricca, aveva lo scopo di
eliminare ogni ambiguità dal discorso. Questo suo linguaggio era certamente
molto complesso, tant'è che lui solo se ne servì veramente, e che dopo la sua
morte fu abbandonato. Tuttavia da quel linguaggio prese le mosse quello, ben
più fortunato, della logica formale moderna.
Il
contributo di Frege fu soprattutto legato alla sua opera più conosciuta, Sinn und Beeutung. Con questo lavoro
egli intense chiarire la differenza tra nomi propri e descrizioni, confutando
le teorie Russelliane della descrizione (Frege, 1892). Bertrand Russell
riteneva che quelle enunciazioni o quei termini che non denotano nulla di
reale, come a esempio "Amleto" o "il quadrato rotondo" non
sono né vere né false, ma semplicemente prive di significato.
Frege,
al contrario, per ogni termine che fosse un nome proprio come una descrizione,
distingueva un senso (Sinn) e un
significato (Beeutung). La
terminologia usata da Frege ha creato non pochi problemi. In particolare essa
viene tradotta in modo diverso a seconda che si segua una tradizione filosofica
anglossassone piuttosto che una tedesca. Letteralmente i termini tedeschi
"sinn" e "beeutung" si possono tradurre come
"senso" e "significato". Lo stesso Russell li tradusse però
in inglese come "meaning" e "reference", non possedendo
l'inglese un termine corrispettivo all'italiano "senso". Il risultato
è che si può trovare "sinn" tradotto come "senso" ma anche
"significato", mentre "beeutung" può trovarsi come
"significato", "denotazione" o anche
"riferimento". Noi qui useremo la traduzione maggiormente letterale
dei termini e parleremo di senso (Sinn)
e di significato (Beeutung).
Ma
cosa intende Frege con questi due termini e perché ritiene utile introdurli?
Il
significato è la cosa che indica il parlante
usando un termine: "Aristotele" è l'individuo Aristotele. Il
senso è qualcosa di più difficile da definire e lo stesso Frege non lo farà mai
in modo conclusivo. Il senso comunque è il modo di essere dato di un
significato (Casalegno, 1997, 31).
Quindi
se dico: "lo scrittore dei Promessi Sposi" o "lo scrittore
dell'Adelchi" mi riferisco allo stesso significato con sensi diversi. Nei
due casi mi riferisco al medesimo oggetto sottolineandone aspetti diversi,
differenti legami di relazione con altri oggetti. Questa situazione è chiara
particolarmente se si analizzano i nomi propri: questi infatti sono sempre
denotazioni implicite, a esempio
Aristotele può essere l'allievo di Platone come il maestro di Alessandro e lo
stesso parlante può usare lo stesso nome con sensi differenti. La denotazione
insomma non è mai del tutto esplicitata, ma rimane agganciata a ciò che il
parlante intende dire, a quali situazioni e relazioni il parlante abbia
l'utilità di legare fra loro.
Secondo
Frege si può spiegare attraverso queste osservazioni l'ambiguità del linguaggio
parlato. Il suo obbiettivo è comunque quello di garantire oggettività al
linguaggio. Non può quindi accettare uno sbocco psicologista della sua teoria.
Il senso non può essere un semplice stato mentale privato, un atto soggettivo.
Questa conclusione sarebbe dal suo punto di vista molto pericolosa, perché
dovrebbe portare a affermare un'incoerenza del linguaggio. Il senso soggettivo,
come atto privato, non consente mai di riferirsi, senza ambiguità, a una stesso
significato.
Frege
si affretta a sottolineare che il senso non può essere considerato uno stato
psicologico. Basandosi su una distinzione largamente condivisa tra i filosofi
del suo tempo, egli definirà il senso come un atto logico. Un atto logico può
essere derivato da una scelta privata, ma può anche non esserlo, si distingue
da un atto psicologico che contrariamente rimane, per sua natura, privato. Per
capire la distinzione fa questi due atti possiamo fare un esempio. Nell'atto di
pensare: "la retta è la distanza più breve che unisce due punti",
posso compiere ogni volta un atto psicologico diverso, ma sempre uno stesso
atto logico, universale e oggettivo (Casalegno, 1997, 38).
Definito
cosa sia un nome, Frege tenta di chiarire cosa si possa intendere per
descrizione. Per stabilire i valori di verità di una proposizione egli
suggerisce l'uso del concetto di funzione.
Una funzione definisce, per degli elementi in entrata stabiliti, una regola che
dia elementi in uscita. A esempio, può esserci una funzione che lega a un
numero il suo doppio. Un enunciato al cui interno compaia il termine
"coltello" definirà una funzione che richiami un numero definito di
oggetti a esso ricollegabili. Si potrà ottenere "tagliare" ma non
"dormire". Il concetto di funzione è poi potenziato dal principio di composizione. Secondo tale
principio funzioni diverse possono riunirsi nella costituzione di nuove. Il
"coltello rosso" sarà l'insieme dei coltelli e delle cose rosse.
Ultimo principio che entra in causa nella definizione dei valori di verità è
quello di sostituibilità. Se
nell'enunciato "Alessandro è alto due metri" sostituisco un altro
senso che corrisponda al significato avrò lo stesso valore di verità. In
concreto le funzioni si possono applicare a tutti quei significati che le
soddisfino (Casalegno, 1997, 45).
In
definitiva ciò che Frege mise in luce, e che lasciò come patrimonio in eredità
a tutti coloro che abbiano tentato di misurarsi col problema del significato, è
che sempre si deve distinguere fra ciò che si significa e il riferimento che si
usa per significarlo. Ovviamente la distinzione non va confusa con quella che
divide il significato dal significante. Egli semplicemente non intendeva porre
una distinzione fra un atto mentale, quello del significato, e un mezzo
materiale da adoperare inevitabilmente come medio nella comunicazione. Frege
intese mostrare come il significato, ciò la cosa intesa, non potrà mai del
tutto essere riportata all'atto con cui la si intende, e denota quindi.
Ovviamente questa osservazione apre una innumerevole serie di interrogativi. Se
il significato non coincide col senso, cioè il modo in cui noi denotiamo un
oggetto non coincide con tutte le sue implicazioni, non si potrà veramente mai
indicare nessun significato e quindi non è possibile una comunicazione
rigorosa, completa e oggettiva. Frege ritenne di poter risolvere la questione
definendo il senso come un atto logico, ma non chiarì mai molto cosa questa
affermazione significasse. Questo rimane il punto debole della teoria fregiana.
In fin dei conti si può dire che venne sempre attaccato su questo punto. O
perché si mostrava l'impossibilità di una oggettività del senso, negando così
la distinzione fra senso e significato, o perché questa stessa impossibilità di un senso oggettivo era usata per
definire la lingua, se non il pensiero, come incoerente. Molti hanno ritenuto di dover accettare
questa conclusione e di dover quindi coerentemente definire il senso un atto
fondamentalmente soggettivo, arbitrario, mai del tutto individuabile da un
sistema di regole.
Per
Wittgenstein, almeno per il primo, cioè quello del Tractatus, il mondo è costituito di oggetti semplici, cioè stati di
cose. Le proposizioni semplici sono
immagini di questi stati di cose, quelle complesse sono funzioni di verità
delle proposizioni elementari in esse contenute (Wittgenstein, 1918).
Wittgenstein non diede mai una dimostrazione che il mondo sia costituito da
stati di cose. Casalegno tenta di ricostruirla, partendo dal Tractatus, secondo l'ordine che segue.
à Affinché
una proposizione abbia senso, bisogna che a ogni nome che in essa figuri
corrisponda un oggetto.
à Se
ai nomi potessero corrispondere entità complesse, non ci sarebbe nessuna
garanzia che a un dato nome corrisponda davvero qualcosa.
à Supponendo
che nella proposizione P figuri il nome N, al quale possa corrispondere
un'entità complessa C, potremmo conoscere la verità di N solo sapendo che è vera
la proposizione P' la quale asserisce che gli elementi costitutivi di C sono
correlati in quel certo modo da rendere vera N.
à Ma
questo è assurdo, perché se una proposizione abbia o no senso deve essere
chiaro a priori. Se, per sapere che una proposizione è sensata, dovessimo
sempre aver stabilito la verità di un'altra proposizione, si genererebbe un
regresso all'infinito (Casalegno, 1997, 80).
Questa
sua visione gli faceva dire che il nome dice di un oggetto semplice, la cui
sensatezza è chiara a priori. Partendo da questa prospettiva è chiaro perché
rifiuti la tesi di Frege secondo la quale si possano dare denotazioni dei nomi.
Una
proposizione si considera vera se i nomi semplici in essa contenuti sono veri.
In qualche modo Wittgenstein colse il problema
legato alla formalizzazione del linguaggio. Formalizzare una lingua
significherebbe esplicitare tutto il sistema di segni che la forma, ma per fare
questo è necessario che a un certo livello i segni diano direttamente ciò che
significano. Per cogliere la verità di una proposizione, Wittgenstein
introdusse un sistema che ottenne molto successo fra i logici e che oggi è
ancora fruttuosamente utilizzato. Di una proposizione viene considerata la
funzione che unisce gli elementi in
connessione, siano essi nomi ma anche proposizioni. Si costruiscono a questo punto delle tavole di
verità grazie alle quali si chiariscono le possibilità per una funzione di
essere vera dato il variare delle due possibili posizioni di verità (v, f)
degli elementi che la compongono. Graficamente la cosa appare molto più
semplice:
|
p |
^ |
q |
|
v |
v |
v |
|
v |
f |
f |
|
f |
f |
v |
|
f |
f |
f |
In
questo modo si isola una serie di funzioni logiche base, come la connessione,
l'implicazione, la disgiunzione, alle quali si accosteranno di volta in volta
termini o proposizioni (Casalegno, 1997, 85). Si va inoltre a definire un
principio base della logica, il principio
di bivalenza, che sancisce l'idea per cui le cose possono trovarsi in due
sole posizioni di realtà: la presenza o l'assenza. Su questo stesso principio
si basa ogni tecnologia digitale, che rappresenta oggetti attraverso una
configurazione di assenze e presenze di bit.
Tornando a Wittgenstein, bisogna osservare come questa impostazione lo
conduca a interpretare la lingua come un sistema di funzioni logiche applicate
a stati di cose; come regole universali applicate a oggetti semplici. Per
ricavare il significato di una proposizione complessa mi rivolgo allora alla
comprensione del sistema di composizionalità.
Esso è dato innanzi tutto dalla posizione. Se prendo due proposizioni come:
"Paolo è maggiore di
Luca",
"Luca è maggiore di
Paolo".
Osservo
che il significato qui cambia al variare della posizione. Questo mi dice che la
posizione è significativa nell'assegnare un significato ma ancora di più mi
mostra come in questa proposizione si esprima una relazione di "essere
maggiore di", questa relazione è assegnabile a tutte gli elementi ai quali
si ritiene di assegnare, secondo l'ordine, questa relazione. Tutti i termini
che potranno essere inseriti in questa relazione condivideranno fra loro una
stessa funzione logica. Se poi i termini si possono riportare a stati di cose
bisogna chiedersi quale relazione di stati di cose esprima una proposizione
(Casalegno, 1997, 47).
Con
coerenza Wittgenstein finisce per definire le proposizioni fornite di rigore
logico come tautologie, cioè come quelle proposizioni che esprimono un'identità
fra due termini. In questo senso, la logica ha lo scopo di individuare sotto
quali forme, con quali composizioni di termini, le proposizioni siano corrette
e cioè esprimano delle identità, delle tautologie. Egli riesce così a costruire
una teoria del significato potente, poiché prevede una forte capacità di
calcolo, ma fragile poiché chiude all'interno del limite della tautologia tutto
il sensatamente esprimibile.
Quando
Wittgenstein costruisce la sua teoria del nome come espressione di uno stato di
cose, lo fa nel tentativo di dare una chiara e definita conclusione al
linguaggio. Il linguaggio sarebbe cosi fermato da un lato, poiché arriverebbe a
toccare la realtà. Una volta dato ai nomi questo ruolo di unità minime del
linguaggio, è possibile costruire qualsiasi discorso, poiché ogni proposizione
non sarebbe altro che una somma di queste unità costitutive. Sarebbe del tutto
giustificato un linguaggio scientifico, sarebbe toccata la sostanza del mondo,
e, data questa, il linguaggio non sarebbe che un calcolo. Tuttavia lo stesso
Wittgenstein fu perfettamente cosciente dell'insostenibilità di queste
posizioni. Prova ne è il concludersi della sua speculazione filosofia con una
forte apertura al misticismo. Se da un lato Wittgenstein ritenne sempre
doveroso considerare il mondo come una configurazione di stati di cose
semplici, dall'altro espresse sempre la convinzione che ogni proposizione
dotata di senso dovesse necessariamente avvolgersi nell'inesprimibile. Per quel che riguarda il concetto di stato di cose,
bisogna dire che egli non lo spiegò mai con chiarezza. A
proposito dell'inesprimibile appare invece chiaro che per lui rappresenti la
conclusione ultima del suo pensiero. Quando col nome si tenta una fondazione
ontologica, si tenta cioè di raggiungere il semplicemente dato, si cade nel
circolo delle tautologie. Questo ci dice che la situazione contingente che
vogliamo esprimere, sempre rimarrà contingente e in questo modo non riducibile
tramite una relazione diretta tra simbolo e oggetto. L'oggetto semplice si
intende solo all'interno di questa cornice sfuggente di inesprimibile. In
questo senso il discorso wittgensteiniano
si risolve in mistica. Mistico è il mostrarsi del mondo, un mostrarsi
privato della possibilità di cogliere una fondazione, ma che mostrandosi
manifesta in qualche modo la sua fondazione. Massimo Cacciari così commenta il
problema:
L'inesprimibile
esercita quasi una forza gravitazionale sulle proposizioni scientifiche e le
mantiene nei limiti della sensatezza [...] l'inesprimibilità dell'esistenza del
mondo è l'a priori di questa discorsività. Se l'esistenza del mondo potesse
dirsi, il nostro linguaggio avrebbe il potere di porla e di toglierla: il mondo
sarebbe un nostro fenomeno (Cacciari, 1980, 29).
Senza
volerci in alcun modo pronunciare sullo statuto ontologico del reale il
percorso seguito da Wittgenstein pare comunque darci indicazioni importanti
sulla possibilità di un linguaggio che si riferisca alle cose. Partito dalla
necessità di postulare un reale costituito di cose semplici, in modo da
assicurarne la regolarità, Wittgenstein giunge a dover affermare l'incapacità
del linguaggio di indicare, in modo fondato, le cose. Il linguaggio insomma si
baserebbe su un sistema di funzioni incompleto.
Quanto
meno questo vale per una teoria che, come quella wittgensteiniana assegna ai
nomi il ruolo di costituti linguistici semplici, in quanto designatori di stati
di cose semplici.
Uno
dei più grossi contributi dati alla comprensione di cosa sia un sistema formale
va di certo attribuito al lavoro di Tarski (Tarski,
1956).
Tarski
tenta una dimostrazione per definire la verità prendendo in esame vari sistemi
formali. Più in generale, egli voleva stabilire se, dato un sistema formale, vi
fosse una formula, con una sola variabile libera a,
che potesse esprimere la verità per quel sistema. Tarski evidenzierà come ciò
non sia possibile. Egli riuscì a definire la verità per un linguaggio formale,
ma evidenziando come nessun linguaggio può definire la nozione di verità
basandosi sui suoi stessi assiomi. Se si vuole predicare la verità di un
linguaggio lo si può fare solo usando un linguaggio diverso (Casalegno, 1997,
91). Le regole di definizione di verità in un linguaggio L sono formalizzabili
solo ricorrendo a un linguaggio L'. Qualora si cerchi infatti di definire la
verità in un sistema formale, utilizzando le sole risorse del sistema formale,
si può incorrere nella generazione paradossi del tipo:
"Questo enunciato
non è vero".
Che
sarebbe come dire:
"L'enunciato
"Questo enunciato non è vero" è vero se e soltanto se questo
enunciato non è vero".
Questi
paradossi sono dello stesso genere dell'antichissimo paradosso del mentitore o
di Epimenide. Epimenide era un cretese che pronunciò la frase: "Tutti i
cretesi sono mentitori". Questi paradossi mettono in rilievo
l'impossibilità di riferirsi alla verità di un enunciato nello stesso atto col
quale si definisce l'enunciato.
La
dimostrazione di Tarski reca a suo
seguito alcuni importanti corollari. Innanzi tutto il linguaggio L' non deve
essere traducibile in L. Perché se L' contenesse un enunciato p sulla verità di
L anche L ne conterrebbe uno poiché conterebbe la traduzione di p.
Poi
Tarski stabilisce che una definizione generale di verità sarebbe una chimera.
Dimostra infatti che, in almeno un
caso, la verità non si può definire a partire dagli assiomi e dalle regole
assunte (Casalegno, 1997, 95).
Già
la teoria dei tipi di Russell diceva cose simili, introducendo tuttavia una
gerarchizzazione del tutto postulata. Tra il 1910 e il 1913 Bertrand Russell e
Alfred North Whitehead pubblicarono i Principia
Matematica (Russell, 1913). Il loro intento era di eliminare dalla
matematica tutti i paradossi. Fino a quei tempi il linguaggio delle
dimostrazioni matematiche si era sempre sostanzialmente espresso tramite un linguaggio naturale; in
un linguaggio quindi ambiguo. Quali erano invece i procedimenti legittimi, tali
che due qualsiasi matematici avrebbero potuto risolvere ogni controversia circa
la validità di una data dimostrazione? In particolare Russell e Whitehea
tentarono di dare una risposta a alcuni paradossi che erano emersi dalla teoria degli insiemi di Cantor
(Hofstater 1979, 21). Questi paradossi possono essere tutti ricondotti al
paradosso di Epimenide, tuttavia, essendo intimamente legati alle teorie
matematiche del tempo, assunsero una problematicità fondamentale, e vennero
avvertiti come fatti che minavano alla base teorie che si pretendevano
universali. Il più famoso fu, per l'appunto, il paradosso di Russell. Egli
notava come solitamente un insieme non è elemento di sé stesso. L'insieme dei
calciatori non è un calciatore. Tuttavia esistono insiemi che possono contenere
sé stessi come elementi dell'insieme. A esempio potremmo pensare all'insieme di
tutti gli insiemi o all'insieme di tutte le cose che non sono calciatori. Ora
nulla ci impedirebbe di definire un insieme come l'insieme di tutti gli insiemi
che non contengono sé stessi come elementi dell'insieme. Si capisce come tale
insieme non si possa definire né come un insieme che contenga se stesso né come
un insieme che non contenga sé stesso. Russell risolse il paradosso formulando
la sua famosa teoria dei tipi. Si
definisce come "tipo" un certo campo di significanza, classificabile
in modo diverso a seconda degli oggetti contenuti: nomi di oggetti (tipo 0),
proprietà di oggetti (tipo 1), proprietà di proprietà (tipo 2), e così via. Un
predicato che appartiene a un dato tipo può contenere soltanto tipi
immediatamente inferiori. In questo modo non è più lecito chiedersi se una
proprietà appartenga o no a se stessa. Nel caso del paradosso del mentitore
avremo quindi che il contenuto di ciò che una persona dice, nel nostro caso
Epimenide, non si possa applicare all'atto di enunciazione stesso, che
apparterebbe a una classe superiore, in quanto antecedente, di significanza.
