DAI GRAFFITI AL WEB: COME CAMBIA LA STRUTTURA REFERENZIALE NELL'ETA' DELLA RETE

[INTESTAZIONE]

[Introduzione]

[Gli sviluppi della scrittura nella storia]

[La referenza tramite il segno]

[L'ipertestualità come spazio di scrittura]

[Gestire la conoscenza in Rete]

[BIBLIOGRAFIA]

CAPITOLO II: LA REFERENZA TRAMITE IL SEGNO

 

2.1 L'ipertesto come rete di segni.

 

Come si è detto, la caratteristica maggiormente distintiva della digitalità è certamente la possibilità di fornire ordini di lettura dei dati che non siano necessariamente legati all'ordine di archiviazione. Questo avviene per un qualsiasi programma informatico. Anche un software che proponga una lettura dell'informazione completamente lineare offre al lettore dei dati che sono ordinati in modo diverso rispetto alla loro registrazione fisica nella memoria del computer. Ovviamente, utilizzare uno strumento digitale come il computer per un accesso lineare ai dati, non risulta vantaggioso. Tutti i programmi informatici, indipendentemente dal tipo di dati che gestiscano, per elaborazione grafica come sonora come testuale, permettono un'agile  ricomposizione degli oggetti su cui lavorano. I pacchetti di byte, che rappresentano nella memoria del computer un oggetto visualizzato sullo schermo, possono essere facilmente divisi e riassemblati. Così l'informazione relativa al colore di una figura che stiamo visualizzando può essere facilmente isolata e con un solo comando modificata. Così di un suono si può modulare la frequenza o di un testo invertire l'ordine dei paragrafi.

 

Questo stato fisico, flessibile ma anche labile, degli oggetti digitali non è però immediatamente chiaro a chi si avvicini per la prima volta a strumenti informatici. Esperienza di tutti i principianti è quella della insicurezza nei confronti del dati, facilmente cancellabili. Insicurezza che sorge dal non percepire dove questi fisicamente si collochino.

Tra tutti gli strumenti informatici, quello che forse più di tutti rende all'utente manifeste le prerogative di un supporto digitale, è l'ipertesto.

L'elemento fondamentale dell'ipertesto è il link. Il link, o collegamento ipertestuale, è un segno: una parola, un'immagine, una frase, appartenente a un testo, che lo collega con altri testi, o altri oggetti di un testo.  Il collegamento può essere intratestuale, se il link collega fra loro porzioni di uno stesso testo, o intertestuale se collega due differenti testi. Si capisce subito come in realtà questa distinzione sia solo approssimativa, poiché definire in un insieme di segni un'unità testuale dipende dal concetto che si ha di testo. Nell'età della stampa un testo era ciò che si riuniva sotto uno stesso volume, o gruppo di volumi, oppure una sezione di volume graficamente individuata come unità a sé stante, collocata accanto a altre unità testuali che con essa formavano un percorso di lettura. In generale si potrebbe dire che l'unità testuale dipendeva da una scelta dell'autore, o curatore, dell'opera, che si incaricava di definirla precisamente. In un ipertesto, e ancora di più in una rete di ipertesti come a esempio Internet, la distinzione in singole unità testuali, se certo non sparisce, perché le pagine sono sempre ordinate sotto un dominio o caratterizzate da una veste grafica, tuttavia si fa molto più imprecisa.

Il link spesso non collega fra loro solo due segni, a esempio due vocaboli che possono fornire informazioni simili o logicamente successive, ma il più delle volte assume su sé il compito di esplicitare un rapporto fra due sezioni testuali. A esempio due paragrafi di due testi prodotti in momenti diversi potrebbero essere collegati attraverso l'istituzione di un link su una parola chiave che ne sintetizzi il significato.  Ne risulta che la rete possa concepirsi come una serie di sezioni testuali fra loro collegate. Bolter le ha definite unità topiche, Barthes le chiamava lessie ancor prima che l'ipertesto elettronico fosse realizzato (Barthes, 1970). Queste sezioni testuali sono unità significanti che un segno (una parola, un'immagine, una frase) ha il compito di rappresentare. Ogni rappresentazione è sempre anche una referenza, perché significando qualche cosa, un segno, necessariamente la indica, in un qualche modo, cioè definisce a cosa si sta riferendo. La questione della referenza nell'ipertesto si manifesta realmente e diventa cruciale per ogni lettore. Il segno-link propone un significato ma anche individua una sezione testuale diversa da quella alla quale esso stesso appartiene. Adoperando ipertesti si apprende subito la differenza tra il significato del link e la localizzazione della sezione testuale a cui il segno rimanda. Il link insomma è un segno che si rifà a altri segni. Non necessariamente per esprimere con essi un'identità, ma comunque un rapporto di senso, una, anche parziale, comunanza semantica.

 

Nelle sue implicazioni teoriche un ipertesto parrebbe non porre nessun limite a questo intreccio e rimando di referenze tra i segni. Il supporto informatico poi, ancor più considerando uno spazio di condivisione universale, come Internet si propone di essere, sembra offrire basi materiali che non costringono a nessun limite. David Bolter ha visto nell'ipertesto la manifestazione di un preciso meccanismo semiotico.

 

Il processo reale di semiosi, il passaggio da un segno al successivo nell'atto di comunicazione, trova qui, per la prima volta nella storia della scrittura, espressione concreta. Nel computer, i segni si comportano esattamente come i semiologi si aspetterebbero. Si potrebbe dire che la teoria semiologica, acquista evidenza, un'evidenza quasi triviale, nel mezzo offerto dal computer. Nei mezzi di comunicazione precedenti come il libro a stampa, il riferimento dei segni a altri segni era solo potenziale. Il computer invece, inteso come testo apparentemente capace di lettura e di scrittura provvede a se stesso la sua propria semiosi  (Bolter, 1991, 248).

 

Qui Bolter si riferisce, in particolare, alle teorie semiotiche di Peirce e di Eco. Queste teorie affermano l'infinito rimando nella serie delle relazioni fra i segni. Peirce definiva l'atto di significazione, la semiosi, come un processo tripartito poiché tra segno e ciò che esso rappresenta deve sempre porsi un interpretante. L'interpretante è il processo attraverso cui è definito il segno ma per Peirce questo processo è stabilito solo da un ulteriore gruppo di segni. Eco paragona la teoria semiologica a quella chimica. Come le molecole che noi definiamo si rivelano solo forme familiari di processi in realtà molto fluidi  e provvisori, così i significati non sono nulla di definito ma piuttosto una attività che vive del riferirsi fra loro dell'insieme dei segni.

Bolter ritiene che il computer possa fornire una base conclusiva al processo di regressione della semiosi. Non tanto perché sia possibile completare la serie infinita ma poiché diventa possibile contenere la serie dei riferimenti in un unico spazio: quello elettronico. Il processo di definizione è sempre in movimento perché sempre si possono aggiungere nuovi testi e nuovi legami fra i segni, ma in ogni momento è comunque possibile definire la serie di rimandi nello spazio chiuso della rete ipertestuale. Il riferimento del segno appare quindi come definirsi nella serie dei riferimenti. Poiché il concetto di riferimento è strettamente connesso a quello di link e il link costituisce l'elemento cardine di un ipertesto la questione diventa cruciale se si cerca di cogliere la natura dell'ipertestualità.

Delineeremo quindi brevemente i fondamenti delle teorie semiotiche dell'illimitatezza del riferimento, cercando innanzi tutto di chiarire i termini del problema.

 

2.1.1 Teorie semiotiche dell'illimitatezza del riferimento.

 

Secondo Eco il semema è un testo virtuale. Riprendendo Greimas egli mostra come l'unità semantica "pescatore" contenga in sé già un programma narrativo. Si tratta di una persona umana, generalmente di genere maschile, che può compiere una serie di operazioni diverse ma comunque tese alla cattura di pesci o animali simili ecc… (Eco, 1979, 19).

Come il link, il semema rinvia a porzioni testuali e il testo di conseguenza è un espansione del semema. Per Eco la condizione per cui un singolo segno si rifà, in ogni caso, a un testo implica la prospettiva di una semiosi illimitata, basata sul concetto di interpretante. Il primo a introdurre la nozione di interpretante fu, nel 1895, Peirce (Eco, 1979, 27).  A suo parere un segno sta in luogo di qualcosa in qualche rispetto o capacità. Esso indica nella mente di chi lo usa, sia come mittente che come destinatario, un segno equivalente o piuttosto un segno più sviluppato. Questo segno che esso indica è l'interpretante. L'interpretante non è un'idea ma un secondo segno. Questo segno sta poi per l'oggetto che indica. L'oggetto non viene mai colto nella sua interezza, piuttosto esso è sempre  selezionato sotto alcuni dei suoi possibili attributi. L'insieme di attributi al quale l'interpretante si riferisce, a seconda del taglio attraverso il quale si accosta all'oggetto, è chiamato ground. Ma secondo Eco non c'è una vera differenza tra interpretante, ground e significato. Queste sarebbero tre divisioni logiche di uno stesso atto di semiosi (Eco, 1979, 32). In ogni caso il concetto di interpretante e di ground portano a una teoria semiotica nella quale il significato si può stabilire solo in riferimento alla serie di tutti i segni, visto che un segno rimanda sempre a altri. In una teoria siffatta naturalmente si pone il problema del limite della regressione. Se infatti Peirce appare sicuro che il significato di una rappresentazione non possa essere altro che una rappresentazione e perciò non sia mai del tutto possibile raggiungere un limite, non compromesso dal continuo rimando, tuttavia egli stesso rileva che dovrà pure esistere una zona di confine tra il rilevante e l'irrilevante. Se noi tentiamo la definizione di una parola come a esempio "litio" vediamo immediatamente come sia difficile stabilire per questo termine una distinzione tra proprietà necessarie o solo accessorie. Il litio potrebbe essere descritto come un minerale vitreo e traslucido, che talora appare come un globulo di metallo rosato argenteo, tuttavia certamente questa definizione non completa la totalità  dell'informazione relativa al termine. Allo stato liquido a esempio esso assumerebbe proprietà radicalmente diverse. Si potrebbe però dire che a riferire un oggetto sia sufficiente l'informazione semantica necessaria a inserirlo nei termini di un discorso. In questo modo interpretante e ground, pur inseriti all'interno di una teoria dell'illimitatezza del riferimento, sarebbero ampiamente adeguati a individuare un significato, cioè in grado di riferirsi a un oggetto. In questo modo Peirce  arriva a definire la nozione di interpretante finale. Esso sarebbe un'abitudine, una tendenza a agire  in modo simile in circostanze simili. Ogni segno, presentandosi in situazioni analoghe, produce una risposta regolare e questa si consolida fino a diventare una legge. Vale la pena di rilevare che questo aspetto della teoria, se certamente parte da un assunto pragmatico, non si risolve in esso. L'abitudine non è solo intesa come categoria psicologica, il suo consolidarsi si origina nelle risposte che un individuo produce in circostanze date, ma, poiché queste risposte sono frutto di un accostarsi al mondo, l'abitudine manifesta una regolarità cosmologica. Questo ci dice anche che l'esperienza viene a porsi come limite ultimo della serie dei rimandi. Noi infatti non ci riferiamo mai nel discorso a un universo illimitato ma piuttosto a qualcosa di ordinario, di già considerato sotto la nostra esperienza. Alla fine, secondo Eco, la semiotica Peirciana si risolve, anche se in forma imprecisa, in una grammatica per casi (Eco, 1979,42). In definitiva, attraverso lo stabilirsi di un interpretante finale, l'oggetto si definisce in una legge, una prescrizione operativa di una classe di possibili esperienze.