Russell tuttavia non fu in grado di spiegare in base a cosa si dovesse motivare
tale teoria. Inoltre la sua teoria era piuttosto restrittiva perché proibiva
l'utilizzo di varie strutture fruttuose per la matematica, come a esempio
l'insieme di tutti gli insiemi o la nozione di insieme infinito.
Aver
esposto la teoria dei tipi di Russell ci permette di apprezzare ancora di più
il risultato ottenuto da Tarski. Egli riesce infatti, da un lato a non limitare
in alcun modo l'utilizzo di sistemi formali, non li costringe in una gerarchia
rigida di perfezioni, non definisce negativamente nessun sistema impedendone
l'utilizzo, dall'altro mostra con chiarezza come la nozione di verità in un
linguaggio sia definibile solo ricorrendo a un metalinguaggio. Nonostante il
fatto che un sistema chiuso nei suoi propri postulati apparirà sempre
incompleto, Tarski mostra come definire la verità servendosi di un sistema
superiore.
Nel
1931 e nel 1933 Goëdel, attraverso la formulazione dei suoi teoremi dell'incompletezza (Galvan,
1992), stabilisce che dato un sistema formale S, tale che 1) S è coerente e 2)
si può derivare in S una porzione sufficientemente estesa dell'aritmetica,
allora possiamo trovare una proposizione p indecidibile in S, vale a dire una
proposizione p che non può essere dimostrata in S, e la negazione di p (non-p)
ugualmente non può essere dimostrata in S, ma si può mostrare che p è un
enunciato vero dell'aritmetica mediante un argomento informale che non
appartiene a p o ricorrendo a un sistema formale S' (Gillies, 1998).
Tarski
evidenzierà proprio che ricorrendo a un sistema S' il concetto di verità di un
sistema S è definibile.
A
questo punto è possibile e utile specificare il senso di verità logica. Se
dico:
"Ogni
uomo e` mortale
Ogni
greco è uomo
Dunque
ogni Greco è mortale",
quella
che abbiamo espressa sarà una verità logica, perché il suo valore dipende solo
dal moello in cui è enunciata. Mi basta che i termini rispettino le regole di
funzionamento del moello (inclusione del primo termine nel secondo) per poter
dichiarare in moo universale la verità dell'enunciato. Se i termini rispettano
la condizione di essere il primo incluso nel secondo potrei sostituire i
termini con qualsiasi altro, senza mutare la verità dell'enunciato. Se però
dico:
"Aldo
è zio
Dunque
qualcuno è nipote di Aldo",
questa
enunciazione non esprime una verità logica perché, per stabilire i valori di
verità dell'enunciato, non mi basta la correttezza del modello e il rispetto
delle regole del modello. Per sapere se si tratta di una verità o meno devo
ricorrere al significato di "zio", devo ricorre a una introduzione
semantica del significato (Casalegno, 1997, 99).
Questa
distinzione ci tornerà molto utile poiché, se riteniamo di poter definire il
riferimento, quindi nel nostro caso particolare la localizzazione che è indicata
in un link, all'interno di un sistema formale, dovremo sapere che questa
definizione si dovrà basare unicamente su una regolarità di modello. Il
riferimento, per essere qualcosa di completamente esplicitabile, quindi di
formale, coerente e completo, dovrà dipendere dalla sola correttezza dei
modelli attraverso i quali verrà espresso e in alcun modo potrà rivolgersi a
contributi semantici. Può parere una dichiarazione ovvia, ma andrà comunque
tenuta ben presente per formulare con chiarezza il senso e il ruolo del link
nell'ipertesto.
L'ereità
di Frege, Russell, Wittgenstein, del circolo di Vienna, fu spartita tra
un'innumerevole serie di pensatori. Questioni di epistemologia come di
ontologia furono da molti riprese partendo proprio dalle problematiche lasciate
aperte in seno al circolo viennese. Il tentativo di formalizzare il linguaggio
fu invece ripreso con vigore su due distinti fronti. I logici e i matematici
tentarono di vedere se era possibile dedurre dei principi assiomatici per il
pensiero, e in definitiva quindi per la realtà. I linguisti vollero invece
legare la ricerca di principi formali alle lingue storiche e, a volte,
anche al funzionamento biologico del
nostro cervello.
Montague
presenta uno dei tentativi più significativi svolti in ambito linguistico
(Montague, 1970). Egli certamente non è il solo autore che possa essere citato
ma è possibile prenderlo come esempio per presentare in sintesi una serie di
problematiche frequenti nella storia della linguistica.
Il
suo primo obbiettivo fu quello di rappresentare, per una porzione di linguaggio
naturale, la nozione di verità. Egli prima definisce la nozione di verità per
un linguaggio formale, poi mostra come si possa a esso far corrispondere una
porzione di linguaggio naturale (Casalegnno, 1997, 175).
In
contrasto con Chomsky, egli ritiene che si debba sviluppare una sintassi solo
accanto a una semantica infatti, ammettendo che le regole sintattiche
S'........S'' dessero l'enunciato "Ogni marinaio ama una ragazza",
per ottenerlo dovremmo applicarvi le regole di traduzione T'.......T''. Ma a
questo punto non ci potremmo ancora accontentare, perché ci verrebbero forniti
una serie di enunciati a stessa struttura semantica, non l'enunciato in se
stesso.
Per
Chomsky la sintassi di ogni lingua si organizza in base a principi innati,
stabiliti nel patrimonio genetico umano. Chomsky ritiene che un sistema di
regole sintattiche sia oggettivamente corretto o scorretto a seconda che
rispecchi o meno tali principi, e che il rapporto tra sintassi e semantica
possa essere stabilito solo sulla base di indagini empiriche approfondite
(Chomsky, 1998).
La
semantica modellistica è una grammatica
categoriale. Ogni espressione del linguaggio è assegnata a una classe. Se
voglio formare espressioni nuove devo concatenare le classi. In pratica ci sono
categorie fondamentali e categorie derivate. Si formano così dei livelli,
entrando e uscendo dai quali, vengono costituiti i significati.
Le
regole fondamentali di applicazione della semantica categoriale sono
sostanzialmente due. Una sintattica e una semantica.
à Regola di concatenazione:
se a è un'espressione di categoria (A/B) e b
è un'espressione di categoria B, allora a b è un'espressione
di categoria A.
Alla
categoria (A/B) appartengono quelle espressioni di categoria che, seguite da
un'espressione di categoria B, ne producono una di categoria A.
à Regola di applicazione funzionale:
se a b è un'espressione ben formata, allora la sua
denotazione è F(G), dove F e G sono rispettivamente le denotazioni di a e b (Casalegno,
1997, 182).
Il
limite della semantica modellistica rimarrà sempre quello di essere un impianto
sostanzialmente teorico che mai riuscì a fornire una vera applicazione empirica
alla nozione di categoria.
Già
da ora può essere utile notare una cosa. La organizzazione del linguaggio sotto
un ordinamento categoriale pare emergere
come un punto cruciale nella definizione di ipertestualità.
Nella
linguistica questa teoria viene più volte presentata e il suo utilizzo pare
fruttuoso in molti casi. La semantica modellistica ne è un esempio ma possono
esserlo anche le teorie dei campi
associativi (Bally, 1940), o dei campi
semantici (Trier, 1931), che finiscono per descrivere una lingua come una
strutturazione della realtà in virtù degli insiemi semantici individuati dalle
parole. Queste ipotesi nascono dall'osservazione che in due lingue diverse uno
stesso ambito di realtà può essere indicato con patrimoni semantici diversi. A
esempio il termine francese "bois" ricopre il campo semantico del
termine italiano "legno" ma anche "legna" o
"bosco". Ma la stessa teoria dell'interpretante finale di Peirce
finisce per risolvere la semiotica peirciana in una semiotica categoriale.
L'interpretante finale, essendo un'abitudine, una regolarità psicologica come
cosmologica, può essere inteso pure come una legge (Eco, 1979, 42). Anche
Russell era giunto alla conclusione che ordinando ogni espressione di senso in
una gerarchia di classi si potesse salvare il linguaggio, nel suo caso quello
matematico, dall'ambiguità.
La
forza di questa ipotesi sta nel fatto che essa permette di descrivere il
linguaggio con rigore senza tuttavia obbligarlo a un unico sistema di regole,
definito una volta per tutte, che si rileverebbe inevitabilmente inadeguato
alla sua descrizione. In realtà questa
ipotesi presenta pure delle debolezze. Esse emergono nella concreta difficoltà
di definire l'ambito effettivo di queste categorie, postulate. In sintesi è
difficile definire quali e quante siano le categorie e quali elementi vadano in
esse sistemati. Questa difficoltà sorge dal fittissimo intersecarsi delle
categorie. Se infatti si vuole accettare la suddivisione dei significati sotto
categorie, bisogna anche accettare che queste categorie si possano fortemente
intrecciare fra loro, fino quasi a far perdere ogni loro utilità. In effetti un
qualsiasi termine può di certo intendersi in svariati modi, a seconda del
contesto in cui compaia, della struttura sintattica in cui è inserito ecc…
Questo significa che può rientrare sotto categorizzazioni diverse; se poi
consideriamo che ogni categoria si lega a altre, e che queste si possano
intendere in modi diversi sempre a seconda del contesto semantico, dell'ordine
sintattico o di altre variabili, si capisce bene come le categorizzazioni
finiscano per diventare se non infinite, entità poco gestibili.
Detto
questo, anticipando un po' i prossimi capitoli, rimane ancora lecito chiedersi
se questo tipo di ordinamento di un linguaggio possa essere fruttuoso per la
gestione di uno spazio di scrittura ipertestuale. Quando Bush progettò il memex,
lo impostò su una divisione categoriale. Ted Nelson e i primi informatici che
crearono l'ipertesto lo fecero in opposizione con questa idea. Essi la
consideravano uno dei motivi del fallimento del progetto di Bush. Il pensiero,
dicevano, lavora per associazioni e non per categorizzazioni. In effetti essi
inizialmente negavano che le banche dati fossero ipertesti (Landow, 1997, 30).
Anche Deleuze e Guattari criticarono aspramente la organizzazione testuale per
gerarchia a albero. Essi aspiravano a una
scrittura che non si appiattisse su modalità interpretative rigide. Il
pensiero non lavora secondo una divisione categoriale dell'informazione, ma per
associazione di termini. Le proprietà che essi attribuiscono al rizoma vanno
ovviamente verso questa direzione. Ogni rizoma si estende in steli e va a formare
un plateau. I piani formano così una
molteplicità priva di gerarchia: essi condividono fra loro stessi rizomi, ma
possono essere letti cominciando da qualsiasi punto (Deleuze e Guattari, 1977).
L'alba
dell'ipertesto pare aver rifiutato il concetto di categoria, ma forse questo
rifiuto rappresenta solo uno scatto istintivo, una dichiarazione dovuta più
alla voglia di esprimere con forza i presupposti teorici della nuova idea, che
non all'effettiva conoscenza delle sue possibilità d'uso. In effetti oggi nella
rete abbiamo diversi esempi di organizzazione delle informazioni testuali
secondo categorie. L'ordinamento per categorie facilita di fatto molto la
ricerca e l'orientamento nello spazio ipertestuale. Non a caso oggi i limiti
dell' HTML, linguaggio non-strutturato per eccellenza, dal punto di vista della
gestione dei collegamenti, paiano potersi superare con l'adozione dell' XML, evidentemente un linguaggio molto
più predisposto a modellarsi per una organizzazione categoriale dei dati.
La
teoria di Frege è parsa a molti criticabile circa la nozione di "Sinn". Le parole spesso denotano
ciò che denotano indipendentemente dai contenuti che i parlanti associano
mentalmente a esse. Il riferimento non equivale a una descrizione. Se così
fosse, bisognerebbe che si privilegiasse una descrizione sulle altre. Ma questo
significherebbe dire due cose contraddittorie. La prima è che si possa dare di
una cosa una descrizione essenziale. La seconda è che al variare delle conoscenze
in relazione a un oggetto varierebbe la sua referenza, e in particolare si
dovrebbe dire che la referenza imprecisa sia una referenza vuota (Casalegno,
1997, 227). Ma non è così che avviene. Searl rileva queste cose osservando che
se l'individuo Aristotele è denotato dalla descrizione "il maestro di
Alessandro Magno", avremo:
"Aristotele,
se è esistito fu maestro di Alessandro Magno",
"Il
maestro di Alessandro Magno, se è esistito fu maestro di Alessandro
Magno".
La
prima frase rappresenta evidentemente un enunciato empirico, mentre la seconda
è analitica. Emerge così l'insostenibilità di una tesi che ritenga di poter
designare il nome come descrizione.
Searl
crede di poter trovare una soluzione a questa aporia proponendo la tesi che i
nomi denotino un agglomerato di
descrizioni, non tutte presenti alla mente del parlante, ma potenzialmente
richiamabili alla sua coscienza (Searl, 1983).
Kripke
in Naming and Necessity mostra che la
tesi dell'agglomerato di descrizioni presenta le stesse difficoltà della tesi
Russelliana (Kripke, 1972). Infatti un individuo non può considerarsi la somma
delle sue descrizioni. Per quanto le descrizioni possano cogliere
particolarità, caratteristiche di un individuo, queste sarebbero comunque tutte
accidentali, nulla vi sarebbe di essenziale. Non ci sarebbe mai la possibilità
di poter indicare pienamente e senza contraddizione quell'individuo. Kripke
propone così la tesi che le espressioni siano riferite nella mente dei parlanti
da designatori rigidi. Il nome
proprio "Aristotele" è usato per designare l'individuo Aristotele in
tutti i mondi possibili. Cioè sia quando parliamo di Aristotele reale sia
quando parliamo di Aristotele di un mondo controfattuale. Se io dovessi
scoprire che l'individuo storico chiamato Aristotele ha scritto, oltre alle
opere già conosciute come sue, delle commedie, certamente l'insieme delle
caratteristiche con le quali riferirsi a quell'individuo muterebbero. Non
muterebbe però il nome col quale rivolgermi a quell'individuo. In termini di
teoria dei mondi possibili dovrò inserire nel mondo reale di Aristotele nuove
proprietà. Al variare dei mondi in cui devo (realtà) o voglio (finzione)
situare Aristotele il designatore con cui lo riferirò rimarrà rigido.
Kripke
precisa che il referente non deve necessariamente darsi come presente a un
parlante. Perché io mi possa riferire a un oggetto tramite un nome non è
obbligatorio aver avuto una esperienza diretta del rapporto tra designatore e
cosa. Ci si può riferire a un nome sapendo che questo è stato usato come
referente da un altro parlante. Così se mi parlano di Aldo, e non l'ho mai
visto, saprò comunque che qualcuno si è riferito a lui, e quindi il mio
referente sarà il fatto di sapere che un parlante abbia utilizzato tale
referenza (Kripke, 1972).
A
queste stesse conclusioni giunse Hillary Putman nel 1975 in The Meaning of Meaning. Egli propose un famoso esempio.
Immaginiamo di avere una terra gemella del tutto simile alla nostra terra, se
non per un piccolo particolare. Il liquido trasparente, incolore e insapore che
occupa i mari della terra gemella e che disseta i suoi animali e le sue piante
ha una formula chimica del tipo XYZ invece che H2O. Questo liquido è del tutto
uguale per caratteristiche e funzioni all'acqua della nostra terra, varia solo
per la formula chimica. Ora un astronauta terreste giunto sulla terra gemella
non coglierebbe nessuna differenza tra il liquido XYZ e l'acqua: egli si
riferirebbe a quel liquido col termine "acqua".
Putman
introduce così la nozione di stereotipo.
Il significato di una referenza sta nello stereotipo, cioè nelle informazioni
concernenti un oggetto tali per cui si possa dire di un parlante che conosca il
significato del termine usato per designare la cosa. Ma siccome le informazioni
in riferimento a un oggetto dipendono dalle conoscenze della comunità dei
parlanti, Putman riterrà utile formulare anche la tesi della divisione del lavoro linguistico. secondo questa tesi i parlanti, per
riferirsi a un oggetto, si rifanno indirettamente alle opinioni proposte dagli
esperti sul tale oggetto. Così io posso riferirmi ai platani senza sapere in
realtà distinguerli dalle betulle, basta che io sappia che questa distinzione
sia fondata, cioè che alcuni ne facciano uso. In definitiva la denotazione si
riferisce all'uso che ne fa la comunità dei parlanti nella quale sono inserito
(Putman 1975).
Questa
teoria è stata da molti considerata approssimativa e apre il fianco a una
critica. Se ho:
"Maria crede che lo
Spagnoletto fosse un pittore",
"Maria crede che
Jusepe de Ribera fosse un pittore".
Secondo
la teoria Maria si riferirebbe indirettamente, attraverso la collaborazione del
suo gruppo di parlanti, a una medesima denotazione. Ma non sembrerebbe,
considerando l'uso che essa fa dei termini nel caso non conosca questa
identità, che sia così.
Kripke,
per difendere la teoria del designatore rigido, formula un altro famoso
esempio. Luca, un giovane ragazzo italiano, sa che Londra è una città inglese
che dagli italiani è considerata bella. Egli ritiene quindi che la proposizione
"Londra è bella" sia condivisibile. La vita lo porta in giro per il
mondo, lontano dall'Italia e dalla sua cerchia di conoscenze, fino a giungere a
stabilirsi in una città chiamata "London". Egli impara dai compagni
del quartiere dove si è stabilito, un malfamato quartiere di periferia, che
"London is not pretty". Egli non sa che le due città sono la stessa
per cui la sua denotazione è diversa nei due casi, la prima si riferisce ai
parlanti italiani, la seconda agli inglesi.
Andrea
Bonomi ridefinisce in modo maggiormente
preciso questa teoria: "A crede che E" è vero se e soltanto se A sta
nella relazione denotata da "credere" con la proposizione che E
esprime nell'idioletto di A (Bonomi, 1983).
Il
riferimento appare nelle teorie di Putman e Kripke come qualche cosa di rigido
e ben stabilito, anche se la sua determinazione non dipende dal singolo
parlante ma si fonda nell'uso della comunità linguistica. Per quanto questa
impostazione possa essere coerente, essa fallisce qualora le sia richiesto di
indicare con precisione l'esatto riferimento di una espressione. Se ci
chiedessimo insomma quale riferimento corrisponda alla parola
"Londra" non potremmo fare altro che richiamare il concetto di uso
dei parlanti, senza tuttavia in alcun modo definire completamente quale sia
l'effettivo uso che i parlanti fanno del termine "Londra".