 

2.1.2 Esplicitare la referenza.

 

Incominciano a questo punto a delinearsi i termini del problema  che dovremo analizzare in questo capitolo.

Basandosi su una semiosi dell'illimitatezza del riferimento e considerando i presupposti teorici dell'ipertestualità Bolter è giunto a delineare l'ipertesto informatico come sistema semiotico autosufficiente (Bolter, 1991, 224).

Correttamente Bolter individua il nocciolo del problema: è possibile un sistema semiotico completo, in grado di attingere al significato delle cose? Egli descrive il problema nei termini del dibattito decostruzionista. Il decostruzionismo, di cui Derrida è il più autorevole esponente, nega la finitezza del mondo testuale, la possibilità di una letteratura dell'autore, la linearità di lettura. Si evidenziano gli infiniti legami che un testo può proporre, la stretta dipendenza tra lettura e intervento del lettore, si aprono infinite strade di lettura con sbocchi intrecciati, spesso diretti verso una morte della significanza.  Il lettore è descritto come un io frammentato di fronte a una testualità frammentata. Come Bolter bene individua il decostruzionismo rappresenta la precursione  dell'ipertestualità nella tarda età della stampa. Partendo da queste basi, con coerenza il decostruzionismo aveva messo in discussione il concetto classico di significato. Secondo una visione occidentale classica il significato è l'ultimo passo di un processo intenzionale, più o meno complesso a seconda delle teorie, ma sempre completo. Derrida mette in discussione la possibilità di completare il processo di intenzionalità e di giungere a quello che egli chiama significato trascendentale, cioè al punto di coincidenza tra significante e significato (Derrida, 1971). Per Derrida la rete dei segni non è mai completa e egli nelle sue opere non si stanca di proporre esempi di smarrimento nella selva che essi formano.

 

Bene si vede come la semiotica di Peirce anticipi questa problematica, e offra a essa una soluzione attraverso il concetto di interpretante . Se i segni si rimandano sempre fra loro e hanno come referenza sempre altri segni bisogna chiedersi quanto questa referenza sia in grado di individuare un significato. Il significato si da in un qualche senso, ma mai completo, nell'interpretante finale, come regolarità e abitudine, e trova una sua completezza vera e propria, potremmo dire ontologica, nella serie infinita di rimandi tra segni. Secondo Bolter, l'ipertestualità rappresenta proprio l'emergere e il manifestarsi di questo sistema semiotico. In un ipertesto i segni si richiamano realmente  fra loro, la loro referenza è una localizzazione di un altro segno. Ma non solo, Bolter ritiene che l'ipertesto informatico, o meglio una rete di ipertesti, (ricordiamo che Bolter scrive quando le reti informatiche, se pur già esistenti, si presentano ancora allo stadio embrionale; Internet nasce nel 1990) possano rappresentare l'esplicitarsi della rete semiotica, e quindi il definirsi di una loro completezza. Egli scrive:

 

Semiologi e decostruzionisti sono costretti infine a ammettere il carattere finito del mondo testuale. Afferrano la finitezza di tutti i testi, ma paiono nondimeno continuare a guardare indietro a quella cultura faustiana nella quale l'infinito costituisce la più elevata, benché insoddisfatta aspirazione.[….] Nello spazio elettronico non vi è affatto regressione infinita, ma questo non perché il lettore attinga infine il significato trascendentale, ma piuttosto per il motivo concreto che le risorse della macchina, benché vaste, non sono mai infinite. Tutto questo suggerisce ancora una volta come il computer oltrepassi il decostruzionsmo [….] Il lettore e l'autore elettronico sono finalmente giunti a quella terra promessa, a quel mondo di puri segni, di cui la teoria postmoderna parla orami da un ventennio (Bolter, 1991, 259).

 

Bolter affronta il tema del riferimento e del significato partendo dalle basi del dibattito decostruzionsta e richiamando la semiotica di Peirce. Ma la questione ritorna anche affrontando l'ipertestualità da altri punti di vista. Pensiamo a esempio a un dibattito come quello sull'intelligenza artificiale.  Esso presenta certamente vari aspetti di confusione. Ognuno interpreta la questione volendo rispondere a domande diverse, partendo da idee di intelligenza ampiamente contrastanti. E' comunque chiaro che la questione mette in gioco la natura del pensare e quindi anche del riferirsi alle cose, del significare la realtà. Molti hanno rilevato come il termine "intelligenza artificiale" sia piuttosto fuorviante. Questi programmi non hanno infatti lo scopo di riprodurre una mente, che abbia una coscienza, una capacità di giudizio, una sensibilità; essi piuttosto si prefiggono lo scopo di simulare alcune attività tradizionalmente compiute dalla mente umana. Lo scopo insomma non è riprodurre gli esatti meccanismi del pensiero umano, ma piuttosto trovare sistemi che possano compiere alcune funzioni, con un grado di riuscita soddisfacente. Programmi di intelligenza artificiale che forniscono automaticamente una diagnosi medica non sono diversi concettualmente dagli ipertesti, o addirittura dai tradizionali testi lineari. Così come un medico può sfogliare l'enciclopedia e far coincidere una diagnosi con un sintomo, ugualmente un programma informatico collega nella sua memoria parti lontane di testo e le ripropone accostate, formando un nuovo senso. Ovviamente il programma informatico agisce con una rapidità e precisione superiore a quella umana. Questo però dipende solo dalla sua più ampia capacità di immagazzinare e enumerare dati. Volendo il programma può anche assumere una forma familiare all'utente, rispondendo come farebbe il più educato dottore, ma questo non cambia nulla riguardo al tipo di operazione compiuta dalla macchina. Non si tratta di altro se non di una operazione di lettura e di scrittura. Concettualmente nulla di diverso dal testo lineare o, ancora più evidentemente, dall'ipertesto. Questo addirittura potrebbe portare a dire che le nostre stesse capacità intellettive non si basino su niente altro se non su mere operazioni di accostamento di dati. Vedremo più avanti fino a che punto questa prospettiva sia accettabile. Ciò che è utile rilevare per il momento è come queste osservazioni paiano suggerire la possibilità di giungere a un significato tramite computazione di elementi, nel senso che in un programma di intelligenza artificiale, per quanto lavori attraverso algoritmi,   la referenza di un segno è sempre rivolta a altri segni.

 

Se consideriamo le posizioni fin dall'inizio assunte dalla critica "letteraria" all'ipertesto, non possiamo fare a ameno di notare la forte connotazione di sistematicità che assume l'idea di testo. G.P. Landow è probabilmente l'autore più conosciuto, accreditato e che meglio sintetizza i risultati del dibattito sull'ipertestualità. Le definizioni che Landow dà di ipertesto è di una scrittura multi-lineare, nella quale è persa ogni centralità, e il lettore è libero di costruirsi il proprio percorso, poiché può passare attraverso i nodi del testo in modo indifferenziato. Anche per Landow l'orizzonte significante di un testo non può più trovarsi nel singolo segmento lineare ma deve essere allargato all'intera rete, all'interezza del sistema che la contiene (Landow, 1997). Direttamente Landow non si pone il problema della referenza ma è chiaro che partendo dai suoi presupposti esso rimane completamente aperto.

 

Anche nel campo della critica della tecnologia il problema della referenza pare del tutto aperto. Pierre Lévy descrive la comprensione delle nuove tecnologie digitali inserendole in un processo di accrescimento della intelligenza collettiva. L'intelligenza collettiva è:

 

La messa in sinergia delle competenze, delle risorse e dei progetti, la costituzione e la conservazione dinamica delle memorie comuni, l'attivazione di modi di cooperazione flessibili e trasversali, la distribuzione coordinata di centri decisionali [....] Ora, il cyberspazio, dispositivo di interazione interattivo e comunitario, si presta proprio come uno degli strumenti privilegiati della intelligenza collettiva (Lévy, 1997, 32).

 

Nell'epoca della stampa, l'ideale strumento di convoglio di questa intelligenza collettiva fu ritenuta l'enciclopedia. In essa si raccoglievano tutti i migliori sforzi della produzione intellettuale umana, in questo senso rappresentava una selezione, una demarcazione tra ciò che poteva appartenere a questo spazio di condivisione culturale e ciò che ne era escluso. Lévy nota come tutto questo sparisca nelle reti cybernetiche dei nostri anni. Non vi è più  nessun intento totalizzante, non si ha nessuna pretesa di raccogliere e selezionare ciò che sia pertinente e utile al nostro sapere e ciò che non lo sia. L'obbiettivo è piuttosto l'universalità, nel senso che si raccoglie ogni risorsa e si fa in modo di interconnetterla il più possibile alle altre, di favorire l'interscambio e la condivisione delle informazioni. La rete insomma non è nulla di unitario, non ha per nulla un intento di sintesi, di riconduzione a un'unità, a una regola, delle informazioni che gestisce. I punti di riordino e organizzazione possono essere multipli, contrastanti e certamente in un continuo fluire dei rapporti e delle posizioni.

Con questa osservazione Lévy ci ricorda come la rete non possa essere intesa come sistema ordinato, come struttura fondata e coerente, nella quale ogni nodo abbia rispetto agli altri una posizione fertile di senso, nella quale insomma, per ritornare al nostro problema, le referenze si sostengano fino a delineare un significato, giustificato nella completezza dei rimandi. La rete infatti è un fluido in continuo assestamento. I testi e i nodi connettivi vi appaiono e scompaiono giornalmente, essa non è un programma algoritmico ma vive del continuo apporto umano, di esperienze e conoscenze sempre rinnovate. Tuttavia lo stesso Lévy riconosce, a nostro parere, un problema della referenza. Egli infatti afferma come la rete, pur se priva di centralità, necessiti tuttavia di mappe, di unità sintetiche significative, di linee di orientamento che portino a reperire quel senso, per cercare il quale ci si era connessi. Svolgono questa funzione i motori di ricerca, i portali, i siti tematici, ma anche i newsgroup e i forum di discussione. Pur se priva di un centro, nella rete il problema della referenza non è irrilevante.  Una universalità di informazioni e testi completamente interconnessi, in modo trasparente potremmo dire, dove idealmente tutti i punti possano toccare tutti i punti, non sarebbe nient'altro che un caos, un insieme indistinto ma soprattutto indistinguibile di segni privi di significanza. La possibilità di produrre una referenza significativa, e quindi la comprensione degli elementi sulla quale si fonda, è fondamentale per costituire di senso la testualità. Ancora di più in un sistema reticolato di testi, dove abbiamo viso esistere una forza caotica, dovuta al meccanismo dell'interconnessione, che priva la rete di un centro.

 

L'ipertesto in definitiva si mostra come una rete di segni che hanno tutti come riferimento altri segni. La sua potenza, come più in generale la potenza dei mezzi informatici, pare suggerire o promettere la possibilità di delineare l'insieme delle referenze. Comprese in un unico sistema, per di più un sistema attivo, le singole referenze si andrebbero definendo in virtù dei rapporti che i segni instaurano fra loro. Tuttavia bisogna chiedersi fino a che punto il sistema, nella sua totalità, può assumersi l'onere di giustificare il senso della singola referenza. La singola referenza si rifà infatti alla totalità del sistema solo in quanto potenziale, senza nessuna possibilità che la totalità sia esplicitata nella referenza singola. Affermare l'appartenenza di ogni referenza a un insieme semiotico, potenzialmente operante, ma la cui definizione non sarà mai esplicitabile, non risolve il problema del continuo rimando dei segni fra loro. Anche le lingue sono sistemi semiotici dove le referenze dei segni si rimandano continuamente. Senza la possibilità di toccare una concreta definizione degli elementi che agiscono nella rete, un sistema ipertestuale non si distinguerebbe in nulla dalla lingua. Si inserirebbe piuttosto in essa, sarebbe un suo segmento, vivrebbe dei rapporti e dei mutamenti della lingua, rappresenterebbe solo una sua modalità d'espressione applicata a una particolare testualità. Se si crede che i segni, definendosi in un sistema di referenze concreto, cioè realmente attivo, possano portare a toccare il significato, bisogna accettare che in qualche modo questo insieme venga esplicitato e che possa essere reso presente a una coscienza.