Questa
ipotesi è sostenuta nella teoria della indeterminatezza
della traduzione. La teoria fu presentata da Quine nel 1960 (Quine, 1960).
Ne diamo qui una breve esposizione.
Se
ho il manuale di traduzione dal linguaggio L al linguaggio L' esso sarà un
sistema di regole applicando le quali si potrà tradurre ogni enunciato di L in
L'. Sia C l'insieme delle condizioni che un manuale di traduzione deve soddisfare
per essere corretto. Se ne esiste uno ne esistono diversi, tutti corretti e conformi a C ma incompatibili fra loro.
Non si può cioè utilizzare per un po' l'uno e poi l'altro. Questa ipotesi mina
la nozione di riferimento. Infatti, la nozione usuale di riferimento, si fonda
su due principi:
à "P"
si riferisce solo e soltanto ai P. Un termine si riferisce all'oggetto che
riferisce e a niente altro.
à Se
A è una buona traduzione di B, allora A
e B hanno il medesimo riferimento.
Ma
se in un manuale C avessi che al
termine "rabbit" corrispondesse il termine "coniglio" e nel manuale C' a "rabbit" corrispondesse "parti non staccate di
coniglio". Avrei per il primo principio della nozione di riferimento che "rabbit" si riferisce a
"coniglio" e che "rabbit" si riferisce a "parti non
staccate di coniglio". Per il secondo principio avrei invece che
"rabbit" si riferisce sia a "coniglio" che a "parti
non staccate di coniglio". Nel primo caso lo stesso termine si riferisce a
termini diversi in momenti diversi, secondo sistemi di traduzione diversi, nel
secondo caso lo stesso termine si riferisce a termini diversi nello stesso
momento, all'interno dello stesso sistema. Ovviamente questo è valido se
accetto che sia possibile costruire un manuale corretto a partire da due regole
diverse come "rabbit" = "coniglio" e "rabbit" =
"parti non staccate di coniglio".
Bisogna
tenere presente che, esponendo questa tesi, Quine si rifà, nella concezione del
significato, a un ambito di tipo comportamentista. Perciò il significato sarà
una significato stimolo, cioè sarà dato dal comportamento dei parlanti in una
situazione. Se io vedo conigli solo insieme a parti non staccate di coniglio
non potrò mai dire la mia lingua cosa mi traduca, perché la reazione del
parlante di fronte ai conigli e alle parti non staccate di conigli sarà in ogni
caso la stessa. Quine vuole in definitiva mostrare come di qualsiasi termine
potremmo fissare un qualsiasi riferimento. Ovviamente, fissato quel riferimento
la nostra lingua modellerà gli altri termini coerentemente col primo
riferimento, ma mai potremo giungere a stabilire con esattezza il riferimento
di un termine. In sintesi, Quine ci dice che un sistema di termini coerente è
sempre possibile, infatti possiamo avere più lingue, il fatto che sia sempre
possibile ci dice della indipendenza tra coerenza di un sistema linguistico e
referenza delle espressioni di quel sistema. In effetti il riferimento ci
appare, secondo Quine, sempre un atto indipendente dal sistema di espressione a
cui appartiene.
Questa
sua tesi ottenne ancora maggior credito quando Quine mostrò che poteva essere
legata a alcun teorie matematiche.
Infatti teorie matematiche diverse possono essere tradotte le une nelle
altre. A esempio è possibile tradurre la teoria dei numeri utilizzando quella
degli insiemi. Il numero 0 può essere descritto come l'insieme vuoto Ø, 1 sarà
l'insieme che contiene solo l'insieme vuoto {Ø}, 2 l'insieme che contiene
l'insieme che contiene solo l'insieme vuoto {{Ø}}. A ogni numero N+1 sarà così
sempre possibile far corrispondere un insieme. Graficamente il solo
accorgimento richiesto sarà quello di aggiungere una parentesi ogni volta che
si voglia indicare un numero superiore (Quine, 1969).
Ancora
Quine sostenne che le nozioni di significato, verità analitica e sinonimia
siano indefinibili. Possiamo dire significato di un'espressione ciò che essa ha
in comune con espressioni sinonime, due espressioni sono dette sinonime se
l'enunciato che assicura loro equivalenza è analitico, l'unico modo di definire
un enunciato analitico è di dirlo vero in virtù del solo significato dei suoi
termini. Ognuna di queste nozioni è definibile solo tramite le altre, ma sempre
in un processo circolare, e quindi mai dimostrativo (Quine, 1951).
Le
conclusioni che egli trarrà da queste osservazioni saranno molto nette. Per
quanto particolareggiata sia una descrizione, essa non ci fornirà mai il
riferimento diretto alla cosa, poiché la descrizione potrebbe essere
interpretata in modi diversi.
E
poiché ogni espressione, anche se con pretese di valore scientifico, è inserita
in un linguaggio bisognerà anche dire che le teorie scientifiche possono
essere, allo stesso tempo, empiricamente equivalenti e logicamente
incompatibili.
Chomsky
ha fortemente combattuto queste tesi. Egli rivendicò l'apporto genetico alla
strutturazione della lingua. Strutture innate complesse, e non osservazione
degli eventi, sono per Chomsky alla base del nostro comportamento linguistico.
La cosa, a suo parere, è comprovata dalla rapidità di apprendimento che dimostrano
i bambini. Essi imparano la lingua a una velocità tale, e con così alta
precisione, da impedire di poter
ipotizzare un apprendimento per via empirica, per tentativi e confronti.
Chomsky è pure convinto che sia possibile ricavare strutture sintattiche
universali, condivise da qualsiasi linguaggio storico, che rivelerebbero quindi
i meccanismi mentali costitutivi delle facoltà di linguaggio. Il fatto che
questi meccanismi sintattici possano spiegare fenomeni che in altro modo non si
giustificherebbero è poi del tutto sufficiente a confermarne l'esistenza. Se
fare sintassi significa cercare di descrivere il modo in cui la conoscenza del
linguaggio è rappresentata nella mente umana, l'attribuzione a un enunciato di
una certa struttura sintattica cessa di essere una convenzione arbitraria e
diventa una verità dotata di valore definito (Casalegno, 1997).
Ma
in realtà le osservazioni di Chomsky non toccano la questione del riferimento,
solo riescono a opporsi alle giustificazioni comportamentiste addotte da Quine
per motivare la sua tesi. Il riferimento infatti è quel passaggio per il quale
il segno viene a collegarsi a un oggetto determinato. Il fatto che esistano
strutture mentali del funzionamento del linguaggio dice, come sa benissimo lo
stesso Chomsky, della sintassi di una lingua, non della sua semantica, ciò del
valore di contenuto dei termini linguistici.
Le
tesi di Quine furono invece accolte con consenso e furono riprese da altri
autori. I teoremi dell'incompletezza di Gödel (Galvan, 1992), stabilendo
l'incompletezza per i sistemi formali, potrebbero essere addotti a
dimostrazione d'incompletezza anche per sistemi semiotici meno rigorosi, quali
i linguaggi naturali. Davidson sottolinea che non si può formulare una sola
teoria compatibile coi dati, perché non si riesce a staccare completamente ciò
che sono i significati da ciò che sono le credenze (Casalegno, 1997, 297).
Putman
fornì un supporto alle teorie quiniane partendo dalla teoria dei mondi
possibili. Nemmeno dati i valori di verità per tutti i mondi possibili si
potrebbe stabilire il significato. Da questo ne consegue che il riferimento non
è fissato da nulla. Putman a sostegno della sua argometazione formula anche un
teorema. Sia W un insieme di mondi possibili e sia I una funzione di interpretazione
che a ogni costante non logica associa un'intensione, cioè una funzione da
mondi possibili a estensioni. A partire da I, c'è di sicuro un'altra funzione
d'interpretazione I' con le proprietà seguenti: le intensioni assegnate da I'
possono differire da quelle assegnate da I anche relativamente a tutti i mondi
possibili; ciononostante, in ciascuno dei mondi possibili in W i valori di
verità degli enunciati computati a partire da I' coincidono con quelli
computati a partire da I.
A
ben vedere, queste argomentazioni non aggiungono niente alla tesi quiniana
perché si fondano in definitiva sulle stesse osservazioni. Sostanzialmente
sulla constatazione che da un linguaggio coerente non si potrà mai trarre un
riferimento, perché la coerenza sarebbe possibile anche per un linguaggio con
referenza diversa. Si può comunque dire che le argomentazioni di Davidson e di
Putman siano corollari della tesi quiniana (Casalegno, 1997, 300).
E' interessante notare come già il concetto di lingua
come convenzione porti a postulare l'indeterminatezza della referenza. Il
semplice fatto che l'espressione sia qualcosa di arbitrariamente correlato
all'oggetto ci dice come l'atto dell'attribuzione di referenza sia da ricondurre
a un personale atto mentale. Anche se questo non toglie valore significativo
all'atto, visto il suo originario scopo comunicativo.
Il
convenzionalismo trova la sua origine nello strutturalismo. De Saussure stacca il significante
dal significato e attribuisce al primo natura convenzionale. A esempio il
concetto di albero sta al segno “albero” per frutto di una convenzione. Questa
affermazione apparentemente ingenua ha in realtà una profonda implicazione:
attribuendo a “albero” l'oggetto albero, isolo l'oggetto da tutto il rimanente
ordine naturale di cose (De Saussure, 1916). Hjelmslev distingueva tra un piano
dell'espressione e un piano del contenuto. Entrambi
questi piani sono composti da una materia e da una forma. La materia é un tutto amorfo, la forma da carattere di
sostanza a questo tutto amorfo (Hjelmslev, 1968). Secondo questa ipotesi un
romanzo di Balzac non é più realista di un poema epico, poiché entrambi fanno
uso di un sistema di convenzioni che dà forma a una realtà amorfa (Pavel, 1986,
175). Se ne deduce come la referenza non sia effettivamente determinabile
perché è frutto della convenzione, del sistema linguistico nella quale è
inserita. Non è individuabile il punto di legame con la realtà perché ogni
termine si definisce negativamente come non-"tutti gli altri termini del
sistema". Derrida porta la teoria di De Saussure alle estreme conseguenze
e afferma che in una lingua nella quale il segno é sola differenziazione il
segno é anche assenza dell'oggetto, poiché funziona in sua assenza (Derrida,
1971).
Quine
trovava nel concetto di convenzione un sostegno alle conclusione della sua
tesi. L'inscrutabilità del riferimento derivava direttamente dalla teoria
dell'indetrminatezza della traduzione, e il concetto di lingua come convenzione
confermava questa ipotesi. Poiché le convenzioni si stabiliscono tramite
accordi consapevoli, e la lingua non può essere frutto di un accordo
consapevole, in riferimento alla lingua si deve parlare di costume e il costume
non si può mai definire ma solo osservare. Tuttavia lo stesso Quine non negò
mai una qualche valenza significativa della referenza, e probabilmente mai
nessun autore ha inteso farlo. Non bisogna spingersi troppo in là nel negare la
referenza. Per quanto essa non possa mai essere definita completamente,
tuttavia è ovvio, e è innegabile, che un qualsiasi parlante quando utilizza
un'espressione sa perfettamente a cosa si riferisce. Per di più il parlante
comunica ciò che intende ai suoi interlocutori, e solitamente viene compreso.
In
realtà la convenzione, se ci segnala l'arbitrarietà della referenza, ci
garantisce pure la sua funzionalità. Lewis, riprendendo Hume, sostenne che la
convenzione si fonda sul riferimento a azioni altrui in relazione all'interesse
comune: se so che un altro lascerà a me il possesso della mia proprietà, per
questo vantaggio sono disposto a lasciare a lui il possesso della sua
proprietà. Se in due remiamo su una stessa barca dovremo remare con medesimo
ritmo, altrimenti non ci muoveremo. Queste immagini ci spiegano come in qualsiasi
comunicazione l'obbiettivo sia la produzione di senso e quindi da questo
obbiettivo sorge implicitamente la convenzione, come abitudine e azione
fruttuosa per la comprensione. La convenzione è una regolarità di
comportamento, un sistema di reciproche aspettative.
Un
elemento ricorrente R nel comportamento dei membri di una popolazione P ( a
loro volta agenti nella situazione ricorrente S) è una convenzione se e
soltanto s è vero e conoscenza comune in P che da ogni manifestazione di S trai
i membri di P,
à ciascuno
si conforma a R;
à ciascuno
si aspetta che tutti si conformino a R;
à ciascuno
preferisce conformarsi a R a condizione che anche gli altri vi si conformino,
dal momento che S è un problema di coalizione e una conformità uniforme a R
corrisponde a un equilibrio di coalizione in S (Lewis, 1969, 58).
Paul
Grice sarà ancora più preciso esponendo quattro massime dell'attività
cooperativa (Grice, 1975).
à Massima
della Quantità: fornisci informazioni in misura né minore né maggiore di quanto
è richiesto al momento.
à Massima
della Qualità: non dire cose che credi false o per cui non hai prove adeguate.
à Massima
della Relazione: dì cose pertinenti.
à Massima
del Modo: sii perspicuo, cioè parla in modo chiaro e ordinato, evitando ogni
oscurità e ambiguità.
Queste
massime non vanno tutte seguite insieme. Se ne violo una, in virtù del
principio della sensatezza significa che lo faccio solo apparentemente e che
magari utilizzo la violazione della massima per far capire una situazione.
Grice
fa l'esempio del professore X al quale è sollecitato un giudizio sul conto di
Y, suo ex allievo, che ora intende diventare professore di filosofia. X
risponderà che Y scrive in buon italiano e ha frequentato con regolarità il
corso. L'interlocutore evince così che Y di filosofia non ci capisce molto. X
sembra aver violato la Massima della Quantità, ma se io non ho motivo per
credere che il professore X abbia intenzione di non collaborare alla
comunicazione, capirò che egli l'ha violata per non dire direttamente una cosa
che poteva sembrare sgradevole, oppure per essere ironico. In questo senso egli
ha rispettato la massima, poiché mi ha fatto cogliere ciò che desideravo.
Ovviamente questo posso capirlo solo qualora confronti l'enunciato con il
contesto e con i principi di cooperazione, non dal semplice enunciato preso per
se stesso.
La
lingua è quindi descritta come un gioco di coalizione. Nella teoria della
cooperazione, nel gioco di coalizione, l'assenza dell'oggetto è funzionale al
gioco cooperativo. In quanto è proprio nell'esigenza di costruire un gioco
cooperativo, un sistema comunicativo sensato, che la referenza dell'oggetto
viene a stabilirsi (Pavel, 1986, 182).
L'ipotesi
di Lewis si differenzia così dalle conclusioni di Derrida e del decostruzionismo, arrivando a fornire una
spiegazione di cosa sia una referenza e quindi un significato. Ma è utile
notare che ciò può essere fatto solo in quanto si é abbandonata la pretesa di
spiegare la referenza stando unicamente all'interno del sistema della lingua.
La comunicazione è alla fine garantita rifacendosi all'esperienza. A una
regolarità di fatti che si consolidano nella convenzione.
A
questo punto non può non tornarci alla mente la semiotica peirciana. Peirce,
tramite il concetto di interpretante, stabilisce che ogni segno si determini
rifacendosi a altri. Questa ipotesi tuttavia non permette di giungere a
definire effettivamente un segno, perché esso si va a porre in una serie
infinita di rimandi. Peirce giunge così
a proporre la nozione di interpretante finale (Eco, 1979,42). Esso è descritto come un'abitudine, una
regolarità osservata, una legge di fatto. Ancora una volta la soluzione del
problema della referenza mostra di non potersi risolvere stando solo
all'interno della lingua. Bisogna uscire dal sistema dei segni e rivolgersi
all'esperienza, rivolgersi ai fatti. Cosa sia però un fatto non è facile dirlo.
Ogni esperienza che entra nella nostra coscienza si esprime e definisce solo in
un linguaggio, sia anche esso un linguaggio formale o scientifico. In questo
senso rientrerebbe nel circolo di rimandi della referenza, che abbiamo
osservato essere alla base di ogni lingua. Ne risulterebbe che nemmeno il
riportarsi a un fatto permetterebbe di definire completamente una qualsiasi
referenza. Popper del resto ci ha insegnato come si possa ritenere fondato solo
il fatto negativo, solo la contraddizione si mostra, il fatto positivo è sempre
corrotto dalla teoria, dal sistema interpretativo nel quale lo inseriamo
(Popper, 1972). La tesi dell'indeterminatezza della referenza di Quine si basa
sulla constatazione che da un linguaggio coerente non si potrà mai trarre un
riferimento, perché la coerenza sarebbe possibile anche per un linguaggio con
referenza diversa (Quine, 1960). Quindi mi si potrebbe presentare un fatto
sempre accanto a un altro e io non distinguerei così, grazie alla sola
espressione, i due fatti. Tuttavia se questo è anche accettabile dovrò pur dire
che due fatti, che sono tra loro molto diversi, e che quindi raramente o mai,
si presentano insieme, saprò perfettamente distinguerli. Questo ci dice che il
riferimento non può mai essere preciso ma che comunque ha una valenza
significativa.
Se
osserviamo, come fa Quine o come è implicito nella semiotica peirciana, una
inevitabile auto referenza del linguaggio, che si definisce sempre al suo
interno, senza possibilità di toccare veramente l'oggetto riferito, non
dobbiamo però dimenticarci che queste osservazioni si fondano su principi assoluti, e devono quindi trovare la loro
ragionevole collocazione nella quotidianità dei fatti. Non è infatti in alcun
modo dubitabile che il linguaggio sia in grado di apportare una valenza
significativa. Quando parliamo siamo capiti e ci capiamo. L'osservazione della
circolarità del linguaggio deve portarci a dire che la referenza non sia
completamente determinabile, che rimanga in qualche modo indefinibile. Ma
questo si spiega perfettamente considerando il suo carattere di atto psicologico personale, che in quanto
tale non sarà mai del tutto comunicabile all'esterno. Ma "non del tutto"
non significa affatto "per niente".
Il
primo a formulare il principio di verificazione fu Wittgenstain. Egli scrive nel Tractatus:
Comprendere
una proposizione vuol dire sapere cosa accada se essa è vera (Wittgenstain,
1918).
All'interno
del così detto circolo di Vienna questa tesi fu accolta con entusiasmo. In modo
particolare la riprese Schlick, sostenendo che la conoscenza potesse essere
definita come un rapporto di coordinazione univoca fra un segno e un dato
(Caslegno 1997, 303).
Tuttavia,
nel senso più forte, il principio di verificazione va inteso alla maniera di
Dummett. Dummett critica la possibilità che si possa costruire una logica
basandosi sul concetto di verità e ritiene che invece lo si possa fare meglio
tramite il principio di verificazione (Dummett, 1976).
Il
linguaggio lo si comprende attraverso l'osservazione dell'uso che ne fanno i
parlanti. Non è possibile a priori, e in virtù di principi unicamente logici,
stabilire su cosa si fondi un significato. Se così è, il filosofo del
linguaggio non deve tanto determinare i principi del funzionamento del
linguaggio, quanto piuttosto confutare false immagini del suo funzionamento e
di volta in volta evidenziare fatti rilevanti che emergono dalla sua analisi.
Dummett
fa innanzi tutto una distinzione. Egli ritiene che esistano enunciati
decidibili, per i quali sia possibile afferrare esattamente le condizioni di
verità, e enunciati non decidibili, per i quali non sarà mai possibile
stabilire le condizioni di verità.
È
da notare che per Dummett decidibile ha un significato diverso dalla
definizione che se ne da in logica. Non si tratta di enunciati dei quali è
possibile calcolare una proceura di teorematicità, ma più semplicemente di
enunciati verificabili. In sostanza non è in gioco l'universalità delle
condizioni di decisione, come nel caso logico, bensì un enunciato si dice
decidibile solo in relazione alla possibilità attuale di verificalo. La nozione
è quindi prettamente accidentale e è negata ogni possibilità di reperire
principi universali di decidibilità (Casalegno, 1997).
Ad
esempio ogni proposizione al passato risulta non decidibile. Se dico:
"Alle
5 del 3 Agosto del 1620 sul ponte di rialto non c'era nessuno",
certamente
non potrò in alcun modo conoscere verificare le condizioni di verità
dell'enunciato. Dire che conoscere il significato significa conoscerne le
condizioni di verità è a questo punto, secondo Dummett, assurdo perciò si deve
riformare la logica su altri principi. E' da notare come Dummett non colga con
esattezza il senso del termine "condizione di verità". Dire di
conoscere le condizioni di verità di un enunciato non significa pretendere di
essere in grado di stabilire la effettiva e completa corrispondenza
dell'enunciato rispetto allo stato di cose riferito. Semplicemente significa
essere in grado di comprendere a quali condizioni l'enunciato risulti vero e a
quale condizioni esso risulti invece falso. Nel caso di una proposizione al
passato io posso ritenere di conoscerne le condizioni di verità per il semplice
fatto che capisco perfettamente cosa deve essersi verificato perché la
proposizione possa dirsi vera. Non potrò mai verificare l'esattezza della
proposizione ma so cosa essa mi dice della realtà, o meglio dello stato di
realtà che mi ha indicato (Casalegno, 1997).
In
effetti ciò che Dummett avversa della teoria classica del significato, basata
sul concetto di verità, è proprio la tendenza a spartire il mondo in due aree
nettamente distinte, da un lato le cose vere, sussistenti, e da un lato quelle
false, non sussistenti. Perciò egli propose di utilizzare la logica
intuizionista come supporto funzionale alla sua teoria. La logica intuizionista
elimina il principio di bivalenza, per il quale una proposizione può essere o
vera o non vera. Elimina insomma il principio del terzo escluso. In realtà egli
non si avvede che la teoria classica non pretende, attraverso il concetto di
verità, di stabilire il valore effettivo dello stato di cose menzionato, ma più
semplicemente stabilire cosa l'enunciato intenda dirmi sullo stato di cose che
presenta, cioè senza pretesa diretta di indicare una realtà. Per capire quando
l'enunciato indichi una stato di cose attuale dovrò in ogni caso rivolgermi
all'esperienza, fatta eccezione per le proposizioni analitiche, nelle quali
semplicemente si enunciano rapporti tra termini linguistici.
Del
resto quando Dummett cercò di definire positivamente il criterio di
verificazione riscontrò varie difficoltà (Casalegno, 1997, 316). Se dico:
"Maria è cugina di
Cesare",
potrei
stabilire verificata la proposizione qualora il mio amico Cesare mi confermasse
la sua veridicità. Ma veramente in questo caso la proposizione sarebbe
verificata? E' sufficiente un atto di fiducia nella buona fede di un parlante?
Oppure dovrei ricorrere all'ufficio anagrafe, o forse meglio all'esame del DNA?
Ma veramente il mio sistema di analisi dei geni è affidabile? E se un giorno
scoprissi che il gene non può in nulla rivelare la parentela? Quale è
effettivamente il criterio di verificazione? Quanto meno bisogna dire che ce ne
possono essere più d'uno. Del resto a quel punto sarebbe lecito chiedersi a
quale si debba attribuire la preminenza.
Inoltre
qualora le mie conoscenze mutassero dovrei mutare il principio di
verificazione, dovrei dire che prima non conoscevo il valore del mio enunciato.
Infine si potrebbe obbiettare che il concetto di verificazione contiene
necessariamente quello di verità e non viceversa.
La
teoria verificazionista contiene in sé un elemento di grande importanza. Essa
individua come un enunciato in definitiva debba riferirsi all'esperienza.
Tuttavia a parer nostro essa sbaglia completamente l'impostazione del problema
relativo al significato e alla referenza, finendo col costruire un impianto
complessivamente errato. Il ricorso all'esperienza non può servirci come
criterio diretto di comprensione degli enunciati. Non è così che le cose
avvengono. A esempio, come rileva Chomsky, nel funzionamento della lingua hanno
certamente un grosso ruolo funzioni che acquisiamo per eredità genetica
(Chomsky, 1998). Queste funzioni possono essere considerate, da un punto di
vista del criterio di comprensione degli enunciati, strutture universali. Il
ruolo cooperativo della comunicazione, per il quale i parlanti collaborano alla
produzione di senso, ci permette di non richiedere necessariamente un ricorso
empirico diretto, in quanto il più delle volte i parlanti si basano sul
principio della buona fede.
Il
ruolo dell'esperienza nella produzione di un significato non è comunque da
sottovalutare. Come abbiamo visto, le teorie di Quine (Quine, 1960) e di Peirce
(Eco, 1979) in definitiva riportavano alla necessità di un ricorso
all'esperienza. La referenza di un segno non può essere stabilita solo
rifacendosi a un linguaggio, cioè a un sistema di segni e di regole, altrimenti
si cade in una inevitabile circolarità che ci obbliga a definire un segno in
virtù di un altro e a non poter mai raggiungere la referenza dell'oggetto.
Bisogna però capire cosa si debba intendere per esperienza. Già abbiamo visto
come sostanzialmente bisogna dire che essa si stabilisca in termini negativi.
Nel senso che mai tocco un'esperienza positiva. Qualsiasi fatto, per
comunicarsi, va espresso in un linguaggio e il linguaggio ricade nella
circolarità. Tuttavia, se forse non si può definire un fatto positivamente
possiamo per lo meno farlo in senso negativo, ciò riscontrando quando esso non
si verifichi mai. Se tento di attraversare un muro e vado a sbattere, forse non
potrò dire cosa sia il muro ma saprò che è una cosa attraverso la quale un
corpo non passa. A ben vedere, le stesse strutture mentali ereditate
geneticamente si costituiscono in virtù di un confronto negativo con
l'esperienza. Noi le ereditiamo come universali, e possiamo forse conoscere
attraverso esse senza che ci sia fornito nulla di più. Detto questo, bisogna
anche ammettere che la nostra specie abbia acquisito queste strutture
attraverso un'evoluzione, attraverso una selezione che ha isolato i caratteri
più vantaggiosi, quindi proprio attraverso un confronto negativo con
l'ambiente, nel quale le funzioni perdenti sono state eliminate.
In
buona sostanza il principio di verificazione, come principio del primato
dell'esperienza, può essere accettato solo considerandolo come principio non
immediato di conoscenza. Nel senso che un parlante non si basa direttamente su
esso per stabilire la referenza di un segno. Il parlante si rifà all'esperienza
solo in quanto processo storico. Come processo diacronico di formazione della
lingua in una comunità coesa di parlanti. Come processo di selezione naturale
delle funzioni biologiche di una specie.
Domenico
Parisi, ricercatore del CNR, ha con coraggio messo in evidenza un forte limite
che accomuna quasi tutte le ricerche sul significato. Si tende a vedere mente e
corpo come due fenomeni separati. Egli sostiene che l'idea di una mente, come
fenomeno separato dal corpo, come fenomeno altro, serve agli uomini per
sentirsi esseri speciali. Questo altissimo valore che si dà alla mente fa sí
che negli approcci di studio a questo fenomeno si intervenga sempre con una
specie di riguardo. Gli stessi psicologi utilizzano nei loro studi categorie
particolari, che staccano i fenomeni da loro studiati da tutto il resto della
realtà. Si parla di fenomeni mentali come entità separate da quelle biologiche,
con terminologia diversa, col sottinteso presupposto che a un certo punto si
possa smettere di parlare di biologia, di cervello, per rivolgersi
all'osservazione di fenomeni qualitativamente diversi. Allo stesso modo, quando
si osservano i fenomeni sociali di una cultura, lo si fa considerandoli
radicalmente differenti da quei fenomeni personali che determinano il
comportamento degli individui. Questo però non è accettabile qualora si voglia produrre
una comprensione della realtà. La realtà non è un fenomeno franto in varie
sfere di competenza, ma può essere spiegata, ricondotta a un ordine, solo
considerandola come un'unità continua. La scienza deve considerare i fenomeni
sempre come prossimi. Solo così del resto si può capire un fenomeno grazie a un
altro. E' necessario attribuire a essi una medesima storia, riportarli a una
stessa comprensione (Parisi, 1999, 10).
Le
osservazioni di Parisi possono rivelarsi molto utili. Non tanto per stabilire se la realtà vada intesa
unicamente come materia o se oltre alla materia esista uno spirito. La
questione non si risolverebbe nemmeno mostrando tutti i passaggi attraverso cui
la realtà agisce, infatti il problema dello spirito è posto per motivare perché
la realtà esiste, non come esista. Parisi invece pone un importante problema di
metodo. Oggi abbiamo varie scienze che si interessano allo studio della mente,
ma affrontando il problema da almeno tre approcci diversi. La biologia, la
genetica, la fisiologia la studiano al livello delle entità più piccole, le
molecole, le cellule, gli organi. Le neuroscienze, la psicologia, la logica
affrontano il livello dell'individuo e trattano dei così detti fenomeni
mentali. La sociologia, l'economia, l'antropologia, la storia si occupano delle
società, delle culture. Fra questi tre blocchi si pone a frattura il concetto
di mente che impedisce una
spiegazione unitaria di fenomeni che probabilmente hanno molto in comune fra
loro (Parisi, 1999, 29). In effetti capita piuttosto frequentemente che gli
studiosi di queste materie conducano la loro indagine in modo sostanzialmente
autonomo, con scarso interesse per i risultati ottenuti in discipline che
lavorano con metodi e terminologie indipendenti. Fin dall'ottocento, la psicologia
ha scelto un vocabolario diverso dalle scienze naturali. Il vocabolario della
psicologia non si riferisce a entità fisiche, non si riferisce a cause e
effetti fisici. Così allo stesso modo uno studio biologico raramente prende in
considerazione macrofenomeni. Quando si osserva il comportamento di alcune
cellule o molecole, solitamente si imposta lo studio sulla semplice
osservazione dei fenomeni prossimi che esse producono, secondo la pretesa che i
macrofenomeni siano sostanzialmente somme o giustapposizione di quelli più
piccoli.
La
scienza non è in grado di riportare i fenomeni biologici, quelli mentali e
quelli sociali sotto un'unica teoria. A ragione bisogna osservare che la
separazione in campi specifici di ricerca ha nella scienza un preciso valore.
Definendo il fenomeno da osservare, si permette un lavoro più approfondito,
svincolato dal rischio di dover continuamente rimandare una spiegazione.
Tuttavia si deve anche considerare l'effetto negativo che ha una restrizione
troppo ottusa. La tentazione di ogni scienziato è di considerare la propria
materia come quella fondamentale, e è certamente vero che spesso non si dà
giusta considerazione alle questioni portate avanti da altri rami del sapere.
In modo particolare, gli studi sulla mente paiono viziati da una eccessiva separazione di ambiti. E non a caso si
parla di cervello e di mente come realtà diverse, per molti qualitativamente
diverse.
Secondo
Parisi, l'ultimo atto di questa ingiustificata e fuorviante distinzione è
dovuto alla psicologia cognitiva. La
psicologia cognitiva ha affrontato lo studio della mente secondo la metafora
del computer. Il nostro cervello è paragonato a una macchina computazionale e
le sue funzioni possono essere spiegate come interazioni fa simboli.
L'idea
che la mente possa descriversi come sistema simbolico può farsi risalire a John
McCarthy (Scaruffi, 1991). Egli inventò il linguaggio di programmazione LISP,
il primo sistema in grado di elaborare
anche simboli. Fino a tutti gli anni cinquanta il computer veniva usato
unicamente come macchina calcolatrice. Il suo utilizzo era ritenuto utile per
sostituire nelle più grosse amministrazioni serie innumerevoli di contabili.
L'idea di McCarthy fu di esprimere nei
termini del computer il concetto di funzione ricorsiva introdotto da Hilbert
nel 1925 e utilizzare il calcolo Lambda formalizzato da Church nel 1941 per
compiere operazioni su tali funzioni. L'importante innovazione di McCarthy
consiste nell'aver esteso quei concetti, originariamente pensati soltanto per
le funzioni numeriche, anche al calcolo simbolico. Si potevano ora esplorare le
funzioni cognitive della mente umana. Fu introdotto e si diffuse il termine di
intelligenza artificiale, che divenne presto il programma di tutta una comunità
scientifica (Scaruffi, 1991).
In
quegli anni il modello prevalente fu quello proposto nel 1957 da Allen Newell e
Herbert Simon, secondo il quale tanto la mente umana quanto il computer sono
esempi di sistemi simbolici fisici
ovvero elaboratori simbolici. L'intelligenza viene allora indirettamente
definita come la capacità di elaborare simboli (Newell e Simon, 1972).
Più
propriamente, la scienza cognitiva fa riferimento al principio di equivalenza forte. Si dicono equivalenti
in maniera forte due processi che esibiscono lo stesso comportamento
utilizzando la stessa rappresentazione e lo stesso algoritmo, quindi se le loro
strutture interne sono identiche.
Il
modello standard della scienza cognitiva prevede due tipi di memoria. William James già nel 1890 distingueva tra
una memoria a breve termine, short-term
memory, e una a lungo termine, long-term
memory. La prima lavora su un tempo di accesso molto piccolo, circa un
terzo di secondo, e ha una capacità assai limitata di gestire informazione: può
elaborare circa sette blocchi, o chunk. La seconda immagazzina una serie
più ampia di informazioni (Scaruffi, 1991).
Dagli
informatici, che acquisivano successo e visibilità, l'idea passò a un po' tutta
la comunità scientifica. Ad esempio il logico Jerry Fodor dirà che la mente è
paragonabile a un computer, cioè una macchina di Turing, che funziona tramite
simboli che ingenerano funzioni (Fodor, 1975). Egli ritiene che la maggior
parte dei concetti debbano ritenersi innati. Le credenze e i desideri possono
essere spiegati come enunciati che hanno il medesimo contenuto degli enunciati
asseriti, ma sui quali sia scritto il loro particolare statuto. Ad esempio
l'enunciato:
"Credo di aver perso
le chiavi!".
Viene
riportato dalla nostra mente come:
Credo ( ho perso le chiavi).
Il
modo corretto per valutare se un simbolo corrisponda a una cosa è quello di
vedere se corrisponde sempre a quella cosa. A esempio ø sta per
"cane" se ogni volta che ho un cane ho ø. Se a esempio mi accorgo che
in certi casi ho una pecora e ho ø, non potrò più dire che ø sta per
"cane". Si capisce come l'idea generale di atto mentale sia di tipo
immediatamente computazionale, nel senso che si concepiscono i fenomeni mentali
complessi come giustapposizioni di fenomeni semplici (Fodor, 1975).
Parisi
osserva che questo tipo di impostazione allontana la spiegazione della mente
dai fenomeni biologici. In effetti una struttura biologica non lavora come un
computer, non lavora tramite simboli. Si potrebbe osservare che una molecola,
agendo su un'altra, trasmette informazione, almeno sotto forma di energia, in
quanto provoca una reazione determinata. Ne conseguirebbe che un sistema
biologico possa essere in definitiva paragonato a un sistema computazionale,
per quanto complesso. Tuttavia è anche facile far notare come un sistema
biologico si determini in relazione a molte cose al suo esterno. A esempio esso
è frutto di una evoluzione della specie e agisce secondo l'informazione
genetica che lo costituisce. Inoltre qualsiasi essere vivente è fortemente
legato all'ambiente esterno e con esso interagisce di continuo. Ma c'è di più:
continuare a descrivere gli eventi mentali come realtà distinte da quelle
molecolari non giova alla comprensione del fenomeno. Secondo Parisi il modello
cognitivista, e in particolare la metafora mente-computer, non potrà rivelarsi
del tutto fruttuosa. Prendendo questo indirizzo si tende a riferirsi a un
modello di organizzazione dell'informazioni, quello della macchina,
sostanzialmente diverso dal cervello, considerandolo più prossimo alla nostra mente
che non le stesse strutture biologiche che la costituiscono (Parisi, 1999, 39).
Il modello sarà sostanzialmente da abbandonare.
L'idea
di Parisi è che la descrizione della mente debba sempre essere ricollegata a strutture neurali. Le strutture neurali sono
quelle che certamente sostengono ogni evento mentale. Se ci interessa una
spiegazione unitaria del reale dovremo quindi partire dalla comprensione di
queste strutture per risalire via via a fenomeni più complessi. Questa
impostazione non può essere intesa come
un riduzionismo, perché non si tratta di dire che tutto si riduca alla
biologia, o che tutto si spieghi nelle leggi della biologia. La biologia è solo
vista alla base degli altri fenomeni e in continuità con essi (Parisi, 1999,
75).
Lungo
questo percorso la strada da fare sarà ancora lunga. Parisi inizia però a
proporre alcuni studi che lavorano con questo obbiettivo. Queste ricerche si
basano sulle simulazioni a computer. In pratica si simulano degli organismi che
si comportano nell'ambiente simulato a seconda della struttura neurale che si è
loro fornita. A questo punto si osservano le situazioni che si vengono a
creare, scoprendo a volte ipotesi che non si potevano formulare partendo solo
dai dati iniziali attraverso i quali si era impostata la simulazione.
Vediamo
ad esempio una simulazione eseguita da Parisi con lo scopo di meglio
comprendere il funzionamento del linguaggio (Parisi, 1999, 138).
Programmiamo
il nostro computer in modo che possa presentarci dei piccolo animaletti in
azione in un ambiente. Innanzi tutto dovremo prevedere che gli organismi
possiedano una rete neurale. Ciascuna unità della rete avrà un livello
quantitativo di attivazione che corrisponde, nel sistema nervoso reale, alla
soglia di attivazione necessaria perché il neurone spari i suoi impulsi lungo le connessioni nervose a cui è
vincolato. Ogni connessione ha anche un peso
che dice quanto quell'unità influenzi il livello di attivazione di un'altra.