 

Per fare ciò non si può che ricorrere a una regola: stabilire una funzione calcolabile del riferimento. Del resto, si è visto, la stessa semiotica di Peirce, per eccellenza semiotica del rimando del riferimento, giunge alla conclusione della necessità di un interpretante finale, che rappresenterebbe appunto un'abitudine, una regolarità, una calcolabilità del riferimento potremmo aggiungere noi.  Parlare di calcolabilità del riferimento non significa per forza sostenere la possibilità di una completa riduzione del riferimento sotto regole formali. Molti studiosi infatti sono giunti alla conclusione che sia impossibile una completa esplicitazione della referenza. D'altra parte l'idea che il significato possa essere qualcosa di calcolabile è profonda nella storia del pensiero occidentale. Molti sono stati i tentativi di logici e linguisti per formalizzare la lingua. La convinzione che questo sia possibile nasce certamente dalla convinzione, profonda nel nostro pensiero, che la realtà debba avere un ordine logico rigoroso, in quanto non è in alcun modo concepibile un reale contraddittorio. Nella storia del pensiero umano il tema è ricorrente e non ha mancato di creare sconcerto. Da un lato  non si riesce mai a definire, a calcolare completamente, il significato di una termine. Dall'altro ci si attenderebbe che la realtà potesse essere ridotta a delle regole ultime, e così anche la sua comprensione.

Stretti tra questo dilemma, interrogarsi sulla calcolabilità del riferimento, che nel nostro lavoro significa più che altro  chiarire la struttura logica dell'ipertestualità, non significa risolvere la questione, quanto piuttosto capire in che senso il riferimento può calcolarsi e in che senso questo non sia possibile. L'obbiettivo è di trarne qualche indicazioni generale che permetta di capire verso quali direzioni sia più fruttuoso lavorare qualora si voglia organizzare una struttura ipertestuale.

 

2.2 Il dibattito sul significato.

 

Lo studio della lingua ha certamente radici antichissime, basti pensare alla grammatica indiana, il cui maggior esponente fu il grammatico Panini, vissuto nel VI secolo avanti Cristo, oppure alla tradizione alessandrina. Lo stesso  problema del riferimento fu più volte messo in evidenza nell'antichità, basti pensare alle osservazioni di Aristotele sulla polisemia dei termini o sulla necessità di dare contesto a ogni discorso, che a volte vengono descritte come conquiste moderne. Gli Stoici mostrarono le profonde implicazioni del segno dividendolo in materiale, mentale e reale. Storicamente poi non si può scordare la notevole importanza che ebbe, attorno al '600, il lavoro svolto dai grammatici di Port Royal.

Leibeniz fu forse il primo a pensare alla possibilità di un linguaggio costruito su regole che ne impedissero ogni contraddizione interna. Tuttavia i primi a formare una solida tradizione di ricerca formale, basata su un linguaggio completo e coerente, che permettesse di calcolare l'esatto significato di un segno, furono i logici dell'inizio novecento. Essi tentarono di dare alla filosofia quel solido rigore che ritenevano possedesse la matematica. Per sistema formale si intende un sistema che possa rispettare alcune condizioni:

 

à Possedere un alfabeto, che ne determini i caratteri accettabili.

à Possedere delle regole di formazione, che dicano quando una stringa sia ben formata e quindi accettabile.

à Possedere delle regole di inferenza che dicano quando si possa passare da una stringa a un'altra; le stringe ottenute rispettando le regole sono teoremi; il procedimento che accosta le regole per ottenere teoremi si chiama dimostrazione o derivazione. Quando un teorema sia fornito  senza dimostrazione esso è chiamato assioma (Hofstater 1979, 40).

 

Con lo scopo di ottenere un sistema simile i logici si interrogarono sulla affidabilità del discorso e di conseguenza sulla forza dimostrativa della lingua. Partiremo quindi dal loro approccio al problema, con l'intenzione di chiederci fino a che punto sia possibile calcolare la lingua, e quindi fino a che punto un significato possa essere formalmente riferito. Secondo questa prospettiva la linguistica strutturale degli anni '50 e '60 è perfettamente in linea con i tentativi dei logici di formalizzare la lingua. Soprattutto le tesi legate alla grammatica universale ritengono di poter stabilire la struttura di un enunciato unicamente partendo dai rapporti sintattici espressi al suo interno. In modo completamente indipendente dal riferimento semantico, le strutture linguistiche si definiscono riconducendole a una regolarità sintattica. Tale regolarità non è inoltre legata a una convenzione o a un uso consolidatosi nel processo storico di formazione di una lingua. Queste strutture sono manifestazione di una grammatica universale, sulla quale si basa ogni linguaggio storico.

Nostro intento sarà quindi quello di vagliare fino a che punto sia corretto parlare di lingua come calcolo, e quindi fino a che punto il riferimento possa essere esplicitato. In questo modo potremo meglio capire che ruolo effettivamente il link, un segno che si riferisce attivamente a altro segno, possa giocare nella costruzione di una struttura ipertestuale.

 

2.2.1 Senso e denotazione.

 

Frege fu il primo a tentare di formalizzare la lingua. Egli si costruì un particolare linguaggio, che fornendosi di una simbologia molto ricca, aveva lo scopo di eliminare ogni ambiguità dal discorso. Questo suo linguaggio era certamente molto complesso, tant'è che lui solo se ne servì veramente, e che dopo la sua morte fu abbandonato. Tuttavia da quel linguaggio prese le mosse quello, ben più fortunato, della logica formale moderna.

Il contributo di Frege fu soprattutto legato alla sua opera più conosciuta, Sinn und Beeutung. Con questo lavoro egli intense chiarire la differenza tra nomi propri e descrizioni, confutando le teorie Russelliane della descrizione (Frege, 1892). Bertrand Russell riteneva che quelle enunciazioni o quei termini che non denotano nulla di reale, come a esempio "Amleto" o "il quadrato rotondo" non sono né vere né false, ma semplicemente prive di significato.

Frege, al contrario, per ogni termine che fosse un nome proprio come una descrizione, distingueva un senso (Sinn) e un significato (Beeutung). La terminologia usata da Frege ha creato non pochi problemi. In particolare essa viene tradotta in modo diverso a seconda che si segua una tradizione filosofica anglossassone piuttosto che una tedesca. Letteralmente i termini tedeschi "sinn" e "beeutung" si possono tradurre come "senso" e "significato". Lo stesso Russell li tradusse però in inglese come "meaning" e "reference", non possedendo l'inglese un termine corrispettivo all'italiano "senso". Il risultato è che si può trovare "sinn" tradotto come "senso" ma anche "significato", mentre "beeutung" può trovarsi come "significato", "denotazione" o anche "riferimento". Noi qui useremo la traduzione maggiormente letterale dei termini e parleremo di senso (Sinn) e di significato (Beeutung).

Ma cosa intende Frege con questi due termini e perché ritiene utile introdurli?

Il significato è la cosa che indica il parlante  usando un termine: "Aristotele" è l'individuo Aristotele. Il senso è qualcosa di più difficile da definire e lo stesso Frege non lo farà mai in modo conclusivo. Il senso comunque è il modo di essere dato di un significato (Casalegno, 1997, 31).

Quindi se dico: "lo scrittore dei Promessi Sposi" o "lo scrittore dell'Adelchi" mi riferisco allo stesso significato con sensi diversi. Nei due casi mi riferisco al medesimo oggetto sottolineandone aspetti diversi, differenti legami di relazione con altri oggetti. Questa situazione è chiara particolarmente se si analizzano i nomi propri: questi infatti sono sempre denotazioni implicite,  a esempio Aristotele può essere l'allievo di Platone come il maestro di Alessandro e lo stesso parlante può usare lo stesso nome con sensi differenti. La denotazione insomma non è mai del tutto esplicitata, ma rimane agganciata a ciò che il parlante intende dire, a quali situazioni e relazioni il parlante abbia l'utilità di legare fra loro.

Secondo Frege si può spiegare attraverso queste osservazioni l'ambiguità del linguaggio parlato. Il suo obbiettivo è comunque quello di garantire oggettività al linguaggio. Non può quindi accettare uno sbocco psicologista della sua teoria. Il senso non può essere un semplice stato mentale privato, un atto soggettivo. Questa conclusione sarebbe dal suo punto di vista molto pericolosa, perché dovrebbe portare a affermare un'incoerenza del linguaggio. Il senso soggettivo, come atto privato, non consente mai di riferirsi, senza ambiguità, a una stesso significato.

Frege si affretta a sottolineare che il senso non può essere considerato uno stato psicologico. Basandosi su una distinzione largamente condivisa tra i filosofi del suo tempo, egli definirà il senso come un atto logico. Un atto logico può essere derivato da una scelta privata, ma può anche non esserlo, si distingue da un atto psicologico che contrariamente rimane, per sua natura, privato. Per capire la distinzione fa questi due atti possiamo fare un esempio. Nell'atto di pensare: "la retta è la distanza più breve che unisce due punti", posso compiere ogni volta un atto psicologico diverso, ma sempre uno stesso atto logico, universale e oggettivo (Casalegno, 1997, 38).

 

Definito cosa sia un nome, Frege tenta di chiarire cosa si possa intendere per descrizione. Per stabilire i valori di verità di una proposizione egli suggerisce l'uso del concetto di funzione. Una funzione definisce, per degli elementi in entrata stabiliti, una regola che dia elementi in uscita. A esempio, può esserci una funzione che lega a un numero il suo doppio. Un enunciato al cui interno compaia il termine "coltello" definirà una funzione che richiami un numero definito di oggetti a esso ricollegabili. Si potrà ottenere "tagliare" ma non "dormire". Il concetto di funzione è poi potenziato dal principio di composizione. Secondo tale principio funzioni diverse possono riunirsi nella costituzione di nuove. Il "coltello rosso" sarà l'insieme dei coltelli e delle cose rosse. Ultimo principio che entra in causa nella definizione dei valori di verità è quello di sostituibilità. Se nell'enunciato "Alessandro è alto due metri" sostituisco un altro senso che corrisponda al significato avrò lo stesso valore di verità. In concreto le funzioni si possono applicare a tutti quei significati che le soddisfino (Casalegno, 1997, 45).

 

In definitiva ciò che Frege mise in luce, e che lasciò come patrimonio in eredità a tutti coloro che abbiano tentato di misurarsi col problema del significato, è che sempre si deve distinguere fra ciò che si significa e il riferimento che si usa per significarlo. Ovviamente la distinzione non va confusa con quella che divide il significato dal significante. Egli semplicemente non intendeva porre una distinzione fra un atto mentale, quello del significato, e un mezzo materiale da adoperare inevitabilmente come medio nella comunicazione. Frege intese mostrare come il significato, ciò la cosa intesa, non potrà mai del tutto essere riportata all'atto con cui la si intende, e denota quindi. Ovviamente questa osservazione apre una innumerevole serie di interrogativi. Se il significato non coincide col senso, cioè il modo in cui noi denotiamo un oggetto non coincide con tutte le sue implicazioni, non si potrà veramente mai indicare nessun significato e quindi non è possibile una comunicazione rigorosa, completa e oggettiva. Frege ritenne di poter risolvere la questione definendo il senso come un atto logico, ma non chiarì mai molto cosa questa affermazione significasse. Questo rimane il punto debole della teoria fregiana. In fin dei conti si può dire che venne sempre attaccato su questo punto. O perché si mostrava l'impossibilità di una oggettività del senso, negando così la distinzione fra senso e significato, o perché  questa stessa impossibilità di un senso oggettivo era usata per definire la lingua, se non il pensiero, come incoerente.  Molti hanno ritenuto di dover accettare questa conclusione e di dover quindi coerentemente definire il senso un atto fondamentalmente soggettivo, arbitrario, mai del tutto individuabile da un sistema di regole.

 

2.2.2 Nomi per stati di cose.

 

Per Wittgenstein, almeno per il primo, cioè quello del Tractatus, il mondo è costituito di oggetti semplici, cioè stati di cose.  Le proposizioni semplici sono immagini di questi stati di cose, quelle complesse sono funzioni di verità delle proposizioni elementari in esse contenute (Wittgenstein, 1918). Wittgenstein non diede mai una dimostrazione che il mondo sia costituito da stati di cose. Casalegno tenta di ricostruirla, partendo dal Tractatus, secondo l'ordine che segue.

 

à Affinché una proposizione abbia senso, bisogna che a ogni nome che in essa figuri corrisponda un oggetto.

à Se ai nomi potessero corrispondere entità complesse, non ci sarebbe nessuna garanzia che a un dato nome corrisponda davvero qualcosa.

à Supponendo che nella proposizione P figuri il nome N, al quale possa corrispondere un'entità complessa C, potremmo conoscere la verità di N solo sapendo che è vera la proposizione P' la quale asserisce che gli elementi costitutivi di C sono correlati in quel certo modo da rendere vera N.

à Ma questo è assurdo, perché se una proposizione abbia o no senso deve essere chiaro a priori. Se, per sapere che una proposizione è sensata, dovessimo sempre aver stabilito la verità di un'altra proposizione, si genererebbe un regresso all'infinito (Casalegno, 1997, 80).

 

Questa sua visione gli faceva dire che il nome dice di un oggetto semplice, la cui sensatezza è chiara a priori. Partendo da questa prospettiva è chiaro perché rifiuti la tesi di Frege secondo la quale si possano dare denotazioni dei nomi.

Una proposizione si considera vera se i nomi semplici in essa contenuti sono veri. In qualche modo Wittgenstein  colse il problema legato alla formalizzazione del linguaggio. Formalizzare una lingua significherebbe esplicitare tutto il sistema di segni che la forma, ma per fare questo è necessario che a un certo livello i segni diano direttamente ciò che significano. Per cogliere la verità di una proposizione, Wittgenstein introdusse un sistema che ottenne molto successo fra i logici e che oggi è ancora fruttuosamente utilizzato. Di una proposizione viene considerata la funzione che  unisce gli elementi in connessione, siano essi nomi ma anche proposizioni. Si  costruiscono a questo punto delle tavole di verità grazie alle quali si chiariscono le possibilità per una funzione di essere vera dato il variare delle due possibili posizioni di verità (v, f) degli elementi che la compongono. Graficamente la cosa appare molto più semplice:

 

p

^

q

v

v

v

v

f

f

f

f

v

f

f

f

 

In questo modo si isola una serie di funzioni logiche base, come la connessione, l'implicazione, la disgiunzione, alle quali si accosteranno di volta in volta termini o proposizioni (Casalegno, 1997, 85). Si va inoltre a definire un principio base della logica, il principio di bivalenza, che sancisce l'idea per cui le cose possono trovarsi in due sole posizioni di realtà: la presenza o l'assenza. Su questo stesso principio si basa ogni tecnologia digitale, che rappresenta oggetti attraverso una configurazione di assenze e presenze di bit.  Tornando a Wittgenstein, bisogna osservare come questa impostazione lo conduca a interpretare la lingua come un sistema di funzioni logiche applicate a stati di cose; come regole universali applicate a oggetti semplici. Per ricavare il significato di una proposizione complessa mi rivolgo allora alla comprensione del sistema di composizionalità. Esso è dato innanzi tutto dalla posizione. Se prendo due proposizioni come:

 

"Paolo è maggiore di Luca",

"Luca è maggiore di Paolo".

 

Osservo che il significato qui cambia al variare della posizione. Questo mi dice che la posizione è significativa nell'assegnare un significato ma ancora di più mi mostra come in questa proposizione si esprima una relazione di "essere maggiore di", questa relazione è assegnabile a tutte gli elementi ai quali si ritiene di assegnare, secondo l'ordine, questa relazione. Tutti i termini che potranno essere inseriti in questa relazione condivideranno fra loro una stessa funzione logica. Se poi i termini si possono riportare a stati di cose bisogna chiedersi quale relazione di stati di cose esprima una proposizione (Casalegno, 1997, 47).

Con coerenza Wittgenstein finisce per definire le proposizioni fornite di rigore logico come tautologie, cioè come quelle proposizioni che esprimono un'identità fra due termini. In questo senso, la logica ha lo scopo di individuare sotto quali forme, con quali composizioni di termini, le proposizioni siano corrette e cioè esprimano delle identità, delle tautologie. Egli riesce così a costruire una teoria del significato potente, poiché prevede una forte capacità di calcolo, ma fragile poiché chiude all'interno del limite della tautologia tutto il sensatamente esprimibile.

 

Quando Wittgenstein costruisce la sua teoria del nome come espressione di uno stato di cose, lo fa nel tentativo di dare una chiara e definita conclusione al linguaggio. Il linguaggio sarebbe cosi fermato da un lato, poiché arriverebbe a toccare la realtà. Una volta dato ai nomi questo ruolo di unità minime del linguaggio, è possibile costruire qualsiasi discorso, poiché ogni proposizione non sarebbe altro che una somma di queste unità costitutive. Sarebbe del tutto giustificato un linguaggio scientifico, sarebbe toccata la sostanza del mondo, e, data questa, il linguaggio non sarebbe che un calcolo. Tuttavia lo stesso Wittgenstein fu perfettamente cosciente dell'insostenibilità di queste posizioni. Prova ne è il concludersi della sua speculazione filosofia con una forte apertura al misticismo. Se da un lato Wittgenstein ritenne sempre doveroso considerare il mondo come una configurazione di stati di cose semplici, dall'altro espresse sempre la convinzione che ogni proposizione dotata di senso dovesse necessariamente avvolgersi nell'inesprimibile. Per quel che riguarda il concetto di stato di cose, bisogna dire che egli non lo spiegò mai con chiarezza. A proposito dell'inesprimibile appare invece chiaro che per lui rappresenti la conclusione ultima del suo pensiero. Quando col nome si tenta una fondazione ontologica, si tenta cioè di raggiungere il semplicemente dato, si cade nel circolo delle tautologie. Questo ci dice che la situazione contingente che vogliamo esprimere, sempre rimarrà contingente e in questo modo non riducibile tramite una relazione diretta tra simbolo e oggetto. L'oggetto semplice si intende solo all'interno di questa cornice sfuggente di inesprimibile. In questo senso il discorso wittgensteiniano  si risolve in mistica. Mistico è il mostrarsi del mondo, un mostrarsi privato della possibilità di cogliere una fondazione, ma che mostrandosi manifesta in qualche modo la sua fondazione. Massimo Cacciari così commenta il problema:

 

L'inesprimibile esercita quasi una forza gravitazionale sulle proposizioni scientifiche e le mantiene nei limiti della sensatezza [...] l'inesprimibilità dell'esistenza del mondo è l'a priori di questa discorsività. Se l'esistenza del mondo potesse dirsi, il nostro linguaggio avrebbe il potere di porla e di toglierla: il mondo sarebbe un nostro fenomeno (Cacciari, 1980, 29).

 

Senza volerci in alcun modo pronunciare sullo statuto ontologico del reale il percorso seguito da Wittgenstein pare comunque darci indicazioni importanti sulla possibilità di un linguaggio che si riferisca alle cose. Partito dalla necessità di postulare un reale costituito di cose semplici, in modo da assicurarne la regolarità, Wittgenstein giunge a dover affermare l'incapacità del linguaggio di indicare, in modo fondato, le cose. Il linguaggio insomma si baserebbe su un sistema di funzioni incompleto.

Quanto meno questo vale per una teoria che, come quella wittgensteiniana assegna ai nomi il ruolo di costituti linguistici semplici, in quanto designatori di stati di cose semplici.

 

 

 

2.2.3  La nozione di verità nei sistemi formali: Tarski.

 

Uno dei più grossi contributi dati alla comprensione di cosa sia un sistema formale va di certo attribuito al lavoro di Tarski (Tarski, 1956).

Tarski tenta una dimostrazione per definire la verità prendendo in esame vari sistemi formali. Più in generale, egli voleva stabilire se, dato un sistema formale, vi fosse una formula, con una sola variabile libera a, che potesse esprimere la verità per quel sistema. Tarski evidenzierà come ciò non sia possibile. Egli riuscì a definire la verità per un linguaggio formale, ma evidenziando come nessun linguaggio può definire la nozione di verità basandosi sui suoi stessi assiomi. Se si vuole predicare la verità di un linguaggio lo si può fare solo usando un linguaggio diverso (Casalegno, 1997, 91). Le regole di definizione di verità in un linguaggio L sono formalizzabili solo ricorrendo a un linguaggio L'. Qualora si cerchi infatti di definire la verità in un sistema formale, utilizzando le sole risorse del sistema formale, si può incorrere nella generazione paradossi del tipo:

 

"Questo enunciato non è vero".

 

Che sarebbe come dire:

 

"L'enunciato "Questo enunciato non è vero" è vero se e soltanto se questo enunciato non è vero".

 

Questi paradossi sono dello stesso genere dell'antichissimo paradosso del mentitore o di Epimenide. Epimenide era un cretese che pronunciò la frase: "Tutti i cretesi sono mentitori". Questi paradossi mettono in rilievo l'impossibilità di riferirsi alla verità di un enunciato nello stesso atto col quale si definisce l'enunciato.

La dimostrazione di Tarski  reca a suo seguito alcuni importanti corollari. Innanzi tutto il linguaggio L' non deve essere traducibile in L. Perché se L' contenesse un enunciato p sulla verità di L anche L ne conterrebbe uno poiché conterebbe la traduzione di p.

Poi Tarski stabilisce che una definizione generale di verità sarebbe una chimera. Dimostra infatti  che, in almeno un caso, la verità non si può definire a partire dagli assiomi e dalle regole assunte (Casalegno, 1997, 95).