Questo peso nel sistema nervoso reale corrisponde al numero di siti sinaptici
che lega due neuroni.
La
rete neurale degli organismi simulati dal nostro computer è molo semplice e è
costituita sostanzialmente su tre livelli. A un primo livello abbiamo gli stimoli di input, all'ultimo livello
abbiamo delle azioni di output, tra
questi due livelli c'è la possibilità che il legame casuale tra input e output, che originariamente è dato alla
struttura neurale, venga mutato, o alla nascita attraverso casuali mutazioni
genetiche, oppure attraverso l'apprendimento, ciò il rinforzo su legami che
hanno prodotto output vantaggiosi. La nostra popolazione di organismi simulati
si nutre di funghi simulati. Questi funghi sono di due tipi, buoni, che
aumentano l'energia a disposizione dell'organismo, cattivi, che diminuiscono
questa energia.
La
nostra popolazione di organismi ha già imparato, attraverso la selezione
naturale, cioè a causa della progressiva morte di quegli organismi non preparati, nonché attraverso l'apprendimento, a riconoscere i
funghi buoni da quelli cattivi. In buona sostanza gli organismi possiedono
degli input relativi alla posizione del fungo e degli input relativi alle
caratteristiche del fungo. Tramite selezione e apprendimento hanno imparato a
far corrispondere agli input relativi ai funghi buoni degli output che li
conducessero nella posizione dei funghi, e in questo modo a mangiarli
aumentando la propria energia. Nel caso l'input fosse causato da un fungo
cattivo l'output dovrà portarli lontano dalla posizione occupata dal fungo.
Ora
ammettiamo di stabilire che questi organismi debbano sempre viaggiare in
coppia, un organismo anziano con uno giovane, e che ai loro input sia aggiunta
la possibilità di percepire un suono, mentre al loro output la possibilità di
produrre suoni. Ora l'organismo adulto ogni volta che si avvicina a un fungo
buono produrrà un suono, mentre quando si avvicinerà a un fungo cattivo ne
produrrà un altro. E' da notare che l'organismo anziano produrrà per funghi
buoni sempre lo stesso suono, benché le loro caratteristiche non siano del
tutto identiche, e lo stesso avverrà con i funghi cattivi. L'organismo giovane
avrà così due diversi tipi di input che si presenteranno nella stessa
situazione: quelli relativi alle caratteristiche del fungo e quelli relativi al
suono. L'organismo giovane imparerà così più velocemente a capire quali funghi
mangiare. Questo è comprovato dal fatto che se proviamo a lasciare alcuni
organismi giovani da soli, senza la possibilità di sentire il suono, essi
agiranno con maggiore insicurezza. La cosa
succede perché, quando il giovane organismo riceve l'input relativo alle
caratteristiche del fungo accanto a quello sonoro, riesce meglio nel lavoro di
categorizzazione, cioè nel decidere quale caratteristiche appartengano ai
funghi buoni e quali a quelli cattivi. Infatti l'informazione a sua
disposizione sarà più chiara e diretta. Abbastanza presto potrà imparare a
riferirsi all'input sonoro per distinguere i funghi. Appreso questo gli sarà
sufficiente confrontare le relazioni tra input sonoro e caratteristiche
osservate. Ad esempio se in uno stesso momento percepisse due caratteristiche
diverse, una tipica del fungo buono e una tipica di quello cattivo, attraverso
l'apporto dell'input sonoro potrebbe subito distinguere quale output produrre,
in caso contrario dovrebbe rifarsi alla sua struttura neurale.
Un’altra
cosa sorprendente che la simulazione mette in luce è come, dopo un certo
periodo di tempo, il giovane organismo inizierà a produrre lui stesso il suono
corretto, a seconda del tipo di fungo incontrato. Il suono che egli produce lo
produrrà anche per se stesso, perché l'output prodotto rientra nella rete come
input. Questo di nuovo lo aiuterà a rafforzare la sua categorizzazione dei
funghi (Parisi, 1999, 140).
Figura 2.1. Rete neurale.

Parisi,
nella sua critica al concetto di mente e all'uso forviante che se ne farebbe,
probabilmente eccede un poco. In effetti non esiste verosimilmente uno studioso
di fatti mentali che non sia cosciente di come ogni evento psichico debba la
sua origine a fatti di ordine chimico e biologico. Del resto in assenza di una
teoria unitaria relativamente alla comprensione del corpo e della mente, può
essere comunque utile interessarsi alle strutture generali del funzionamento
cerebrale. Necessariamente queste strutture vanno ipotizzate per motivare certi
fenomeni della nostra vita cognitiva Nella scienza è legittimo postulare
l'esistenza di una realtà non ancora del tutto comprensibile, non
immediatamente osservabile, qualora questa motivi un fatto, o una serie di
fatti imprescindibili. In effetti
alcune strutture ipotizzate da Chomsky a spiegazione di fatti linguistici
osservabili, sono state poi riconosciute come riconducibili a alcune
osservazioni svolte in seno alla neuroscienza. E' anche vero che i fatti generali, qualora non si sia in grado di
riportarli a eventi semplici, inseriti
in una teoria distinta rischiano di diventare spiegazioni parziali e forvianti.
In particolare pare azzeccata la critica alla metafora mente-computer.
Tralasciamo l'affermazione che la mente sia, o non sia, una macchina simbolica,
visto che non è di certo facile dire quando una macchina si definisca
simbolica. Quindi a partire da quale livello l'informazione possa essere
definita un simbolo. Dobbiamo dire comunque che l'idea di spiegare la mente
partendo da computer risulti effettivamente fuorviante. Concedendo pure che
l'uomo possa definirsi una macchina, non si capisce per quale motivo si
dovrebbe spiegare una macchina molto complessa, l'organismo biologico, partendo
da una più semplice, quella digitale. A
parte questo, visto che qualcuno potrebbe sostenere la superiorità del
calcolatore elettronico, basandosi magari sulla sua più elevata rapidità di
calcolo, bisogna riconoscere che cervello umano e computer funzionano su basi
abbastanza diverse. Come ignorare che un uomo ha uno sviluppo di crescita, ha
dei sensi, dei rapporti sociali e dei sentimenti. E' vero che tutte queste cose
non vengono, o non vengono parzialmente, considerate quando egli è impegnato in
una attività intellettuale razionale, che tutte queste funzioni possano essere
messe tra parentesi qualora si voglia isolare la capacità razionale umana.
Tuttavia il sistema che produce queste attività, quelle emotive come quelle
razionali, sarà certamente un'unità coerente, e la sua struttura dovrà spiegare
le une come le altre, in continuità, senza fratture. Il nostro cervello deve
essere pensato come una struttura abbastanza complessa per motivare le
emozioni, le paure, come le facoltà logico deduttive. Come è possibile voler
ridurre un tale sistema al modello sostanzialmente logico-formale, al quale, a
oggi, rimangono ancora legati i sistemi artificiali?
In
particolare, per ritornare al nostro punto di partenza, cioè spiegare la
referenza, si dovrà accettare come fondamentale il ricorso all'esperienza.
Usiamo il termine nella maniera più generale, come rapportarsi all'ambiente. E
usiamo il termine riferendoci sia alla vita quotidiana che in relazione alla
giustificazione di una teoria della
referenza. Nella vita quotidiana stabiliamo le referenze tra termini e cose
basandoci certamente sulle nostre facoltà linguistiche, ma anche
sull'esperienza sensibile diretta che facciamo delle cose, dei rapporti
sociali, degli insegnamenti che ci vengono impartiti. Una teoria della
referenza non sarà accettabile se non si richiama all'esperienza, pur dovendola
considerare in termini negativi, secondo le osservazioni fatte soprattutto da
Popper (Popper, 1972). In questo caso per esperienza si può intendere non solo
quella individuale ma anche quella che una specie eredita per selezione
naturale, oppure quella che una cultura sedimenta nel processo storico e
trasmette a tutti i suoi individui.
Tenendo
per acquisito il fatto che un linguaggio si costituisca sempre in relazione
dialettica con la realtà, quasi in un continuo progresso di capacità
espressiva, è giusto chiederci fino a che punto ciò avvenga. Si è visto che il
problema della referenza non è del tutto affrontabile da una teoria che non
faccia ricorso, a un certo punto, all'esperienza. Una teoria del linguaggio
deve rendere ragione del fatto che una lingua non significa mai solo in
riferimento a se stessa, solo stando chiusa nella propria struttura ordinativa.
Tra tutte le regole che permettono a un linguaggio di funzionare ce n'è sempre
una molto importante che chiede a un certo punto di far riferimento
all'esperienza. Questo lo si capisce bene quando si vede che una lingua è
sempre frutto di una convenzione e che sarà quindi indispensabile una
collaborazione fra i parlanti. La collaborazione si fonderà sul principiò di presunzione di sensatezza, per cui chi
pronuncia un enunciato, anche qualora apparentemente violi le regole
linguistiche, intende produrre un senso. In base a questo principio si scorge
subito come un parlante possa arrivare a comprendere un enunciato, anche
qualora non conosca o capisca le regole su cui si basa, riferendosi al contesto
nel quale viene pronunciato. Non per niente si possono imparare linguaggi
nuovi, anche senza conoscere in partenza nessuna delle loro regole.
Detto
questo, dobbiamo ancora capire fino a che punto una lingua si costruisca in
riferimento all'esperienza e fino a che punto si basi su regole costitutive
invariabili. In effetti per ora abbiamo parlato dell'esperienza intendendo il
termine nel modo più ampio possibile. Abbiamo infatti mostrato come per
esperienza si possa anche intendere l'esperienza acquisita da una specie
durante la sua evoluzione, o ancora come processo di formazione storico di una
lingua, attraverso l'uso che ne fanno i parlanti nella maturazione della
società. I linguisti però distinguono di una lingua un piano diacronico, quindi un piano sul quale la lingua è considerata
in base ai suoi mutamenti nella storia e nella cultura, e un piano sincronico, un piano nel quale la
lingua si considera in relazione alla forma che acquisisce in un determinato
periodo temporale. Può darsi che isolando il linguaggio dalle sue mutazioni
diacroniche, cioè dai mutamenti nel tempo, si possa giungere a stabilire un
sistema completamente determinato, sostanzialmente un sistema formale, nel
quale dato un termine, o se si vuole un tratto testuale, sia sempre possibile
individuarne la referenza. Come ci ha insegnato Chomsky non bisogna di certo
sottovalutare il carattere innato della nostra facoltà di linguaggio (Chomsky,
1998).
Fin
dall'inizio della sua ricerca Chomsky non si stanca di evidenziare un fatto particolarmente singolare e
significativo: la sorprendente capacità di apprendimento di un linguaggio da
parte dei bambini. I bambini apprendono l'uso del linguaggio in un arco di
tempo relativamente breve. L'intervento degli adulti è inoltre molto ridotto,
limitandosi alla correzione di alcuni errori e all'insegnamento di qualche
parola. Se consideriamo i dati empirici a disposizione dei bambini, vediamo che
questi sono tutto sommato scarsi e sicuramente incompleti. Essi possono, in
certe fasi, imparare al ritmo di diverse parole al giorno. La conoscenza della
lingua a cui giungono invece è profonda e complessa, ricca di regole articolate
da una continua serie di eccezioni. Non è perciò ragionevole ritenere che
l'apprendimento linguistico avvenga tramite una disposizione al comportamento
verbale, rafforzata o indebolita dai successi e dagli insuccessi. E' invece
molto più sensato accettare una predisposizione innata, non solo al linguaggio
in generale, ma a una determinata modalità di comunicare e comprendere la
realtà che sperimentiamo.
Qui
Chomsky sviluppa il così detto problema di Platone. Nel Menone (Platoe, Menone, 81 e - 82 b), Socrate invita uno schiavo a formulare una costruzione geometrica,
lo schiavo, pur non essendo stato istruito, risolverà il problema posto.
Socrate a questo punto si chiede da dove venga questa conoscenza, e poiché è
certo che nessuno l'abbia fornita allo schiavo, risponderà che essa è innata.
Secondo
Chomsky, Platone dà sostanzialmente una soluzione corretta al problema. Di
certo le conoscenze che possediamo come innate non ci derivano da una
contemplazione, prima della nascita, del mondo delle idee, ma si può
ragionevolmente inferire che tali conoscenze appartengano al nostro patrimonio
genetico. Nel corso dell'evoluzione, per vie che ci sono ancora ignote, il
nostro cervello ha acquisito capacità che sono parte del suo patrimonio
biologico (Chomsky, 1998, 5).
Questo
patrimonio biologico, relativamente alle facoltà del linguaggio, può essere
definito grammatica universale, compito della linguistica è svelarne le
strutture fondamentali. Ovviamente, poiché esistono lingue diverse, questi
principi universali potranno essere declinati in vario modo. Chomsky formula
così la teoria dei principi e dei parametri. Innanzi tutto esistono dei principi
fondamentali applicabili a qualsiasi linguaggio e senza i quali un sistema di
segni non si può definire lingua. Accanto a questi esisteranno pure delle
limitazioni accettabili. Lo schema di base può essere integrato solo in alcuni
punti prestabiliti e per ogni punto l'integrazione può assumere un unico
valore. Chomsky fa spesso l'esempio di un circuito di interruttori nel quale si
possa decidere, per ogni interruttore, in quale posizione vada conformato
(Chomsky, 1975).
Si
capisce benissimo a questo punto come, secondo Chomsky, la linguistica non
debba studiare questa o quest'altra lingua naturale, ma si occupi altresì di
studiare stati mentali che postulerà come spiegazioni a fenomeni linguistici
vari, tutti però riconducibili a un unico schema innato. Queste facoltà innate
determinano la nostra conoscenza della sintassi linguistica.
Parrebbe
insomma, stando alle osservazioni di Chomsky, che relativamente a un singolo
individuo la lingua sia sostanzialmente un sistema sintattico, ciò funzionante
su regole date che determinano i possibili valori significativi assunti dal
linguaggio. In linguistica è consueto il dibattito fra sostenitori
dell'indipendenza della sintassi della semantica e coloro che registrano una
strettissima dipendenza dell'una dall'altra. Chomsky su questa questione ha
sostenuto tesi diverse negli anni. Se la sua posizione sul significato è
mutata, passando da una concezione di radicale fondazione dei significati nella
sintassi a una più morbida che postulava l'intervento semantico, tuttavia è
possibile dire che mai egli abbia rinnegato l'autonomia della sintassi, cioè
l'idea che si possa costruire una sintassi in modo del tutto indipendente dalla
conoscenza semantica (Casalegno, 1997, 328).
Ci
chiederemo quindi nei prossimi paragrafi fino a che punto una lingua,
sincronicamente considerata, si fondi su una regolarità sintattica, e quindi
fino a che punto la referenza si possa calcolare. Fino a adesso il nostro
discorso è rimasto su di un piano molto generale: ci siamo chiesti se la
referenza fosse rintracciabile riferendosi unicamente alla lingua. Ora il
discorso si farà più specifico e tenteremo di cogliere quanto spazio nella
referenza occupi l'appartenenza a una regolarità, a una sintassi, e quanto
spazio vada concesso all'esperienza.
Secondo
la teoria chomskiana, detta trasformazionale
o della grammatica universale, le
frasi della lingua sono rappresentate come strutture gerarchiche nelle quali le
espressioni sono aggregate in blocchi di complessità via via crescente
(Chomsky, 1975). Per descrivere questo gerarchizzarsi delle categorie
linguistiche sono possibili due scritture formali: quella a parentesi e quella
a diagramma. Se ad esempio volessi descrivere la frase:
"La fidanzata di
Pietro ammira Gigi.",
potrei avvalermi di
questi due ausili grafici:
[F[SN[D
la] [SN[N fidanzata] [SP[P di] [N Pietro] ] ] ] ] [SV[V ammira] [SN Gigi] ] ]
].

Innanzi
tutto qui va evidenziata la differenza tra la grammatica categoriale e le
strutture qui descritte. Per la grammatica categoriale, l'apparato delle
categorie è solo una costruzione arbitraria, utile alla comprensione dei
fenomeni linguistici, ma senza pretese di descriverli nella loro realtà
(Chomsky, 1975). Per Chomsky invece
queste strutture descrivono gli stati mentali che realmente sostengono
l'articolazione del linguaggio.
Altra
nozione centrale della teoria chomskiana della grammatica è quella dei livelli di rappresentazione. Nella mente
dei parlanti si formano più rappresentazioni, che derivano l'uno dall'altro e
si strutturano quindi in un ordine di livelli. Chomsky riformulò più volte
questa teoria. Quella che comunemente viene descritta nei manuali si struttura
in quattro livelli, denominati Struttura-p, Struttura-s, Forma Fonetica e Forma
Logica.
Il
passaggio dalla Struttura-p alla Struttura-s determina il movimento di
certi costituenti da una posizione sintattica a un'altra.
La
Struttura-p e la Struttura-s derivano il loro nome dalla precedente
terminologia chomskiana che assegnava alla frase una struttura superficiale e una struttura profonda.
Se
ci chiediamo cosa differenzia una interrogativa da una frase affermativa
potremmo rispondere che esse hanno Strutture-p diverse. (Casalegno, 1997, 351).
"Maria è stata amata
da Pietro",
come interrogativa, senza
l'ausilio dell'intonazione o del segno grafico di interrogazione, potrebbe
rappresentarsi secondo questo ordine:
"È stata amata Maria
da Pietro".
In
questo caso si insiste, mettendolo in prima posizione, non più sul soggetto ma
sull'azione. Questo movimento non si giustifica se non attribuendo, al parlante
che lo opera, un stato d'animo di incertezza nei confronti dell'azione. Come se
egli richiedesse una conferma dell'avvenimento che ha coinvolto
"Maria" e "Pietro".
La
forma fonetica e la forma logica fungono invece da interfacce
tra le facoltà del linguaggio e altre strutture mentali.
Ad
esempio la forma fonetica si attiverà nella fase di riconoscimento dei suoni,
mentre la forma logica sarà un ulteriore passaggio di comprensione sintattica.
Negli
anni ottanta Chomsky ha proposto un approccio che ha definito minimalista. Per
meglio spiegare la facilità di apprendimento della lingua durante l'infanzia lo
schema è stato semplificato (Casalegno, 1997, 352).
Gli
unici livelli mantenuti sono quelli della forma fonetica e della forma logica.
Essi possono più volte intersecarsi, generando un movimento dei termini della
frase. Tuttavia il movimento non è libero, ma deve sempre seguire una
motivazione che accresca la comprensione del significato. La funzione della
struttura-s, che si poneva come piattaforma d'incontro delle varie strutture,
viene sostituita da un punto di scissione, detto "sell-out", a
partire dal quale forma logica e forma
fonetica si dividono in due rami distinti.