 

Già la teoria dei tipi di Russell diceva cose simili, introducendo tuttavia una gerarchizzazione del tutto postulata. Tra il 1910 e il 1913 Bertrand Russell e Alfred North Whitehead pubblicarono i Principia Matematica (Russell, 1913). Il loro intento era di eliminare dalla matematica tutti i paradossi. Fino a quei tempi il linguaggio delle dimostrazioni matematiche si era sempre sostanzialmente  espresso tramite un linguaggio naturale; in un linguaggio quindi ambiguo. Quali erano invece i procedimenti legittimi, tali che due qualsiasi matematici avrebbero potuto risolvere ogni controversia circa la validità di una data dimostrazione? In particolare Russell e Whitehea tentarono di dare una risposta a alcuni paradossi che erano emersi dalla teoria degli insiemi di Cantor (Hofstater 1979, 21). Questi paradossi possono essere tutti ricondotti al paradosso di Epimenide, tuttavia, essendo intimamente legati alle teorie matematiche del tempo, assunsero una problematicità fondamentale, e vennero avvertiti come fatti che minavano alla base teorie che si pretendevano universali. Il più famoso fu, per l'appunto, il paradosso di Russell. Egli notava come solitamente un insieme non è elemento di sé stesso. L'insieme dei calciatori non è un calciatore. Tuttavia esistono insiemi che possono contenere sé stessi come elementi dell'insieme. A esempio potremmo pensare all'insieme di tutti gli insiemi o all'insieme di tutte le cose che non sono calciatori. Ora nulla ci impedirebbe di definire un insieme come l'insieme di tutti gli insiemi che non contengono sé stessi come elementi dell'insieme. Si capisce come tale insieme non si possa definire né come un insieme che contenga se stesso né come un insieme che non contenga sé stesso. Russell risolse il paradosso formulando la sua famosa teoria dei tipi. Si definisce come "tipo" un certo campo di significanza, classificabile in modo diverso a seconda degli oggetti contenuti: nomi di oggetti (tipo 0), proprietà di oggetti (tipo 1), proprietà di proprietà (tipo 2), e così via. Un predicato che appartiene a un dato tipo può contenere soltanto tipi immediatamente inferiori. In questo modo non è più lecito chiedersi se una proprietà appartenga o no a se stessa. Nel caso del paradosso del mentitore avremo quindi che il contenuto di ciò che una persona dice, nel nostro caso Epimenide, non si possa applicare all'atto di enunciazione stesso, che apparterebbe a una classe superiore, in quanto antecedente, di significanza. Russell tuttavia non fu in grado di spiegare in base a cosa si dovesse motivare tale teoria. Inoltre la sua teoria era piuttosto restrittiva perché proibiva l'utilizzo di varie strutture fruttuose per la matematica, come a esempio l'insieme di tutti gli insiemi o la nozione di insieme infinito.

 

Aver esposto la teoria dei tipi di Russell ci permette di apprezzare ancora di più il risultato ottenuto da Tarski. Egli riesce infatti, da un lato a non limitare in alcun modo l'utilizzo di sistemi formali, non li costringe in una gerarchia rigida di perfezioni, non definisce negativamente nessun sistema impedendone l'utilizzo, dall'altro mostra con chiarezza come la nozione di verità in un linguaggio sia definibile solo ricorrendo a un metalinguaggio. Nonostante il fatto che un sistema chiuso nei suoi propri postulati apparirà sempre incompleto, Tarski mostra come definire la verità servendosi di un sistema superiore.

Nel 1931 e nel 1933 Goëdel, attraverso la formulazione dei suoi teoremi dell'incompletezza (Galvan, 1992), stabilisce che dato un sistema formale S, tale che 1) S è coerente e 2) si può derivare in S una porzione sufficientemente estesa dell'aritmetica, allora possiamo trovare una proposizione p indecidibile in S, vale a dire una proposizione p che non può essere dimostrata in S, e la negazione di p (non-p) ugualmente non può essere dimostrata in S, ma si può mostrare che p è un enunciato vero dell'aritmetica mediante un argomento informale che non appartiene a p o ricorrendo a un sistema formale S' (Gillies, 1998).

Tarski evidenzierà proprio che ricorrendo a un sistema S' il concetto di verità di un sistema S è definibile.

 

A questo punto è possibile e utile specificare il senso di verità logica. Se dico:

 

"Ogni uomo e` mortale

Ogni greco è uomo

Dunque ogni Greco è mortale",

 

quella che abbiamo espressa sarà una verità logica, perché il suo valore dipende solo dal moello in cui è enunciata. Mi basta che i termini rispettino le regole di funzionamento del moello (inclusione del primo termine nel secondo) per poter dichiarare in moo universale la verità dell'enunciato. Se i termini rispettano la condizione di essere il primo incluso nel secondo potrei sostituire i termini con qualsiasi altro, senza mutare la verità dell'enunciato. Se però dico:

 

"Aldo è zio

Dunque qualcuno è nipote di Aldo",

 

questa enunciazione non esprime una verità logica perché, per stabilire i valori di verità dell'enunciato, non mi basta la correttezza del modello e il rispetto delle regole del modello. Per sapere se si tratta di una verità o meno devo ricorrere al significato di "zio", devo ricorre a una introduzione semantica del significato (Casalegno, 1997, 99).

Questa distinzione ci tornerà molto utile poiché, se riteniamo di poter definire il riferimento, quindi nel nostro caso particolare la localizzazione che è indicata in un link, all'interno di un sistema formale, dovremo sapere che questa definizione si dovrà basare unicamente su una regolarità di modello. Il riferimento, per essere qualcosa di completamente esplicitabile, quindi di formale, coerente e completo, dovrà dipendere dalla sola correttezza dei modelli attraverso i quali verrà espresso e in alcun modo potrà rivolgersi a contributi semantici. Può parere una dichiarazione ovvia, ma andrà comunque tenuta ben presente per formulare con chiarezza il senso e il ruolo del link nell'ipertesto.

 

2.2.4 Semantica Modellistica.

 

L'ereità di Frege, Russell, Wittgenstein, del circolo di Vienna, fu spartita tra un'innumerevole serie di pensatori. Questioni di epistemologia come di ontologia furono da molti riprese partendo proprio dalle problematiche lasciate aperte in seno al circolo viennese. Il tentativo di formalizzare il linguaggio fu invece ripreso con vigore su due distinti fronti. I logici e i matematici tentarono di vedere se era possibile dedurre dei principi assiomatici per il pensiero, e in definitiva quindi per la realtà. I linguisti vollero invece legare la ricerca di principi formali alle lingue storiche e, a volte, anche  al funzionamento biologico del nostro cervello.

Montague presenta uno dei tentativi più significativi svolti in ambito linguistico (Montague, 1970). Egli certamente non è il solo autore che possa essere citato ma è possibile prenderlo come esempio per presentare in sintesi una serie di problematiche frequenti nella storia della linguistica.

Il suo primo obbiettivo fu quello di rappresentare, per una porzione di linguaggio naturale, la nozione di verità. Egli prima definisce la nozione di verità per un linguaggio formale, poi mostra come si possa a esso far corrispondere una porzione di linguaggio naturale (Casalegnno, 1997, 175).

In contrasto con Chomsky, egli ritiene che si debba sviluppare una sintassi solo accanto a una semantica infatti, ammettendo che le regole sintattiche S'........S'' dessero l'enunciato "Ogni marinaio ama una ragazza", per ottenerlo dovremmo applicarvi le regole di traduzione T'.......T''. Ma a questo punto non ci potremmo ancora accontentare, perché ci verrebbero forniti una serie di enunciati a stessa struttura semantica, non l'enunciato in se stesso.

Per Chomsky la sintassi di ogni lingua si organizza in base a principi innati, stabiliti nel patrimonio genetico umano. Chomsky ritiene che un sistema di regole sintattiche sia oggettivamente corretto o scorretto a seconda che rispecchi o meno tali principi, e che il rapporto tra sintassi e semantica possa essere stabilito solo sulla base di indagini empiriche approfondite (Chomsky, 1998).

La semantica modellistica è una grammatica categoriale. Ogni espressione del linguaggio è assegnata a una classe. Se voglio formare espressioni nuove devo concatenare le classi. In pratica ci sono categorie fondamentali e categorie derivate. Si formano così dei livelli, entrando e uscendo dai quali, vengono costituiti i significati.

Le regole fondamentali di applicazione della semantica categoriale sono sostanzialmente due. Una sintattica e una semantica.

 

à Regola di concatenazione: se a è un'espressione di categoria (A/B) e b è un'espressione di categoria B, allora a b è un'espressione di categoria A.

Alla categoria (A/B) appartengono quelle espressioni di categoria che, seguite da un'espressione di categoria B, ne producono una di categoria A.

à Regola di applicazione funzionale: se a b è un'espressione ben formata, allora la sua denotazione è F(G), dove F e G sono rispettivamente le denotazioni di  a e b (Casalegno, 1997, 182).

 

Il limite della semantica modellistica rimarrà sempre quello di essere un impianto sostanzialmente teorico che mai riuscì a fornire una vera applicazione empirica alla nozione di categoria.

 

Già da ora può essere utile notare una cosa. La organizzazione del linguaggio sotto un  ordinamento categoriale pare emergere come un punto cruciale nella definizione di ipertestualità.

Nella linguistica questa teoria viene più volte presentata e il suo utilizzo pare fruttuoso in molti casi. La semantica modellistica ne è un esempio ma possono esserlo anche le teorie dei campi associativi (Bally, 1940), o dei campi semantici (Trier, 1931), che finiscono per descrivere una lingua come una strutturazione della realtà in virtù degli insiemi semantici individuati dalle parole. Queste ipotesi nascono dall'osservazione che in due lingue diverse uno stesso ambito di realtà può essere indicato con patrimoni semantici diversi. A esempio il termine francese "bois" ricopre il campo semantico del termine italiano "legno" ma anche "legna" o "bosco". Ma la stessa teoria dell'interpretante finale di Peirce finisce per risolvere la semiotica peirciana in una semiotica categoriale. L'interpretante finale, essendo un'abitudine, una regolarità psicologica come cosmologica, può essere inteso pure come una legge (Eco, 1979, 42). Anche Russell era giunto alla conclusione che ordinando ogni espressione di senso in una gerarchia di classi si potesse salvare il linguaggio, nel suo caso quello matematico, dall'ambiguità.

La forza di questa ipotesi sta nel fatto che essa permette di descrivere il linguaggio con rigore senza tuttavia obbligarlo a un unico sistema di regole, definito una volta per tutte, che si rileverebbe inevitabilmente inadeguato alla sua  descrizione. In realtà questa ipotesi presenta pure delle debolezze. Esse emergono nella concreta difficoltà di definire l'ambito effettivo di queste categorie, postulate. In sintesi è difficile definire quali e quante siano le categorie e quali elementi vadano in esse sistemati. Questa difficoltà sorge dal fittissimo intersecarsi delle categorie. Se infatti si vuole accettare la suddivisione dei significati sotto categorie, bisogna anche accettare che queste categorie si possano fortemente intrecciare fra loro, fino quasi a far perdere ogni loro utilità. In effetti un qualsiasi termine può di certo intendersi in svariati modi, a seconda del contesto in cui compaia, della struttura sintattica in cui è inserito ecc… Questo significa che può rientrare sotto categorizzazioni diverse; se poi consideriamo che ogni categoria si lega a altre, e che queste si possano intendere in modi diversi sempre a seconda del contesto semantico, dell'ordine sintattico o di altre variabili, si capisce bene come le categorizzazioni finiscano per diventare se non infinite, entità poco gestibili.

 

Detto questo, anticipando un po' i prossimi capitoli, rimane ancora lecito chiedersi se questo tipo di ordinamento di un linguaggio possa essere fruttuoso per la gestione di uno spazio di scrittura ipertestuale. Quando Bush progettò il  memex, lo impostò su una divisione categoriale. Ted Nelson e i primi informatici che crearono l'ipertesto lo fecero in opposizione con questa idea. Essi la consideravano uno dei motivi del fallimento del progetto di Bush. Il pensiero, dicevano, lavora per associazioni e non per categorizzazioni. In effetti essi inizialmente negavano che le banche dati fossero ipertesti (Landow, 1997, 30). Anche Deleuze e Guattari criticarono aspramente la organizzazione testuale per gerarchia a albero. Essi aspiravano a una  scrittura che non si appiattisse su modalità interpretative rigide. Il pensiero non lavora secondo una divisione categoriale dell'informazione, ma per associazione di termini. Le proprietà che essi attribuiscono al rizoma vanno ovviamente verso questa direzione. Ogni rizoma si estende in steli e va a formare un plateau. I piani formano così una molteplicità priva di gerarchia: essi condividono fra loro stessi rizomi, ma possono essere letti cominciando da qualsiasi punto (Deleuze e Guattari, 1977).

L'alba dell'ipertesto pare aver rifiutato il concetto di categoria, ma forse questo rifiuto rappresenta solo uno scatto istintivo, una dichiarazione dovuta più alla voglia di esprimere con forza i presupposti teorici della nuova idea, che non all'effettiva conoscenza delle sue possibilità d'uso. In effetti oggi nella rete abbiamo diversi esempi di organizzazione delle informazioni testuali secondo categorie. L'ordinamento per categorie facilita di fatto molto la ricerca e l'orientamento nello spazio ipertestuale. Non a caso oggi i limiti dell' HTML, linguaggio non-strutturato per eccellenza, dal punto di vista della gestione dei collegamenti, paiano potersi superare con l'adozione  dell' XML, evidentemente un linguaggio molto più predisposto a modellarsi per una organizzazione categoriale dei dati.

 

2.2.5 Teoria del riferimento diretto.

 

La teoria di Frege è parsa a molti criticabile circa la nozione di  "Sinn". Le parole spesso denotano ciò che denotano indipendentemente dai contenuti che i parlanti associano mentalmente a esse. Il riferimento non equivale a una descrizione. Se così fosse, bisognerebbe che si privilegiasse una descrizione sulle altre. Ma questo significherebbe dire due cose contraddittorie. La prima è che si possa dare di una cosa una descrizione essenziale. La seconda è che al variare delle conoscenze in relazione a un oggetto varierebbe la sua referenza, e in particolare si dovrebbe dire che la referenza imprecisa sia una referenza vuota (Casalegno, 1997, 227). Ma non è così che avviene. Searl rileva queste cose osservando che se l'individuo Aristotele è denotato dalla descrizione "il maestro di Alessandro Magno", avremo:

 

"Aristotele, se è esistito fu maestro di Alessandro Magno",

"Il maestro di Alessandro Magno, se è esistito fu maestro di Alessandro Magno".

 

La prima frase rappresenta evidentemente un enunciato empirico, mentre la seconda è analitica. Emerge così l'insostenibilità di una tesi che ritenga di poter designare il nome come descrizione.

Searl crede di poter trovare una soluzione a questa aporia proponendo la tesi che i nomi denotino un agglomerato di descrizioni, non tutte presenti alla mente del parlante, ma potenzialmente richiamabili alla sua coscienza (Searl, 1983).

 

Kripke in Naming and Necessity mostra che la tesi dell'agglomerato di descrizioni presenta le stesse difficoltà della tesi Russelliana (Kripke, 1972). Infatti un individuo non può considerarsi la somma delle sue descrizioni. Per quanto le descrizioni possano cogliere particolarità, caratteristiche di un individuo, queste sarebbero comunque tutte accidentali, nulla vi sarebbe di essenziale. Non ci sarebbe mai la possibilità di poter indicare pienamente e senza contraddizione quell'individuo. Kripke propone così la tesi che le espressioni siano riferite nella mente dei parlanti da designatori rigidi. Il nome proprio "Aristotele" è usato per designare l'individuo Aristotele in tutti i mondi possibili. Cioè sia quando parliamo di Aristotele reale sia quando parliamo di Aristotele di un mondo controfattuale. Se io dovessi scoprire che l'individuo storico chiamato Aristotele ha scritto, oltre alle opere già conosciute come sue, delle commedie, certamente l'insieme delle caratteristiche con le quali riferirsi a quell'individuo muterebbero. Non muterebbe però il nome col quale rivolgermi a quell'individuo. In termini di teoria dei mondi possibili dovrò inserire nel mondo reale di Aristotele nuove proprietà. Al variare dei mondi in cui devo (realtà) o voglio (finzione) situare Aristotele il designatore con cui lo riferirò rimarrà rigido.

Kripke precisa che il referente non deve necessariamente darsi come presente a un parlante. Perché io mi possa riferire a un oggetto tramite un nome non è obbligatorio aver avuto una esperienza diretta del rapporto tra designatore e cosa. Ci si può riferire a un nome sapendo che questo è stato usato come referente da un altro parlante. Così se mi parlano di Aldo, e non l'ho mai visto, saprò comunque che qualcuno si è riferito a lui, e quindi il mio referente sarà il fatto di sapere che un parlante abbia utilizzato tale referenza (Kripke, 1972).

 

A queste stesse conclusioni giunse Hillary Putman nel 1975 in The Meaning of Meaning. Egli propose un famoso esempio. Immaginiamo di avere una terra gemella del tutto simile alla nostra terra, se non per un piccolo particolare. Il liquido trasparente, incolore e insapore che occupa i mari della terra gemella e che disseta i suoi animali e le sue piante ha una formula chimica del tipo XYZ invece che H2O. Questo liquido è del tutto uguale per caratteristiche e funzioni all'acqua della nostra terra, varia solo per la formula chimica. Ora un astronauta terreste giunto sulla terra gemella non coglierebbe nessuna differenza tra il liquido XYZ e l'acqua: egli si riferirebbe a quel liquido col termine "acqua".

Putman introduce così la nozione di stereotipo. Il significato di una referenza sta nello stereotipo, cioè nelle informazioni concernenti un oggetto tali per cui si possa dire di un parlante che conosca il significato del termine usato per designare la cosa. Ma siccome le informazioni in riferimento a un oggetto dipendono dalle conoscenze della comunità dei parlanti, Putman riterrà utile formulare anche la tesi della divisione del lavoro linguistico.  secondo questa tesi i parlanti, per riferirsi a un oggetto, si rifanno indirettamente alle opinioni proposte dagli esperti sul tale oggetto. Così io posso riferirmi ai platani senza sapere in realtà distinguerli dalle betulle, basta che io sappia che questa distinzione sia fondata, cioè che alcuni ne facciano uso. In definitiva la denotazione si riferisce all'uso che ne fa la comunità dei parlanti nella quale sono inserito (Putman 1975).

Questa teoria è stata da molti considerata approssimativa e apre il fianco a una critica. Se ho:

 

"Maria crede che lo Spagnoletto fosse un pittore",

"Maria crede che Jusepe de Ribera fosse un pittore".

 

Secondo la teoria Maria si riferirebbe indirettamente, attraverso la collaborazione del suo gruppo di parlanti, a una medesima denotazione. Ma non sembrerebbe, considerando l'uso che essa fa dei termini nel caso non conosca questa identità, che sia così.

Kripke, per difendere la teoria del designatore rigido, formula un altro famoso esempio. Luca, un giovane ragazzo italiano, sa che Londra è una città inglese che dagli italiani è considerata bella. Egli ritiene quindi che la proposizione "Londra è bella" sia condivisibile. La vita lo porta in giro per il mondo, lontano dall'Italia e dalla sua cerchia di conoscenze, fino a giungere a stabilirsi in una città chiamata "London". Egli impara dai compagni del quartiere dove si è stabilito, un malfamato quartiere di periferia, che "London is not pretty". Egli non sa che le due città sono la stessa per cui la sua denotazione è diversa nei due casi, la prima si riferisce ai parlanti italiani, la seconda agli inglesi.

Andrea Bonomi  ridefinisce in modo maggiormente preciso questa teoria: "A crede che E" è vero se e soltanto se A sta nella relazione denotata da "credere" con la proposizione che E esprime nell'idioletto di A (Bonomi, 1983).

 

2.2.6 Inscrutabilità del riferimento.

 

Il riferimento appare nelle teorie di Putman e Kripke come qualche cosa di rigido e ben stabilito, anche se la sua determinazione non dipende dal singolo parlante ma si fonda nell'uso della comunità linguistica. Per quanto questa impostazione possa essere coerente, essa fallisce qualora le sia richiesto di indicare con precisione l'esatto riferimento di una espressione. Se ci chiedessimo insomma quale riferimento corrisponda alla parola "Londra" non potremmo fare altro che richiamare il concetto di uso dei parlanti, senza tuttavia in alcun modo definire completamente quale sia l'effettivo uso che i parlanti fanno del termine "Londra".

Questa ipotesi è sostenuta nella teoria della indeterminatezza della traduzione. La teoria fu presentata da Quine nel 1960 (Quine, 1960). Ne diamo qui una breve esposizione.

Se ho il manuale di traduzione dal linguaggio L al linguaggio L' esso sarà un sistema di regole applicando le quali si potrà tradurre ogni enunciato di L in L'. Sia C l'insieme delle condizioni che un manuale di traduzione deve soddisfare per essere corretto. Se ne esiste uno ne esistono diversi, tutti corretti  e conformi a C ma incompatibili fra loro. Non si può cioè utilizzare per un po' l'uno e poi l'altro. Questa ipotesi mina la nozione di riferimento. Infatti, la nozione usuale di riferimento, si fonda su due principi:

 

à "P" si riferisce solo e soltanto ai P. Un termine si riferisce all'oggetto che riferisce e a niente altro.

à Se A è una buona traduzione di B, allora  A e B hanno il medesimo riferimento.

 

Ma se in un manuale C avessi  che al termine "rabbit" corrispondesse il termine  "coniglio" e nel manuale C' a "rabbit"  corrispondesse "parti non staccate di coniglio". Avrei per il primo principio della nozione di riferimento  che "rabbit" si riferisce a "coniglio" e che "rabbit" si riferisce a "parti non staccate di coniglio". Per il secondo principio avrei invece che "rabbit" si riferisce sia a "coniglio" che a "parti non staccate di coniglio". Nel primo caso lo stesso termine si riferisce a termini diversi in momenti diversi, secondo sistemi di traduzione diversi, nel secondo caso lo stesso termine si riferisce a termini diversi nello stesso momento, all'interno dello stesso sistema. Ovviamente questo è valido se accetto che sia possibile costruire un manuale corretto a partire da due regole diverse come "rabbit" = "coniglio" e "rabbit" = "parti non staccate di coniglio".

 

Bisogna tenere presente che, esponendo questa tesi, Quine si rifà, nella concezione del significato, a un ambito di tipo comportamentista. Perciò il significato sarà una significato stimolo, cioè sarà dato dal comportamento dei parlanti in una situazione. Se io vedo conigli solo insieme a parti non staccate di coniglio non potrò mai dire la mia lingua cosa mi traduca, perché la reazione del parlante di fronte ai conigli e alle parti non staccate di conigli sarà in ogni caso la stessa. Quine vuole in definitiva mostrare come di qualsiasi termine potremmo fissare un qualsiasi riferimento. Ovviamente, fissato quel riferimento la nostra lingua modellerà gli altri termini coerentemente col primo riferimento, ma mai potremo giungere a stabilire con esattezza il riferimento di un termine. In sintesi, Quine ci dice che un sistema di termini coerente è sempre possibile, infatti possiamo avere più lingue, il fatto che sia sempre possibile ci dice della indipendenza tra coerenza di un sistema linguistico e referenza delle espressioni di quel sistema. In effetti il riferimento ci appare, secondo Quine, sempre un atto indipendente dal sistema di espressione a cui appartiene.

 

Questa sua tesi ottenne ancora maggior credito quando Quine mostrò che poteva essere legata a alcun teorie matematiche.  Infatti teorie matematiche diverse possono essere tradotte le une nelle altre. A esempio è possibile tradurre la teoria dei numeri utilizzando quella degli insiemi. Il numero 0 può essere descritto come l'insieme vuoto Ø, 1 sarà l'insieme che contiene solo l'insieme vuoto {Ø}, 2 l'insieme che contiene l'insieme che contiene solo l'insieme vuoto {{Ø}}. A ogni numero N+1 sarà così sempre possibile far corrispondere un insieme. Graficamente il solo accorgimento richiesto sarà quello di aggiungere una parentesi ogni volta che si voglia indicare un numero superiore (Quine, 1969).