Facciamo
ora un esempio di come Chomsky conduca la sua analisi (Chomsky, 1998, 82).
Consideriamo la frase:
"Colui
il quale Maria ci vuole veder esaminare sta aspettando".
Proviamo
a chiederci come una frase di questo genere venga interpretata dalla nostra
mente e perché. Il primo compito che dovremo svolgere è di identificare le
corrette categorie alle quali le parole appartengono. Dopo aver identificato le
parole, la mente utilizza allora i principi della struttura sintagmatica con i
parametri fissati per l'italiano. Identifichiamo con F l'elemento frasale,
avremo:
colui
il quale [F1 Maria ci vuole vedere esaminare].
Siccome
abbiamo altri due verbi dobbiamo inserire altri elementi frasali:
[F1 Maria ci vuole [F2 vedere [F3 esaminare] ]
].
A
questo punto però il verbo "esaminare" richiede un oggetto. Il principio di proiezione motiva il fatto
che "esaminare" possa avere un oggetto pur restando in una posizione
marginale della frase, pur avendo perso contatto col suo oggetto originale. Il
principio di proiezione dice che nella rappresentazione mentale tutti gli
elementi devono comparire. Poiché non
vi compare immediatamente, dobbiamo ipotizzare l'esistenza di una categoria
vuota. La categoria vuota potrebbe essere un pronome, ma poiché qui non si
presenta nessun pronome dovremo ipotizzare la presenza di una traccia di
qualche elemento che appaia altrove, chiamiamolo t1
. In effetti anche la frase F3 non ha soggetto.
Siccome non potrà mancare, potremo spiegarlo nuovamente come traccia. In
definitiva avremo che la struttura della nostra frase si presenterà in questo
modo:
colui
il quale [F1 Maria ci vuole [F2 vedere [F3 [SV esaminare t1]
t2 ] ] ].
Chomsky
ha insomma dedotto la presenza di alcune strutture basandosi sulla necessità di
spiegare la comprensioni di un enunciato che è empiricamente osservabile nella
lingua italiana. Per giustificare il suo metodo egli più volte fa l'esempio
delle molecole chimiche. Queste strutture hanno lo stesso diritto di essere
considerate entità reali che le molecole, dedotte dalla chimica per spiegare
fatti osservati.
Filosofi
come Quine definivano la distinzione fra la struttura analitica e quella
semantica come priva di fondamento. Non era quindi corretto pensare di
ricostruire la struttura del linguaggio a partire da alcuni principi logici.
Chomsky ritiene affrettato questo giudizio. Egli nota come la trama di concetti
sottostante al lessico sia solitamente molto intricata e complessa. L'esempio
portato più spesso è quello di termini come "inseguire" o
"persuadere". Inseguire una persona non significa solo seguirla ma
seguirla con l'intenzione di stargli dietro. Persuadere un amico a fare una
cosa non significa solo essere causa del fatto che faccia la cosa ma essere
causa del fatto che decida di farla.
Nonostante la complessità di questi concetti i bambini sono in grado di
impararli molto velocemente e senza grossi sforzi. La conclusione da trarre è
che anche per queste conoscenze sia lecito supporre un apporto genetico
(Chomsky, 1992b). In realtà una sintassi indipendente da qualsiasi riferimento
esternalista al mondo è nei fatti derivabile. Questo che cosa ci dice sulla nozione
di significato?
Per
Chomsky il significato inteso come riferimento non ha nessun senso dal punto di
vista scientifico. A suo parere la nozione di riferimento può essere accettata
solo a patto di riformularla e di considerare il riferimento come un puro porsi
degli stati mentali costituenti il significato. In pratica il parlante
considerando una data espressione si riferirebbe allo stato mentale che lo
ingenera.
La
portata del passaggio a un'interpretazione mentalistica o concettualistica, al
linguaggio interiorizzato, è più ampia di quanto talvolta si sia apprezzato.
[….] Credo che essa includa anche molto di ciò che viene chiamato in modo
forviante "la semantica del linguaggio naturale". [….] Ma la
relazione di questi sistemi con il mondo degli oggetti con le loro proprietà e
relazioni, o con il mondo come si crede che esso sia, è spesso intricata e
remota. [….] Si può parlare di "riferimento o "coriferimento"
con qualche intelligbilità se si postula un dominio di oggetti mentali associati
con entità formali del linguaggio da una relazione che ha molte delle proprietà
del riferimento, ma tutto ciò è interno alla teoria delle rappresentazioni
mentali; è una forma di sintassi. Non sembra esserci nessun senso ovvio nel
popolare il mondo extramentale con entità corrispondenti, né alcuna conseguenza
empirica o guadagno in potere esplicativo nel fare ciò. [….] La postulazione di
siffatte rappresentazioni mentali non è innocua, ma deve essere giustificata
con argomenti empirici, proprio come nel caso delle rappresentazioni
fonologiche o delle altre rappresentazioni sintattiche (Chomsky,
1986, 44).
In
effetti, egli nota, non è possibile stabilire mai con precisione il riferirsi
di un significato a una realtà determinata. Egli fa questo esempio.
Londra
non è una realtà immaginaria, ma considerandola come Londra - cioè, attraverso
la prospettiva di un nome di città, un tipo particolare di espressione
linguistica - le attribuiamo proprietà curiose: [….] Noi possiamo considerare
Londra tenendo o non tenendo conto della popolazione: da un certo punto di
vista, resta la stessa città anche se la gente l'abbandona; da un altro
possiamo dire che Londra ha acquisito un che di aspro durante gli anni della
Thatcher: un commento, questo, su come la gente si comporta e vive. Riferendoci
a Londra, possiamo parlare di un luogo o area, della gente che talvolta ci
vive, dell'aria al di sopra di essa (ma non troppo in alto), di edifici,
istituzioni ecc., in varie combinazioni ( come in "Londra è così triste,
brutta e inquinata che dovrebbe essere distrutta e ricostruita a 100 miglia di
distanza").[….]
Termini
come "Londra" sono usati per parlare del mondo reale, ma né esistono
né si crede che esistano cose-nel-mondo con le proprietà dagli intricati modi
di riferimento che un nome di città comporta ( Chomsky,
1992a, 221).
Le
conclusione di Chomsky saranno avvallate da diversi studi nell'ambito delle
neuro scienze. Non ultimo si può citare uno studio avvenuto molto di recente a
Milano, portato a termine grazie al lavoro di un equipe mista di linguisti,
neurologi e psicologi dell'istituto S. Raffaele (Pappagallo, 2001). I
ricercatori sono stati in grado di localizzare le aree cerebrali deputate alla
regolazione degli aspetti formali del linguaggio. Si sono serviti di una
tecnologia denominata PET, una tecnica simile alla TAC ma con maggiori capacità
di osservare gli aspetti dinamici dell'attività cerebrale. Hanno quindi
interrogato dei volontari proponendo loro frasi prive di significato ma
conformi alle regole della grammatica italiana. Proponendo frasi prive di
valore semantico, come: "il gulco giangineva il brale", hanno potuto
eliminare l'interferenza di questo aspetto, considerando la funzione unicamente
formale della lingua. Il risultato è stato la possibilità di osservare come i volontari
attivassero precise aree cerebrali per la verifica della correttezza formale.
In particolare sono state localizzate rispettivamente nei lobi frontale,
parietale e temporale della metà sinistra del cervello, tre distinte aree
adibite al controllo della correttezza fonetica, grammaticale e sintattica.
Esistono quindi tre aree distinte per la verifica della pronuncia, delle
concordanze fra termini e dell'ordine delle parole. E' da notare che osservare
come esista di fatto un'indipendenza della sintassi non significa affermare che
i significati si possano basare sulla sola sintassi. Lo stesso Chomsky non
ritenne mai di spingersi fino a questo punto e accettò sempre un ruolo della
semantica nella costituzione del significato (Chomsky, 1992b). Per la verità
egli ammorbidì la sua posizione negli anni ma a ben vedere ciò che mantenne
fermo e che in definitiva lo interessava era poter stabilire un'indipendenza
della sintassi dalla semantica, in modo da poterne giustificare la natura
innata e quindi genetica (Casalegno, 1997, 328). Del resto appare abbastanza
ovvio che l'associazione fra un'espressione e uno stato mentale dovrà
costruirsi attraverso il ricorso a conoscenze empiriche, rifacendosi o
direttamente alla propria esperienza personale o alle convenzioni d'uso
stabilite dalla comunità dei parlanti con la quale si intenda comunicare. In
più si dovrà anche ammettere un ruolo semantico nella definizione del campo di
una parola, cioè della sua estensione e del suo accostarsi a ulteriori termini.
Per fare un esempio:
"Il presidente della
repubblica ha sciolto le camere".
Se
io potessi esprimere a un antico romano questa frase, può anche darsi che egli
la capisca in virtù delle strutture sintattiche innate, identiche tra me e lui,
ma mai i termini "presidente della repubblica" o "camere"
potranno avere per lui lo stesso campo semantico che hanno per me. A esempio
l'antico romano non assocerebbe mai l'espressione "presidente della
repubblica" a quella "elezioni a suffragio universale", io
potrei farlo con più facilità. Con questo si vuole dire che ogni termine ha
valore a seconda della rete semantica nel quale lo si inserisce, non esiste mai
un termine del tutto definito nel suo significato, quest'ultimo dipende sempre
dal contesto testuale, come anche dalla
situazione pratica nella quale il termine è enunciato.
Nemmeno
Chomsky ha mai veramente sostenuto la possibilità di costruire la lingua sulle
sole regole sintattiche. Del resto Gödel dimostra l’incompletezza degli stessi
sistemi formali, sistemi che si costruiscono con l’obbiettivo di ottenere la
massima predittività e la minore ambiguità. Una volta sia chiarito che la sintassi non possa avere un
ruolo completamente inclusivo nella costruzione della lingua il passo successivo
sarà di chiedersi quale spazio possa
effettivamente avere. Chomsky osserva giustamente che questo obbiettivo può
raggiungersi solo mediante l’osservazione empirica (Chomsky, 1986, 44). Questo
è certamente vero. Noi avremo una chiara idea di quali funzioni del linguaggio
siano sintattiche e quali di derivazione empirica, quando la scienza
sperimentale avrà a disposizione gli strumenti per osservarlo. Tuttavia, se per
sistema sintattico intendiamo un sistema che ricavi le sue possibili soluzioni
da un alfabeto e un insieme dato di regole, vediamo subito che sistema
sintattico risulta sinonimo di sistema formale. Ora, capendo su cosa si basi il
limite di un sistema formale, dove si fonda la sua incompletezza, vedremo anche
la ragione profonda della irriducibilità del linguaggio a pura sintassi. Non
potremo dire, indicandole, quali strutture nella mente siano sintattiche e
quali semantiche, ma sapremo distinguere la ragione del limite della sintassi.
Abbiamo
molte volte detto che un linguaggio non potrà mai darsi come definitivamente
completo rimanendo fermo sempre al suo interno. Questo era ciò che dimostrava
Quine quando evidenziava la circolarità di ogni linguaggio, facendola emergere
dall’impossibilità di darne un’unica traduzione determinata (Quine, 1960). Le
traduzioni di un linguaggio possono infatti essere molte, tutte coerenti, e
tuttavia sempre incomplete perché fondate su dei punti di partenza
indimostrabili. Tuttavia non abbiamo mai chiarito con precisione cosa bisogna
intendere per sistema completo, e a che condizioni un sistema vada detto
incompleto.
Se
un sistema è incompleto significa che c’è qualche cosa che non va
nell’accoppiamento tra i simboli e la loro interpretazione: Il sistema non ha
la forza di giustificare quella interpretazione. Immaginiamo a esempio di avere
il sistema formale a una sola regola (Hofstater, 1979):
xp-gx-,
dove
xp-gx- è un assioma ogni volta che x è composto di soli trattini, e si ripete
nella stringa sempre con uno stesso valore. Potremmo di conseguenza avere
stringe del tipo:
---p-g----
--p-g---.
Ma
non del tipo:
----p-g-
--p-g----.
Potrei
ipotizzare come interpretazione del mio sistema la seguente:
p
significa più
g
significa uguale
-
è un’unità.
---p-g----
significherebbe allora 3+1=4.
Tuttavia
un mio amico potrebbe mostrarmi l’inesattezza della mia tesi. Egli infatti mi
mostra come secondo lui il significato del sistema sia da intendere
diversamente. Egli ha così interpretato il sistema:
p
significa uguale
g
significa diminuito dal numero
-
è un’unità.
---p-g----
significherebbe allora 3=1 diminuito dal numero 4.
Inoltre
sarebbe ancora più facile mostrarmi quante verità rimangono inesprimibili
attraverso l’utilizzo di tale sistema. A esempio:
3+2=5
non
può essere formalizzato dal sistema.
Si
può con questo esempio capire in modo semplice cosa si intenda per
incompletezza. Incompleto è un sistema per il quale esistono enunciati veri non
esprimibili tramite il sistema.
Quello
che dovremo di conseguenza chiederci in questa fase è per quali ragioni un
sistema formale non possa mai essere completo. Dobbiamo chiederci quali
caratteristiche relative ai sistemi formali li rendano incompleti. In questo
modo capiremo meglio quale spazio sia concesso in una lingua alla regolarità
sintattica e quale spazio all’opposto la regolarità sintattica non sarà mai in
grado di occupare. Un valido contributo nella comprensione del problema lo
offre il linguista Tullio De Mauro (De Mauro, 1982).
Un
segnale, nella sua condizione più elementare, ha una referenza di tipo globale. La definizione di globale ha la
sua ragione nell’opporsi al non globale, cioè all’articolato. Un segno che designa direttamente e in modo univoco un
senso si può dire globale (De Mauro, 1982, 33).
Il
rosso del semaforo designa direttamente e unicamente il significato “stop”.
Il senso “sette” è designato dai numeri arabi come 7, in modo quindi
globale, dai numeri romani invece come VII, in modo articolato perché il segno
può ridursi a parti costitutive.
Se un segno avesse una
referenza di tipo sostanzialmente globale le cose sarebbero piuttosto semplici.
Ingenuamente si potrebbe quindi costruire un modello di semiosi del tipo (De
Mauro, 1982, 171):
PROUTTORE
sensoçèsignificato/significanteçèespressione RICEVENTE.
Esiste
cioè un referente concreto, un
oggetto o uno stato di cose al quale il
significante si riferisce.
Tuttavia
ben presto ci si accorge che la situazione non può essere tale, per il semplice
fatto che la maggior parte dei codici è assai più complessa e si struttura in
segni articolati.
Molti
segni non sono globali ma costituiti di monemi (nella tradizione anglosassone
chiamati anche morfemi). I monemi sono unità minime significative, che si
uniscono a costituire segni più complessi.
A
esempio abbiamo già osservato come il
numero VII romano si articoli grazie all’uso di parti costitutive, ciascuna
arrecando un apporto significativo. Anche le parole si dividono in monemi: “cavallo”, “remare” si compongono del monema “cavall” e di quello “o”; di “rem” “are”.
Si
può comunque pensare che questa costituzione computatoria della lingua non impedisca di mantenere come buono il
nostro schema. Infatti un codice semiologico complesso non necessita di preesistenza, cioè di un rapporto
precostituito tra segno e senso. Il senso non preesiste al suo manifestarsi,
esso piuttosto fa parte di un sistema nel quale tutti i sensi sono
potenzialmente contenuti nel sistema computatorio di composizione. A esempio
possiamo vedere che:
623,888: 41,4141=15,06462775
Può
essere un segnale mai visto prima da nessuno e tuttavia essere pertinente al
sistema semiotico al quale appartiene.
Questa
osservazione porta a considerare un sistema semiotico come un sistema
computatorio e a permettere di ipotizzare che nella lingua ogni significato
possa essere calcolato a partire dai monemi di base, gli elementi minimi
costitutivi, più una serie di operazioni di calcolo. In effetti la cosa ha buon
fondamento perché la lingua si fonda proprio su dei monemi e delle regole
sintattiche. Esiste una larghissima e dominante tradizione che ritiene che si
possa costituire un calcolo della lingua: da Wittgenstein, che espresse il
principio di composizionalità, a Chomsky che teorizzò la grammatica universale.
Ci
troviamo qui nella situazione di dover costruire un sistema di calcolo. L'idea
che possa definirsi un sistema di calcolo pare molto utile anche per spiegare
quella che si chiama arbitrarietà formale
del segno.
L'arbitrarietà
semiotica formale è legata al concetto di comunicazione. Ci si chiede come
una mente possa riconoscere il senso comunicato da un'altra mente. Per
stabilire l'identità di un senso si dovrà determinarne le caratteristiche che
lo rendono particolare, non confondibile con altre entità. In un universo
finito questa identificazione sarebbe possibile in un universo infinito invece
non lo sarebbe, poiché ogni definizione comporterebbe una serie infinita di
elementi.
Si
può però ipotizzare che per identificare tale entità si ricorra a un numero
finito di caratteristiche sufficienti a distinguerla. Chiamiamo questa
operazione pertinentizzazione (De
Mauro, 1982, 16). Essa è condizionata innanzi tutto dai fini che si intendono
raggiungere, e cioè dall'insieme di entità all'interno del quale si intende
identificare una o più entità. Ogni operazione di pertinentizzazione dividerà
dunque il mondo in due parti: la classe delle entità che la soddisfano e la
classe delle entità che non la soddisfano.
Un
insieme che definisce i rapporti tra entità e classi in termini di presenza e
assenza è detto sistema. Le caratteristiche di pertinentizzazione in un sistema devono:
à Raggrupparsi
in un numero finito per ciascuna entità.
à Costituire
per ciascun sistema un numero complessivamente finito.
à Essere
ciascuna identificabile con un numero finito di operazioni e perciò essere o
elementi non ulteriormente analizzabili del sistema o articolarsi in elementi
di secondo ordine a loro vola o non ulteriormente analizzabili o articolati in
elementi di ordine inferiore non ulteriormente analizzabili. Gli elementi che
si possono comporre di altri elementi di livello inferiore in linguistica sono
detti monemi.
Quali
sono quindi le condizioni per un calcolo combinatorio potenzialmente infinito,
quale deve essere la lingua? Vi sono tre condizione: la prima solamente
economica, le altre due necessarie e sufficienti (De Mauro, 1982, 41).
à E'
utile che il significato dipenda dalla disposizione. Cioè il segno sia
significativo anche in base all'ordine di lettura. Ab ≠ Ba.
à Nei
raggruppamenti la ripetizione di un elemento, la sua iterazione, deve poter
servire a distinguere raggruppamenti diversi. 11 ≠ 111.
à Il
numero dei posti dei raggruppamenti non deve avere limite teorico.