Ancora Quine sostenne che le nozioni di significato, verità analitica e sinonimia siano indefinibili. Possiamo dire significato di un'espressione ciò che essa ha in comune con espressioni sinonime, due espressioni sono dette sinonime se l'enunciato che assicura loro equivalenza è analitico, l'unico modo di definire un enunciato analitico è di dirlo vero in virtù del solo significato dei suoi termini. Ognuna di queste nozioni è definibile solo tramite le altre, ma sempre in un processo circolare, e quindi mai dimostrativo (Quine, 1951). 

Le conclusioni che egli trarrà da queste osservazioni saranno molto nette. Per quanto particolareggiata sia una descrizione, essa non ci fornirà mai il riferimento diretto alla cosa, poiché la descrizione potrebbe essere interpretata in modi diversi.

E poiché ogni espressione, anche se con pretese di valore scientifico, è inserita in un linguaggio bisognerà anche dire che le teorie scientifiche possono essere, allo stesso tempo, empiricamente equivalenti e logicamente incompatibili.

 

Chomsky ha fortemente combattuto queste tesi. Egli rivendicò l'apporto genetico alla strutturazione della lingua. Strutture innate complesse, e non osservazione degli eventi, sono per Chomsky alla base del nostro comportamento linguistico. La cosa, a suo parere, è comprovata dalla rapidità di apprendimento che dimostrano i bambini. Essi imparano la lingua a una velocità tale, e con così alta precisione, da impedire di  poter ipotizzare un apprendimento per via empirica, per tentativi e confronti. Chomsky è pure convinto che sia possibile ricavare strutture sintattiche universali, condivise da qualsiasi linguaggio storico, che rivelerebbero quindi i meccanismi mentali costitutivi delle facoltà di linguaggio. Il fatto che questi meccanismi sintattici possano spiegare fenomeni che in altro modo non si giustificherebbero è poi del tutto sufficiente a confermarne l'esistenza. Se fare sintassi significa cercare di descrivere il modo in cui la conoscenza del linguaggio è rappresentata nella mente umana, l'attribuzione a un enunciato di una certa struttura sintattica cessa di essere una convenzione arbitraria e diventa una verità dotata di valore definito (Casalegno, 1997).

Ma in realtà le osservazioni di Chomsky non toccano la questione del riferimento, solo riescono a opporsi alle giustificazioni comportamentiste addotte da Quine per motivare la sua tesi. Il riferimento infatti è quel passaggio per il quale il segno viene a collegarsi a un oggetto determinato. Il fatto che esistano strutture mentali del funzionamento del linguaggio dice, come sa benissimo lo stesso Chomsky, della sintassi di una lingua, non della sua semantica, ciò del valore di contenuto dei termini linguistici.

 

Le tesi di Quine furono invece accolte con consenso e furono riprese da altri autori. I teoremi dell'incompletezza di Gödel (Galvan, 1992), stabilendo l'incompletezza per i sistemi formali, potrebbero essere addotti a dimostrazione d'incompletezza anche per sistemi semiotici meno rigorosi, quali i linguaggi naturali. Davidson sottolinea che non si può formulare una sola teoria compatibile coi dati, perché non si riesce a staccare completamente ciò che sono i significati da ciò che sono le credenze (Casalegno, 1997, 297).

Putman fornì un supporto alle teorie quiniane partendo dalla teoria dei mondi possibili. Nemmeno dati i valori di verità per tutti i mondi possibili si potrebbe stabilire il significato. Da questo ne consegue che il riferimento non è fissato da nulla. Putman a sostegno della sua argometazione formula anche un teorema. Sia W un insieme di mondi possibili e sia I una funzione di interpretazione che a ogni costante non logica associa un'intensione, cioè una funzione da mondi possibili a estensioni. A partire da I, c'è di sicuro un'altra funzione d'interpretazione I' con le proprietà seguenti: le intensioni assegnate da I' possono differire da quelle assegnate da I anche relativamente a tutti i mondi possibili; ciononostante, in ciascuno dei mondi possibili in W i valori di verità degli enunciati computati a partire da I' coincidono con quelli computati a partire da I.

A ben vedere, queste argomentazioni non aggiungono niente alla tesi quiniana perché si fondano in definitiva sulle stesse osservazioni. Sostanzialmente sulla constatazione che da un linguaggio coerente non si potrà mai trarre un riferimento, perché la coerenza sarebbe possibile anche per un linguaggio con referenza diversa. Si può comunque dire che le argomentazioni di Davidson e di Putman siano corollari della tesi quiniana (Casalegno, 1997, 300).

 

2.2.7 La lingua come convenzione significativa.      

 

E' interessante notare come già il concetto di lingua come convenzione porti a postulare l'indeterminatezza della referenza. Il semplice fatto che l'espressione sia qualcosa di arbitrariamente correlato all'oggetto ci dice come l'atto dell'attribuzione di referenza sia da ricondurre a un personale atto mentale. Anche se questo non toglie valore significativo all'atto, visto il suo originario scopo comunicativo.

Il convenzionalismo trova la sua origine nello strutturalismo.           De Saussure stacca il significante dal significato e attribuisce al primo natura convenzionale. A esempio il concetto di albero sta al segno “albero” per frutto di una convenzione. Questa affermazione apparentemente ingenua ha in realtà una profonda implicazione: attribuendo a “albero” l'oggetto albero, isolo l'oggetto da tutto il rimanente ordine naturale di cose (De Saussure, 1916). Hjelmslev distingueva tra un piano dell'espressione e un piano del contenuto.          Entrambi questi piani sono composti da una materia e da una forma. La materia  é un tutto amorfo, la forma da carattere di sostanza a questo tutto amorfo (Hjelmslev, 1968). Secondo questa ipotesi un romanzo di Balzac non é più realista di un poema epico, poiché entrambi fanno uso di un sistema di convenzioni che dà forma a una realtà amorfa (Pavel, 1986, 175). Se ne deduce come la referenza non sia effettivamente determinabile perché è frutto della convenzione, del sistema linguistico nella quale è inserita. Non è individuabile il punto di legame con la realtà perché ogni termine si definisce negativamente come non-"tutti gli altri termini del sistema". Derrida porta la teoria di De Saussure alle estreme conseguenze e afferma che in una lingua nella quale il segno é sola differenziazione il segno é anche assenza dell'oggetto, poiché funziona in sua assenza (Derrida, 1971).

Quine trovava nel concetto di convenzione un sostegno alle conclusione della sua tesi. L'inscrutabilità del riferimento derivava direttamente dalla teoria dell'indetrminatezza della traduzione, e il concetto di lingua come convenzione confermava questa ipotesi. Poiché le convenzioni si stabiliscono tramite accordi consapevoli, e la lingua non può essere frutto di un accordo consapevole, in riferimento alla lingua si deve parlare di costume e il costume non si può mai definire ma solo osservare. Tuttavia lo stesso Quine non negò mai una qualche valenza significativa della referenza, e probabilmente mai nessun autore ha inteso farlo. Non bisogna spingersi troppo in là nel negare la referenza. Per quanto essa non possa mai essere definita completamente, tuttavia è ovvio, e è innegabile, che un qualsiasi parlante quando utilizza un'espressione sa perfettamente a cosa si riferisce. Per di più il parlante comunica ciò che intende ai suoi interlocutori, e solitamente viene compreso. 

 

In realtà la convenzione, se ci segnala l'arbitrarietà della referenza, ci garantisce pure la sua funzionalità. Lewis, riprendendo Hume, sostenne che la convenzione si fonda sul riferimento a azioni altrui in relazione all'interesse comune: se so che un altro lascerà a me il possesso della mia proprietà, per questo vantaggio sono disposto a lasciare a lui il possesso della sua proprietà. Se in due remiamo su una stessa barca dovremo remare con medesimo ritmo, altrimenti non ci muoveremo. Queste immagini ci spiegano come in qualsiasi comunicazione l'obbiettivo sia la produzione di senso e quindi da questo obbiettivo sorge implicitamente la convenzione, come abitudine e azione fruttuosa per la comprensione. La convenzione è una regolarità di comportamento, un sistema di reciproche aspettative.

 

Un elemento ricorrente R nel comportamento dei membri di una popolazione P ( a loro volta agenti nella situazione ricorrente S) è una convenzione se e soltanto s è vero e conoscenza comune in P che da ogni manifestazione di S trai i membri di P,

à ciascuno si conforma a R;

à ciascuno si aspetta che tutti si conformino a R;

à ciascuno preferisce conformarsi a R a condizione che anche gli altri vi si conformino, dal momento che S è un problema di coalizione e una conformità uniforme a R corrisponde a un equilibrio di coalizione in S (Lewis, 1969, 58).

 

Paul Grice sarà ancora più preciso esponendo quattro massime dell'attività cooperativa (Grice, 1975).

 

à Massima della Quantità: fornisci informazioni in misura né minore né maggiore di quanto è richiesto al momento.

à Massima della Qualità: non dire cose che credi false o per cui non hai prove adeguate.

à Massima della Relazione: dì cose pertinenti.

à Massima del Modo: sii perspicuo, cioè parla in modo chiaro e ordinato, evitando ogni oscurità e ambiguità.

 

Queste massime non vanno tutte seguite insieme. Se ne violo una, in virtù del principio della sensatezza significa che lo faccio solo apparentemente e che magari utilizzo la violazione della massima per far capire una situazione.

Grice fa l'esempio del professore X al quale è sollecitato un giudizio sul conto di Y, suo ex allievo, che ora intende diventare professore di filosofia. X risponderà che Y scrive in buon italiano e ha frequentato con regolarità il corso. L'interlocutore evince così che Y di filosofia non ci capisce molto. X sembra aver violato la Massima della Quantità, ma se io non ho motivo per credere che il professore X abbia intenzione di non collaborare alla comunicazione, capirò che egli l'ha violata per non dire direttamente una cosa che poteva sembrare sgradevole, oppure per essere ironico. In questo senso egli ha rispettato la massima, poiché mi ha fatto cogliere ciò che desideravo. Ovviamente questo posso capirlo solo qualora confronti l'enunciato con il contesto e con i principi di cooperazione, non dal semplice enunciato preso per se stesso.

La lingua è quindi descritta come un gioco di coalizione. Nella teoria della cooperazione, nel gioco di coalizione, l'assenza dell'oggetto è funzionale al gioco cooperativo. In quanto è proprio nell'esigenza di costruire un gioco cooperativo, un sistema comunicativo sensato, che la referenza dell'oggetto viene a stabilirsi (Pavel, 1986, 182).

L'ipotesi di Lewis si differenzia così dalle conclusioni di Derrida e del  decostruzionismo, arrivando a fornire una spiegazione di cosa sia una referenza e quindi un significato. Ma è utile notare che ciò può essere fatto solo in quanto si é abbandonata la pretesa di spiegare la referenza stando unicamente all'interno del sistema della lingua. La comunicazione è alla fine garantita rifacendosi all'esperienza. A una regolarità di fatti che si consolidano nella convenzione.