Un
calcolo di tipo aritmetico, oltre a assumere queste tre condizioni, si basa su
due postulati. La non creatività è il primo. Esso garantisce dal fenomeno delle
sinonimie, in quanto tutte le sinonimie del sistema sono perfettamente
prevedibili in esso. Le sinonimie sono tutte calcolabili in base alle regole
formali del calcolo:
Il
secondo assioma è detto della connessità
sintattica: un segno deve essere costituito in modo da denunziare
formalmente la sua compiutezza, la buona connessione con gli altri segni e le
loro articolazioni. In base a ciò Carnap ha dimostrato che un calcolo può
essere descritto in base al suo solo funzionamento sintattico, cioè alla
relazione fra i segni, senza tener conto delle implicazioni semantiche (De
Mauro, 1982, 89).
A
ben vedere nemmeno l'aritmetica possiede una coerenza formale così rigorosa. I
logici e i matematici di fine ottocento, inizio novecento si diedero un gran da
fare nel tentativo di dimostrare la completa fondazione della matematica. Uno
degli esempi più famosi fu quello di Bertrand Russull e Alfred Whitehead
attraverso la pubblicazione dell'opera Principia
Mathematica (Russell, 1913). Il risultato più accreditato e condiviso che
fu quello di Hilbert (Hilbert, 1978). Basandosi sui cinque postulati dei numeri
naturali di Peano, che avevano permesso di formalizzare la logica dei predicati
di primo ordine, egli portò la matematica alla massima coerenza. Hilbert
svincolava la matematica dai supposti vincoli di coerenza con la realtà,
stabilendo che gli oggetti da essa indicati possono corrispondere a qualsiasi
cosa esibisca quelle proprietà. Concesso questo, Hilbert riteneva di poter
costruire un sistema privo di contradittorietà. Questo risultato si otteneva
definendo sistema formale un linguaggio con cui si possono costruire delle
formule di alcuni assiomi, formule
assunte come vere senza dimostrazione, e alcune regole di inferenza, che permettano di stabilire la verità o
falsità di qualsiasi formula (Scaruffi, 1991). Una delle conquiste di Hilbert
fu la definizione di ricorsivo. Una
funzione ricorsiva è una funzione che può essere programmata. L'utilità di un sistema
formale, come di un sistema computazionale, si basa sulla possibilità di
definire regole ricorsive, delle quali sia prevedibile il calcolo delle
variabili. Dal concetto di ricorsivo deriva direttamente quello di decidibile. Una funzione ricorsiva è una
funzione della quale si può stabilire la teorematicità, cioè la sua riduzione a
teoremi già dimostrati nel mio sistema. Per conoscere la completezza di un
sistema, quindi la sua possibilità di esprimere tutte le proposizioni vere,
dovrò formulare delle regole di teorematicità che mi dicano quando un teorema è
corretto. Il criterio di teorematicità si chiama proceura di decisione (Hofstater, 1979).
Il
programma di Hilbert fu messo in crisi nel 1931 da una dimostrazione di Kurt
Gödel che stabiliva che non di tutte le formule potrò stabilire la
teorematicità, la procedura di decisione (Galvan, 1992). Esiste insomma per
ogni sistema formale, contenete la teoria dei numeri di Peano, una proposizione
che non può essere decisa, non può essere considerata ne vera ne falsa in base
alle sole regole del sistema. Casalegno espone in maniera informale il teorema:
Sia
S un sistema di assiomi per l'aritmetica. Indipendentemente da come S è stato
scelto esiste un enunciato G, esprimente la non contraddittorietà di S, che non
è decidibile rispetto a S. Ma, una volta constatato che gli assiomi di S sono
corretti, noi possiamo tranquillamente escludere che essi generino mai una
contraddizione, e quindi siamo autorizzati a asserire G, che pure in S non è
derivabile (Casalegno, 1997, 310).
Se
il teorema di Gödel, presentato nel 1931, viene accostato ai risultati che
Tarski ottenne pochi anni dopo (1935) si può ricavare una osservazione molto
interessante (Tarski, 1956). Tarski mostrava
come il concetto di verità, per qualsiasi sistema formale, può perfettamente
definirsi qualora lo si vincoli a una funzione, detta interpretazione, che assegni un significato a ogni formula del
sistema. In questo modo si poteva dire che nonostante un sistema formale non
sia completo, volendolo considerare per se stesso, è sempre possibile renderlo
completo riferendosi a un diverso sistema. Ovviamente questo rifarsi di un
sistema a uno esterno è un processo del quale non si può indicare una fine, è
un processo all'infinito. In definitiva nemmeno in questo modo si arriva a
determinare cosa sia una verità assoluta. Tarski ne deduce proprio che una
verità assoluta, non presupposta, sia pura chimera. Tuttavia questo non
cancella il risultato ottenuto da Tarski. Infatti si può dire che, limitatamente
all'interpretazione I, una teoria formale F sia da considerarsi completa.
Sergio
Galvan utilizza il teorema di Gödel per mostrare come non sia possibile una
spiegazione costruttiva della realtà. Esistono verità di una teoria T che non
sono derivabili in T. Queste verità sono derivabili in teorie superiori, ma non
tutte queste teorie hanno carattere costruttivo. Questo ci dice che non tutte
le proposizioni vere sono dimostrabili costruttivamente. Non essendo del resto
accettabile che queste proposizioni siano insignificanti, dovremo dire che la
verità non può coincidere con la dimostrabilità costruttiva (Galvan, 1992).
Possiamo
usare queste osservazioni riferendoci alla lingua naturale. Potremo ora non
solo motivare l'irriducibilità della lingua a sistema computazionale, ma anche
il motivo su cui si fonda questa irriducibilità. Sappiamo che la lingua si pone
su più livelli. Si fonda sull'articolazione dei monemi che la compongono. Ci
sono delle regole di formazione fonetica, di formazione sillabica, delle regole
lessicali, sintattiche e anche pragmatiche. Ebbene questo sistema di regole non
può essere in definitiva considerato una gerarchia ordinata di livelli, nella
quale ottenuto un risultato si possa passare a dedurne il successivo, e così
fino a ottenere l'unico risultato finale calcolabile, che sarebbe il nostro
significato. Questo non è possibile perché non è accettabile avere sistemi
chiusi, fondati solo su regole interne, ma nemmeno serie di sistemi chiusi,
altrimenti l'incompletezza sarebbe solo rimandata. Insomma la lingua non è una
serie di sistemi computatori uno successivo all'altro. O almeno questa cosa è
da negare se si ritiene che la lingua abbia nel significare capacità creative.
Cioè capacità di formulare nuovi significati, di accrescere la comprensione
degli eventi.
La
lingua è un sistema semiotico complesso: in continua variazione, costruito su
diversi livelli e sempre inserito nel contesto che lo produce. Per capire
l'implicazione dell'incompletezza formale sulla comprensione del linguaggio
dobbiamo fare ancora alcuni passi. Iniziamo col chiarirci per quale motivo la
lingua non possa descriversi come un calcolo.
Tullio
De Mauro enumera una serie di buoni motivi per dire che la lingua non può
essere paragonata a un calcolo (De Mauro, 1982).
Abbiamo
innanzi tutto il fenomeno delle oscillazioni
del vocabolario. Esiste una mobilità nel vocabolario della lingua.
"Atomo" e "diossina" sono parole che un tempo erano
specialistiche e che oggi, per diversi eventi sociali, sono piuttosto
familiari. "Lunario" e "pergola", un tempo d'uso comune,
sono oggi vocaboli che stanno entrando nella terminologia specialistica. Ma la
oscillazione non è solo diacronica, non muta solo col mutare nel tempo dell'uso
linguistico. Essa si riferisce anche alla massa dei parlanti, per cui esistono
diverse estensioni del vocabolario a seconda del parlante che ne fa uso.
Esistono infatti termini come "cane" conosciuti anche dai più
mediocri parlanti della lingua italiana; un termine come "bisturi"
potrebbe essere conosciuto da un numero più ristretto di persone; il termine
"assiologico" sarà patrimonio di un numero ancora minore di parlanti
(De Mauro, 1982, 105).
La
quasi totalità dei termini può poi essere utilizzata secondo differenti accezioni. Un parlante ha la
possibilità di usare una parola, di comprendere la sua complessità di
significati, fino al punto di poterla usare in modo nuovo.
"Riduttivo" è un termine con due distinte origini specialistiche.
Economica: "politica che riduce i costi". Chimica: "elemento che
elimina ossigeno da un composto". Oggi lo si usa con accezioni molto più
ampie. Non è solo un fenomeno in diacronia ma anche di capacità di riformulare
il campo semantico di un termine. Facendo ancora l'esempio di "cane" possiamo dire che è un
termine conosciuto da tutti con l'accezione di "animale domestico".
Da un numero di parlanti più ristretto, ma non specialistico, come
"martelletto delle armi". Da un gruppo fortemente ristretto come
"arnese che tiene fermi i cerchi delle botti". Ci sono poi
espressioni che possono significare ugualmente sensi opposti. "Fondere una
campana" può voler dire costruirla come distruggerla. Termini come
"obbedire" e "ubbidire" sono varianti di significanti con
identico significato. "Coltura" e "cultura" pur derivando
dal medesimo vocabolo latino si sono
sviluppate da accezioni diverse, fino a essere avvertite dal parlante
odierno come parole con significati diversi. Inoltre qualsiasi termine può
essere adoperato con accezione autoriflessiva e diventare così un termine metalinguistico. Si può dire: "Il
cane è un animale domestico"; ma anche: "cane" è una parola di
quattro lettere".
In
generale si può dire che nella lingua un termine rimanga sempre nella indeterminatezza. Questo fatto apparentemente
banale ci dice della completa libertà di accezione di un termine. Se un
espressione, come abbiamo visto, può assumere su di sé accezioni opposte o
riferirsi, oltre a ciò che significa, a se stessa, dovremo dire che non esiste
un vero vincolo di accezione. Questa proprietà del linguaggio permette di
espandere i termini a seconda delle necessità espressive, correlate a necessità
di riassetto delle conoscenze o della vita sociale (De Mauro, 1982, 118). Molti
hanno sottolineato che con la lingua si può descrivere tutto. Questo appare
legato alla nostra facoltà universalizzatrice, per cui possiamo assumere una
parte soltanto di un'esperienza, o considerare un triangolo a prescindere dei
suoi dati occasionali, come ad esempio la lunghezza dei lati, e, considerandone
solo la forma, fare una dimostrazione geometrica. E' quella facoltà che ci
permette di mettere una cosa al posto di un'altra. Di uscire dalle regole di un
sistema formale per ragionare su esso.
L'interpretazione
e la comprensione si fondano sull'assunto
di significatività di ciò che è espresso. Il discorso che si stabilisce fra
due parlanti si basa sulla collaborazione. Prova ne è il frequente riscorso a
enunciati metalinguistici ("Ciò che ho detto è vero") all'interno di
un dialogo. In questa prospettiva anche il non detto può assumere significato
(De Mauro, 1982, 141). I discorsi sono del resto sempre testi nei quali il
senso è costruito riferendosi all'insieme. In particolare si possono
evidenziare due opzioni, due modalità di non detto. Una modalità detta di anafora, con la quale mi rifaccio a cose
già dette, e una modalità di catafora,
con la quale rimando l'interlocutore a cose che dirò più avanti nel discorso.
Avrò una anafora in un testo del tipo:
"Maria
ha molti bei figli.
Una
donna così fortunata non dovrebbe essere infelice".
Avrò
una catafora nel caso di un testo come:
"Ciò
che dirò vi stupirà.
Hanno
catturato il malvivente".
Questi
sono solo semplici esempi di quanto spazio abbia il non detto nel testo.
Umberto Eco con i concetti di autore
implicito, lettore implicito o topic, ha mostrato le profonde
implicazione a cui conduce una teoria testuale (Eco, 1979). Basti pensare al
fatto che la revisione del testo è sempre possibile per il parlante, sempre si
può ritornare indietro e riformulare il senso complessivo del testo.
Si è detto come la lingua
si possa disporre su più livelli. Come estremi esistono il piano linguistico e
quello metalinguistico e fra questi una quantità indefinita di piani.
Pronunciando una parola, e ancora di più un discorso, creiamo uno spazio
enunciativo entro il quale spingiamo a
porsi il destinatario del nostro discorso. Egli poi si porrà più o meno nella
stessa nostra posizione di discorso a seconda di quanto condivida con noi lo
spazio culturale enunciato. Ogni parola si lega a un insieme semantico e si
riferisce a una situazione storico-culturale. Se dico "telegiornale"
non solo questa locuzione me ne richiamerà una serie di altre alle quali si
accompagna (informazione, etere, televisione pubblica, televisione privata…),
potrò capire questa espressione solo conoscendo cosa sia una televisione, quali
conseguenze introduca in una società, nel ruolo dello stato, nell'informazione.
Avrò tanta più coscienza di questo significato a seconda di quanto sappia inserire
la locuzione in un contesto. Il giornalista avrà maggiore, o comunque diversa
cognizione del termine, un indios dell'Amazzonia non potrebbe capirlo. Inoltre
uno statunitense ne avrà una diversa concezione che non un italiano, perché lo
stesso evento si inserisce in ambiti socio-culturali, nonché magari
istituzionali, differenti. Una lingua aderisce a tutti gli aspetti della vita
psicologica di un individuo. Chiarendo, attraverso l'accostarsi in una rete dei
termini, i rapporti che intercorrono tra i significati essa ne stabilisce i
confini e le comunanze, secondo il processo che già De Saussure aveva
individuato, per cui un significato si costruisce nella differenza negativa. In
un sistema a,b,c l'elemento b sarà definito come non a e non c: b=¬a¬c (De Saussure, 1916). In italiano, a
esempio, esistono: "legna", "bosco", "legno"; in
francese solo"bois": questo perché il termine non è limitato da altri
(De Mauro, 1982, 151).
Tutte
queste osservazioni mostrano il fatto della creatività
nella lingua. Si potrebbe dire che, per buona parte, potrebbero essere messe
tra parentesi qualora immaginassimo di poter isolare la lingua dalla sua
diacronia e di definire un ambito specifico, specialistico, di discorso.
Isolando la lingua in un arco di tempo di pochi anni l’oscillazione delle
parole potrebbe diminuire fino a un livello che permetta di non considerarla. I
linguaggi tecnici poi sono sforzi per eliminare la polivalenza dei termini, nel
tentativo di farli diventare quasi segnali globali.
C'è
tuttavia un aspetto ancora più incisivo nei confronti della indeterminatezza
della lingua. Il fatto che gli elementi linguistici all'interno delle stesse
strutture profonde, possano assumere ruoli diversi. Le strutture profonde sono quelle strutture sintattiche invariabili
che rivelano, oltre la superficialità di un enunciato, la sua calcolabilità.
La
struttura profonda è il valore semantico complessivo di un segno dato da una
serie di operazioni sul significato dei monemi. A esempio la lettura di un
numero in cifra araba dipende dalla composizionalità delle cifre-monemi che lo
compongono. Si richiede al lettore di sommare i risultati delle moltiplicazioni
delle varie cifre-monemi per una potenza della base 10, elevata a un esponente,
che corrisponde al numero della posizione occupata dalla cifra-monema,
diminuita di uno.
2347
= 2x104-1 + 3x103-1 +4x102-1 + 7x101-1
= 2x1000 + 3x100 +4x10 + 7x1 =2000 + 300 + 40 +7.
La
struttura profonda è quello spazio soggiacente alla struttura superficiale,
cioè quella serie di operazioni che permettono di coordinare fra loro i
monemi in un sistema significante.
Secondo
i chomskiani queste strutture profonde sarebbero innate e invariabili.
Inaccettabile quindi ipotizzare una loro oscillazione. Ma lo stesso Chomsky,
che ha per primo giustificato certe apparenti contraddizioni di alcune
costruzioni sintattiche portando in superficie le loro strutture profonde, ha,
negli anni novanta, modificato la sua teoria semplificandola notevolmente.
Secondo la formulazione più recente esisterebbero solo due livelli
significativi per un enunciato. La sua forma
fonetica e la sua forma logica,
che a più riprese possono intervenire l'una sull'altra. Questa semplificazione
della teoria è motivata con la necessità di trovare uno schema maggiormente
flessibile e quindi più facilmente definibile come universale. Chomsky spera
attraverso questa semplificazione di poter meglio spiegare la rapidità
nell’apprendimento linguistico infantile. Le critiche più di sovente mosse a
Chomsky su questo punto hanno sempre fatto leva sull’osservazione di come
moltiplicando le strutture divenga più difficile motivare la loro universalità
(Casalegno, 1997, 352). Da una struttura universale ci si aspetterebbe grande
flessibilità, la capacità di derivare da poche regole tutti gli esempi osservabili
del fenomeno. Il rapido apprendimento dei bambini si motiva meglio se la
struttura innata è semplice e fertile di molte possibilità.
Abbiamo
già visto come la semantica non possa essere del tutto indipendente nella
costituzione del significato. Il significato di un termine si costruisce anche
in base alla rete semantica che forma con gli altri termini della lingua. Ma
questa cosa probabilmente non la nega nemmeno Chomsky. Egli è interessato a
difendere l'indipendenza della sintassi in quanto a possibilità di dedurre
strutture innate e universali della lingua. Chiediamoci quindi se le strutture
linguistiche possano essere sempre fisse e universali o se non sia più logico
che debbano oscillare.
Eddo
Rigotti nelle sue analisi linguistiche mette in luce diversi fenomeni
interessanti del funzionamento del linguaggio.
Come
già avevamo detto introducendo la distinzione fra segno globale e segno
articolato, va innanzitutto notato come tra suoni e sensi, o significati, si
ponga un grosso scarto. I significati
sono molti più dei significanti. Il parlante non produce significanti pari ai
sensi e questo a più livelli. La cosa è possibile grazie alla presenza di
elementi costitutivi, i monemi, che sommati in virtù di regole di composizione,
permettono di derivare moltissime forme da pochi elementi. In questo modo, a
esempio, se al sostantivo inglese aggiungo la “s” finale potrò stabilirne la
sua enunciazione al plurale: con un solo monema di un’unica lettera potrò
significare tutti i plurali espressi nel mio sistema linguistico. Rigotti tiene
inoltre a sottolineare come questa articolazione del significato grazie al
monema avvenga su più livelli: fonetico, fonologico, lessicale, sintattico.
Chomsky motiva questo fatto dicendo che l'organizzazione linguistica opera in
base al principio di economicità. La cosa è certamente vera ma proviamo a
chiederci come opera concretamente questo principio (Rigotti, 1997, 41).
Secondo
Rigotti bisogna introdurre la nozione di livello.
I livelli sono meccanismi sintagmatci-paradigmatici. Sono quindi meccanismi che operano sia esprimendo una regolarità
(sintagmatici), sia permettendo di operare scelte (paradigmatici). Un livello può essere metaforicamente paragonato
a un reparto di produzione che fa entrare materiale grezzo, o semilavorato, e
lo fa uscire a un grado maggiore di lavorazione. Sintagma è la struttura che permette la compresenza di elementi in
entrata stabilendo un ordine di posizioni. Paradigmi
sono le singole unità ammesse a occupare le posizioni del sintagma.
Figura 2.2. La struttura sintagmatica.

Data
una posizione le unità adibite a occuparla, i monemi, si equivalgono, nel senso
che tutti gli elementi che hanno accesso a quella posizione possono
indistintamente occuparla, in questo modo si può dire che siano reciprocamente
sostituibili, ma anche che si escludano reciprocamente. Secondo un altro punto
di vista il sintagma può dirsi il prodotto di uscita della struttura.
Facciamo
un esempio concreto attraverso le parole stesse di Rigotti. Consideriamo le
nozioni di sintagma e di paradigma rispetto alla formazione delle sillabe in
italiano.
Queste
regole sono regole strumentali; si tratta di imperativi ipotetici che suonano
così: se vuoi ottenere una sillaba devi applicare R1,R2,…,Rn
e in ultimo ottieni una sillaba. Come si costruisce una sillaba in italiano?
à Vocale:
ogni vocale, anche da sola è una sillaba; ci sono anche delle combinazioni
vocaliche apparenti. Per esempio nel dittongo proprio (augurio, fautore) la
seconda vocale è in realtà una consonante (cfr. auto-alto), in effetti non
posso metterci qualsiasi vocale ma solo le vocali più vicine alle consonanti.
Sono le semivocali.
à Consonante
Vocale: su, da.
à CVC:
sar-do, cat-tolica.
à CCVC:
fran-tumare.
à C1C2C3V:
stra-ordinario.
à C1C2C3VC:
stram-palato, stran-golare.
Perché
i numeri sotto le consonanti? Perché non tutte le consonanti possono apparire
in tutte le sei: ci sono certe precise posizioni nei sintagmi, nelle quali
possono comparire certe unità e non altre. Per esempio in C1C2C3V
(stra-ordinario) C1 può essere occupata solo dalla consonante s,
mentre C3 può essere solo una liquida. Qual è il significato di
queste restrizioni? Ogni sintagma, proprio attraverso la sua struttura
sintagmatica, la sua regola costruttiva, stabilisce delle posizioni in rapporto
alle quali sono circoscritti particolari insiemi di unità ammesse, particolari
paradigmi (Rigotti, 1997, 43).
Abbiamo
quindi detto che la lingua si costruisce su una serie di livelli sintagmatici,
livelli che producono materiale linguistico per i livelli successivi. Ma questi
livelli in che ordine stanno fra loro? Si potrebbe pensare a un ordine
gerarchico che rappresenti il succedersi della stratificazione tramite la quale
si costruiscono le forme linguistiche. Si passerebbe rappresentare così una
ipotetica gerarchia:
livello
fonetico
livello
fonologico di fonema
livello
fonologico di sillaba
livello
fonologico di parola
livello
lessicale
livello
sintattico
livello
morfologico
livello
semantico
livello
pragmatico (Rigotti, 1997, 52).
Ma
in realtà non è così perché l'ordine col quale intervengono i livelli può
variare. Le strutture sintagmatiche sono strumenti molto flessibili. Rigotti
propone di definirle strutture intermedie,
sottolineando il fatto che ogni struttura si debba comunque rivolgere a altre
per compiere un processo semiotico definitivo. Egli sottolinea come una
struttura intermedia abbia più strategie di manifestazioni e più valori anche
se ha manifestazioni e valori prevalenti. Inoltre ogni struttura sarà sempre endolinguistica, cioè appropriata
unicamente al linguaggio storico naturale nel quale si manifesta (Rigotti,
1997, 86). Alla fine egli propone di mutare l’opposizione semiotica
fondamentale proposta da De Saussure. De Saussure riteneva che un sistema
semiotico si fondasse sulla opposizione tra significato
e significante (De Saussure, 1916).
La distinzione, per quanto altamente fruttuosa e utile alla comprensione del
processo di semiosi, risulta in realtà inappropriata. Abbiamo visto per quale
motivo nei paragrafi precedenti. Anche introducendo la nozione di monema, e
quindi di articolazione del linguaggio, e quindi di calcolo, non è accettabile
pensare che esista una unità signifiativa, un segno, che tocchi direttamente il
significato, cioè che corrisponda, in modo diretto, con un fatto, o una
regolarità che governi i fatti. Contro
l’idea che al monema possa corrispondere un segmento di significato Rigotti
propone una nuova opposizione semiotica. Al posto di segno si parli di
strutture intermedie, al posto di significante si parli di strategia di
manifestazione e al posto di significato si parli di funzione linguistica
(Rigotti, 1997, 75).
Figura 2.3. L'opposizione semiotica
fondamentale.

Vediamo
ora alcuni esempi empirici che dimostrano le tesi proposte da Rigotti.
Prendiamo a esempio il caso di:
"bravo bambino".
il
morfema o ha per “brav-o” ha un valore prevalentemente sintattico, poiché mi
dice che è un aggettivo; in “bambin-o” ha valore prevalentemente semantico
perché mi dice che è singolare maschile. Lo stesso morfema, che si presenta in
due situazioni nelle quali declina sempre il lessema, ha in realtà funzioni
linguistiche differenti (Rigotti, 1997, 102). Ancora più interessante il caso
di parole con funzione sintattica:
"Ho visto qualche bambino".
Qui
qualche funge da struttura filtro che mi dice che il singolare di bambino è
solo apparente, in realtà il genere è neutro. Anche il verbo può essere una
struttura sintattica come pure semantica:
"Il
vento ha sradicato il vecchio albero".
Al
posto di “ha sradicato” poteva esserci sintatticamente “aveva sradicato”.
Quindi il verbo ha funzione semantica (Rigotti, 1997, 104):
"Questa
casa era stupenda".
Qui
la funzione di era è di dire che stupenda è un predicato, mentre poteva essere
anche attributo, quindi il verbo ha funzione sintattica.
Altri
ancora sono gli esempi che si possono fare di espressioni identiche che si presentano con funzioni diverse nella
lingua:
"La
casa di Pietro
La
partenza di Pietro".
Nel
primo caso vengo a dire che Pietro ha una casa, quindi il “di” assume un valore
semantico. Nel secondo caso dico che Pietro può compiere una data azione, è un
nesso predicativo, “di” si presenterà con funzione sintattica Anche “per” può
avere più funzioni. In “moltiplicare per tre" sarà sintattico; in
"lavorare per tre" semantico. Nel primo caso esprime una relazione ,
nel secondo ha un più ricco contenuto semantico poiché descrive una situazione
più complessa. Dice che qualcuno ha lavorato come se avessero lavorato tre
persone, o comunque con un’intensità, una fatica e un impegno, non solito a una singola persona. Da questi esempi
si vede che la distinzione tra semantico e sintattico, se pure utile a
distinguere due aspetti diversi del linguaggio, decade quando la si voglia
applicare a specifici elementi della lingua. Ogni elemento linguistico, che sia
un monema, un lessema, un verbo od un nome, assume su sé funzioni sia
semantiche che sintattiche. Prendiamo ora un caso come:
"Pietro odia la casa
rossa di Luigi".
Se
so che Luigi ha più case, "rossa" ha valore restrittivo,
individuativo. Se invece Luigi ha una sola casa, "rossa" è un
epiteto, sottolinea una particolare caratteristica della casa di Luigi odiata
da Pietro (Rigotti, 1997, 107). Qui si vede come il valore di una struttura può
variare anche a seconda del contesto e delle conoscenze del parlante.
La
cosa è rilevata pure dalla frequenza del ricorso, nell'uso della lingua, alla deissi. Deittico è un termine che non può significare se non facendo
riferimento alla situazione che riferisce. Sono deittici termini come “questo”, “quello”; ma anche “forse” e
“probabilmente” (Rigotti, 1997, 109, 176).
Un
altro elemento che sottolinea l'importanza del contesto è l'implicazione. L’idea di implicazione richiama il concetto di
campo semantico. Se dico "ieri sono andato al cinema" mi si può
chiedere che film ho visto, meno perché sono andato al cinema.
Se
dico "sono stato a un matrimonio" subito si ritengono implicati degli
sposi e dei testimoni. In modo meno forte si sentono come implicati una chiesa
o un prete. Una volta la chiesa e il prete erano più strettamente implicati al
termine “matrimonio” (Rigotti, 1997, 114). Emerge in questo modo molto
fortemente il ruolo del contesto e della esperienza sulla quale il singolo
parlante innesta il discorso.
Queste
osservazioni di Rigotti permettono di chiudere il cerchio del nostro
ragionamento. Abbiamo visto come la referenza di un segno debba necessariamente
fondarsi su una regolarità, deve venire espressa in un sistema che si fondi su
un insieme limitato di principi. Si è visto come questi principi possano in
definitiva ritenersi conseguenze della nostra natura biologica e trovare in
essa la loro motivazione. D'altro canto ogni referenza non può significare se
non la si ancora a una situazione di fatto. A una cultura, che è convenzione e
cooperazione tra parlanti, ma anche espressione di un insieme di conoscenze
della realtà. A un riferimento diretto,
deittico, a ciò che accade. La lingua é
un sistema creativo, in continuo fermento. Non si può riportare direttamente a
un ordine formale. Questo è ancora più comprensibile quando si osserva che un
sistema formale non può mai motivarsi completamente e deve, per stabilirsi,
fare ricorso a delle regole a esso presupposte, appartenenti a un altro
sistema. Potrebbe sembrare che queste diverse osservazioni si contraddicano fra
loro, oppure richiedano una spiegazione non ancora data.
Ma
se consideriamo con attenzioni le osservazioni di Rigotti potremo trarne delle
conseguenze molto utili per conciliare
il problema. Si è visto come nessun elemento possa ricondursi in modo
definitivo a una struttura. Non posso dire che in una lingua il verbo, o il
nome o le sillabe si comportino in questo o in quest'altro modo. Nemmeno posso
dirlo per elementi ben determinati. Non posso dire che il monema "o"
singolare maschile si comporti sempre nello stesso modo, non posso dire che
"matrimonio" abbia sempre la stessa implicazione. Certamente esistono
delle regole di riferimento, delle regole che possono raggiungere una rigidità
tale da sembrare inviolabili. Se mi imbattessi, dialogando con un parlante
italiano, in una parola con una sillaba come "stvo", penserei subito
o a un errore o a un termine straniero.
Ma queste regole vanno ritenute solo prevalenti, non completamente
vincolanti. Non posso garantire che non mi imbatterò mai in un uso diverso.
Nemmeno nel caso delle sillabe posso ritenere di trovare regole necessarie e
universali. Potrebbe sempre succedere in un futuro che parole con sillaba
"stvo" entrino a far parte della lingua italiana.
Questi
fatti linguistici non smentiscono necessariamente Chomsky. Egli non avrebbe
difficoltà a ammettere che elementi linguistici determinati, categorie come il
nome, il verbo, il morfema, non possano ricondursi direttamente a una struttura
profonda. Secondo le teorie chomskyane infatti, nelle varie lingue questi
elementi si posizionano con parametri diversi rispetto alla struttura profonda.
Il problema qui non è negare dei principi universali di base, ma negare che
questi possano rigidamente riferirsi a elementi linguistici, su qualsiasi
livello riteniamo di volere fissare questa corrispondenza. Del resto dei principi
biologici di funzionamento delle nostre facoltà linguistiche dovranno pure
esserci. Non avrebbe senso volerli negare del tutto, e non vuole essere il
nostro obbiettivo. Chomsky, quando parla della grammatica universale, si
riferisce proprio a basi biologiche. Egli comunque ritiene che un limite
determinato debba darsi e non accetterebbe di dire che gli elementi linguistici
possano variare incondizionatamente all'interno della struttura profonda. In
effetti Chomsky ritiene che esistano casi nei quali i processi mentali si
blocchino. Casi non accettabili dalle nostre strutture linguistiche universali.
Egli fa un esempio (Chomsky, 1998, 81):
"Chi
si fece radere Gianni? ".
Questo
enunciato non sarebbe accettabile perché la traccia del soggetto si andrebbe a
posizionare in modo da far diventare "Gianni" soggetto di
"radere" mentre il soggetto di "radere" è "chi",
è il soggetto della domanda, le persone che chiediamo di identificarci. Infatti
risulterebbe comprensibile la frase:
"Chi
fece radersi Gianni? ".
Ma a nostro parere, al di la dell'uso
abituale, non c'è nulla che realmente ci impedisca di comprendere questo
enunciato. Perché non si potrebbe dire che la traccia si riferisca proprio a
"Gianni" e che il "chi" indichi persone che Gianni
considera come sue, e per le quali è applicabile un "si" possessivo?
Sarebbe di certo una interpretazione insolita, se vogliamo anche scorretta
rispetto all'uso che i parlanti fanno della lingua italiana, ma non
impossibile.
La
possibilità di salire senza veri limiti, se non la consuetudine o la difficoltà
a congiungere livelli distanti, motiverebbe perfettamente anche la creatività
della lingua e le sue variazioni diacroniche. Del resto su cosa si basano la
creatività linguistica e la sua diacronia, se non sulla possibilità di variare
le regole, che di partenza abbiamo appreso?
Del
resto si osserva facilmente come la semiosi linguistica si ponga su diversi
livelli (fonetico, lessicale, sintattico, pragmatico…), che questi sono molto
numerosi e profondi e che inoltre il processo di comprensione semiotica procede
da un livello all'altro. Se riteniamo
poi che il principio ultimo di ogni semiosi, debba essere quello di sensatezza,
cioè di attribuire un senso ai segni che ci sono comunicati, vediamo con
facilità come qualsiasi struttura possa essere rimodellata. Giunti a un livello
si può, se la produzione di senso lo richiede, tornare indietro e utilizzare le regole di un altro livello.
Se a esempio ci si dovesse bloccare nell'atto semiotico, al livello dell'ordine
delle parole, non sapendo riconoscere i segni in virtù delle regole di quel
livello, si potrebbe sempre rifarsi a un livello pragmatico.
Parlando
dei sistemi formali ci siamo resi conto di come si debba accettare la loro
incompletezza. Questo è perfettamente conciliabile col discorso che stiamo
facendo. Dire che un sistema formale è incompleto significa mostrare, come fa
Galvan, come non ci si possa riferire a una serie di sistemi costruttivi per
spiegare la realtà (Galvan, 1992). Spiegare la realtà equivale a raggiungere
l'esatto significato delle cose. Appare chiaro quindi come la lingua, in grado
di creare nuovi significati e di accrescere la sua comprensione, non possa
ritenersi una serie ordinata di livelli computazionali. Se esistono, come
esistono, funzioni computazionali nel linguaggio bisognerà dire che non sono
rigide, che si possa cioé calcolare il significato adoperando strumenti di un
livello, ma anche di un altro.
Questo
è del resto il modo di funzionare del nostro intelletto. Esso si fonda sulla
capacità di sostituire un elemento con un altro. Sulla possibilità di assumere
un concetto come universale, sostituire un segno a significato, risolvere le
proposizioni indecidibili per un sistema formale. Il nostro intelletto può
intuire, cioè compiere un ragionamento senza disporre di tutti gli elementi,
può fare ragionamenti ipotetici, assumendo dati non certi come se lo fossero.
L'ipotesi
conclusiva che ci pare ragionevole per definire la referenza é che essa si
stabilisca su una serie molto lunga di livelli costruttivi. Questi livelli
hanno una forte base biologica, si fondano in definitiva sulle capacità
biologiche che l'evoluzione della nostra specie ha selezionato. Attraverso la convenzione e il costume si
sono inoltre stabiliti una serie di livelli più prettamente linguistici, che
permettono di regolare la fonetica, la semantica e la sintassi dei segni.
Questi livelli in definitiva si riferiscono all'esperienza, indicano fatti
concreti, esperiti dal parlante. In fine, in base all'assunto di significatività
e alle capacità del nostro intelletto di considerare un elemento come se fosse
un alto, i livelli possono comunque rimodellarsi nell'ordine. Non esiste cioè
un ordine prestabilito, ma questo si struttura in base alla necessità di
terminare il processo semiotico, cioè di attribuire un significato a un
significante.
Trattando
della referenza nell'ipertestualità, quindi del link e della localizzazione a
cui rinvia (href), ci troveremo in una situazione di referenza molto primitiva. Il più delle volte il link non ha alcuna
pretesa di indicare un significato vero e proprio. La sua funzione spesso si
risolve nell'indicare una direzione, come una targhetta sulla porta d'entrata,
tanto per comunicarci verso dove ci stiamo muovendo. Tuttavia non è sempre
così. Quando si voglia utilizzare l'ipertesto non solo come un grande indice,
ma come un percorso logico, quasi un percorso argomentativo, allora la
referenza del link apporta implicazioni significative. In particolare in questi
ultimi tempi, con lo sviluppo prima di Internet, la rete
"universale", e ora del libro elettronico, si apre per
l'ipertestualità una fase decisiva. Si capirà in questi anni se l'ipertesto
rimarrà solo un modo tecnologicamente più avanzato per indicizzare una lettura
lineare, oppure saprà proporsi come strumento per quella scrittura non lineare
che molti hanno profetizzato. Si vedrà insomma se l'ipertesto servirà solo a
formare enciclopedie multimediali, o saprà proporsi con forme di lettura e
scrittura veramente nuove.
Se
l'ipertestualità vorrà diventare qualcosa di realmente in rotta con la
scrittura lineare, dovrà necessariamente rivolgersi a forme più complesse di
referenza. Questa sfida porrà necessariamente i problemi da noi affrontati in
questo capitolo. Problemi che a prima vista potrebbero sembrare distanti
dall'argomento ma che in realtà si rivelano determinanti. Rimangono di certo su
un piano altamente generale, quindi con poca capacità di proporre precisamente
quali linee percorrere; eppure le questioni generali spesso sono le più
complicate da chiarire. Non avere una chiara visione dei presupposti generali
di un problema può del resto portare a compiere errori grossolani.
In
definitiva, le osservazioni sopra svolte, ci insegnano che la referenza del
link dovrà essere posta su più livelli. Una referenza fissa si rivelerà in
qualche modo sempre infruttuosa. Mentre la capacità di dislocarla in relazione
alle esigenze di lettura dovrebbe essere l'obbiettivo di un buon programma
ipertestuale. Naturalmente non si può avere la pretesa di giungere al
complicatissimo intreccio di livelli col quale opera la nostra mente.
L'obbiettivo di un programma informatico non deve essere di riprodurre
l'intelligenza, ma di simularla relativamente al compito perseguito. Lo scopo
sarà di trovare via via i metodi tecnicamente realizzabili per ottenere una
buona modalità di lettura ipertestuale. Questi metodi, necessariamente legati
alla possibilità tecnica, dovrebbero però lavorare, a nostro avviso, secondo
questo obbiettivo. Proponendo quindi una referenza del link orientabile su più
livelli, un link che rimandi a una localizzazione non fissa e predeterminata,
ma che lasci iniziativa al lettore.