 

A questo punto non può non tornarci alla mente la semiotica peirciana. Peirce, tramite il concetto di interpretante, stabilisce che ogni segno si determini rifacendosi a altri. Questa ipotesi tuttavia non permette di giungere a definire effettivamente un segno, perché esso si va a porre in una serie infinita di rimandi.  Peirce giunge così a proporre la nozione di interpretante finale (Eco, 1979,42).  Esso è descritto come un'abitudine, una regolarità osservata, una legge di fatto. Ancora una volta la soluzione del problema della referenza mostra di non potersi risolvere stando solo all'interno della lingua. Bisogna uscire dal sistema dei segni e rivolgersi all'esperienza, rivolgersi ai fatti. Cosa sia però un fatto non è facile dirlo. Ogni esperienza che entra nella nostra coscienza si esprime e definisce solo in un linguaggio, sia anche esso un linguaggio formale o scientifico. In questo senso rientrerebbe nel circolo di rimandi della referenza, che abbiamo osservato essere alla base di ogni lingua. Ne risulterebbe che nemmeno il riportarsi a un fatto permetterebbe di definire completamente una qualsiasi referenza. Popper del resto ci ha insegnato come si possa ritenere fondato solo il fatto negativo, solo la contraddizione si mostra, il fatto positivo è sempre corrotto dalla teoria, dal sistema interpretativo nel quale lo inseriamo (Popper, 1972). La tesi dell'indeterminatezza della referenza di Quine si basa sulla constatazione che da un linguaggio coerente non si potrà mai trarre un riferimento, perché la coerenza sarebbe possibile anche per un linguaggio con referenza diversa (Quine, 1960). Quindi mi si potrebbe presentare un fatto sempre accanto a un altro e io non distinguerei così, grazie alla sola espressione, i due fatti. Tuttavia se questo è anche accettabile dovrò pur dire che due fatti, che sono tra loro molto diversi, e che quindi raramente o mai, si presentano insieme, saprò perfettamente distinguerli. Questo ci dice che il riferimento non può mai essere preciso ma che comunque ha una valenza significativa.

 

Se osserviamo, come fa Quine o come è implicito nella semiotica peirciana, una inevitabile auto referenza del linguaggio, che si definisce sempre al suo interno, senza possibilità di toccare veramente l'oggetto riferito, non dobbiamo però dimenticarci che queste osservazioni  si fondano su principi assoluti, e devono quindi trovare la loro ragionevole collocazione nella quotidianità dei fatti. Non è infatti in alcun modo dubitabile che il linguaggio sia in grado di apportare una valenza significativa. Quando parliamo siamo capiti e ci capiamo. L'osservazione della circolarità del linguaggio deve portarci a dire che la referenza non sia completamente determinabile, che rimanga in qualche modo indefinibile. Ma questo si spiega perfettamente considerando il suo carattere di  atto psicologico personale, che in quanto tale non sarà mai del tutto comunicabile all'esterno. Ma "non del tutto" non significa affatto "per niente".

 

2.2.8 Significato come verificazione.

 

Il primo a formulare il principio di verificazione fu Wittgenstain. Egli  scrive nel Tractatus:

 

Comprendere una proposizione vuol dire sapere cosa accada se essa è vera (Wittgenstain, 1918).

 

All'interno del così detto circolo di Vienna questa tesi fu accolta con entusiasmo. In modo particolare la riprese Schlick, sostenendo che la conoscenza potesse essere definita come un rapporto di coordinazione univoca fra un segno e un dato (Caslegno 1997, 303).

 

Tuttavia, nel senso più forte, il principio di verificazione va inteso alla maniera di Dummett. Dummett critica la possibilità che si possa costruire una logica basandosi sul concetto di verità e ritiene che invece lo si possa fare meglio tramite il principio di verificazione (Dummett, 1976).

Il linguaggio lo si comprende attraverso l'osservazione dell'uso che ne fanno i parlanti. Non è possibile a priori, e in virtù di principi unicamente logici, stabilire su cosa si fondi un significato. Se così è, il filosofo del linguaggio non deve tanto determinare i principi del funzionamento del linguaggio, quanto piuttosto confutare false immagini del suo funzionamento e di volta in volta evidenziare fatti rilevanti che emergono dalla sua analisi.

Dummett fa innanzi tutto una distinzione. Egli ritiene che esistano enunciati decidibili, per i quali sia possibile afferrare esattamente le condizioni di verità, e enunciati non decidibili, per i quali non sarà mai possibile stabilire le condizioni di verità.

È da notare che per Dummett decidibile ha un significato diverso dalla definizione che se ne da in logica. Non si tratta di enunciati dei quali è possibile calcolare una proceura di teorematicità, ma più semplicemente di enunciati verificabili. In sostanza non è in gioco l'universalità delle condizioni di decisione, come nel caso logico, bensì un enunciato si dice decidibile solo in relazione alla possibilità attuale di verificalo. La nozione è quindi prettamente accidentale e è negata ogni possibilità di reperire principi universali di decidibilità (Casalegno, 1997).

Ad esempio ogni proposizione al passato risulta non decidibile. Se dico:

 

"Alle 5 del 3 Agosto del 1620 sul ponte di rialto non c'era nessuno",

 

certamente non potrò in alcun modo conoscere verificare le condizioni di verità dell'enunciato. Dire che conoscere il significato significa conoscerne le condizioni di verità è a questo punto, secondo Dummett, assurdo perciò si deve riformare la logica su altri principi. E' da notare come Dummett non colga con esattezza il senso del termine "condizione di verità". Dire di conoscere le condizioni di verità di un enunciato non significa pretendere di essere in grado di stabilire la effettiva e completa corrispondenza dell'enunciato rispetto allo stato di cose riferito. Semplicemente significa essere in grado di comprendere a quali condizioni l'enunciato risulti vero e a quale condizioni esso risulti invece falso. Nel caso di una proposizione al passato io posso ritenere di conoscerne le condizioni di verità per il semplice fatto che capisco perfettamente cosa deve essersi verificato perché la proposizione possa dirsi vera. Non potrò mai verificare l'esattezza della proposizione ma so cosa essa mi dice della realtà, o meglio dello stato di realtà che mi ha indicato (Casalegno, 1997).

In effetti ciò che Dummett avversa della teoria classica del significato, basata sul concetto di verità, è proprio la tendenza a spartire il mondo in due aree nettamente distinte, da un lato le cose vere, sussistenti, e da un lato quelle false, non sussistenti. Perciò egli propose di utilizzare la logica intuizionista come supporto funzionale alla sua teoria. La logica intuizionista elimina il principio di bivalenza, per il quale una proposizione può essere o vera o non vera. Elimina insomma il principio del terzo escluso. In realtà egli non si avvede che la teoria classica non pretende, attraverso il concetto di verità, di stabilire il valore effettivo dello stato di cose menzionato, ma più semplicemente stabilire cosa l'enunciato intenda dirmi sullo stato di cose che presenta, cioè senza pretesa diretta di indicare una realtà. Per capire quando l'enunciato indichi una stato di cose attuale dovrò in ogni caso rivolgermi all'esperienza, fatta eccezione per le proposizioni analitiche, nelle quali semplicemente si enunciano rapporti tra termini linguistici.

Del resto quando Dummett cercò di definire positivamente il criterio di verificazione riscontrò varie difficoltà (Casalegno, 1997, 316). Se dico:

 

"Maria è cugina di Cesare",

 

potrei stabilire verificata la proposizione qualora il mio amico Cesare mi confermasse la sua veridicità. Ma veramente in questo caso la proposizione sarebbe verificata? E' sufficiente un atto di fiducia nella buona fede di un parlante? Oppure dovrei ricorrere all'ufficio anagrafe, o forse meglio all'esame del DNA? Ma veramente il mio sistema di analisi dei geni è affidabile? E se un giorno scoprissi che il gene non può in nulla rivelare la parentela? Quale è effettivamente il criterio di verificazione? Quanto meno bisogna dire che ce ne possono essere più d'uno. Del resto a quel punto sarebbe lecito chiedersi a quale si debba attribuire la preminenza.

Inoltre qualora le mie conoscenze mutassero dovrei mutare il principio di verificazione, dovrei dire che prima non conoscevo il valore del mio enunciato. Infine si potrebbe obbiettare che il concetto di verificazione contiene necessariamente quello di verità e non viceversa.

 

La teoria verificazionista contiene in sé un elemento di grande importanza. Essa individua come un enunciato in definitiva debba riferirsi all'esperienza. Tuttavia a parer nostro essa sbaglia completamente l'impostazione del problema relativo al significato e alla referenza, finendo col costruire un impianto complessivamente errato. Il ricorso all'esperienza non può servirci come criterio diretto di comprensione degli enunciati. Non è così che le cose avvengono. A esempio, come rileva Chomsky, nel funzionamento della lingua hanno certamente un grosso ruolo funzioni che acquisiamo per eredità genetica (Chomsky, 1998). Queste funzioni possono essere considerate, da un punto di vista del criterio di comprensione degli enunciati, strutture universali. Il ruolo cooperativo della comunicazione, per il quale i parlanti collaborano alla produzione di senso, ci permette di non richiedere necessariamente un ricorso empirico diretto, in quanto il più delle volte i parlanti si basano sul principio della buona fede.

Il ruolo dell'esperienza nella produzione di un significato non è comunque da sottovalutare. Come abbiamo visto, le teorie di Quine (Quine, 1960) e di Peirce (Eco, 1979) in definitiva riportavano alla necessità di un ricorso all'esperienza. La referenza di un segno non può essere stabilita solo rifacendosi a un linguaggio, cioè a un sistema di segni e di regole, altrimenti si cade in una inevitabile circolarità che ci obbliga a definire un segno in virtù di un altro e a non poter mai raggiungere la referenza dell'oggetto. Bisogna però capire cosa si debba intendere per esperienza. Già abbiamo visto come sostanzialmente bisogna dire che essa si stabilisca in termini negativi. Nel senso che mai tocco un'esperienza positiva. Qualsiasi fatto, per comunicarsi, va espresso in un linguaggio e il linguaggio ricade nella circolarità. Tuttavia, se forse non si può definire un fatto positivamente possiamo per lo meno farlo in senso negativo, ciò riscontrando quando esso non si verifichi mai. Se tento di attraversare un muro e vado a sbattere, forse non potrò dire cosa sia il muro ma saprò che è una cosa attraverso la quale un corpo non passa. A ben vedere, le stesse strutture mentali ereditate geneticamente si costituiscono in virtù di un confronto negativo con l'esperienza. Noi le ereditiamo come universali, e possiamo forse conoscere attraverso esse senza che ci sia fornito nulla di più. Detto questo, bisogna anche ammettere che la nostra specie abbia acquisito queste strutture attraverso un'evoluzione, attraverso una selezione che ha isolato i caratteri più vantaggiosi, quindi proprio attraverso un confronto negativo con l'ambiente, nel quale le funzioni perdenti sono state eliminate.

In buona sostanza il principio di verificazione, come principio del primato dell'esperienza, può essere accettato solo considerandolo come principio non immediato di conoscenza. Nel senso che un parlante non si basa direttamente su esso per stabilire la referenza di un segno. Il parlante si rifà all'esperienza solo in quanto processo storico. Come processo diacronico di formazione della lingua in una comunità coesa di parlanti. Come processo di selezione naturale delle funzioni biologiche di una specie.

 

 

 

 

 

 

2.2.9 La realtà biologica della mente.

 

Domenico Parisi, ricercatore del CNR, ha con coraggio messo in evidenza un forte limite che accomuna quasi tutte le ricerche sul significato. Si tende a vedere mente e corpo come due fenomeni separati. Egli sostiene che l'idea di una mente, come fenomeno separato dal corpo, come fenomeno altro, serve agli uomini per sentirsi esseri speciali. Questo altissimo valore che si dà alla mente fa sí che negli approcci di studio a questo fenomeno si intervenga sempre con una specie di riguardo. Gli stessi psicologi utilizzano nei loro studi categorie particolari, che staccano i fenomeni da loro studiati da tutto il resto della realtà. Si parla di fenomeni mentali come entità separate da quelle biologiche, con terminologia diversa, col sottinteso presupposto che a un certo punto si possa smettere di parlare di biologia, di cervello, per rivolgersi all'osservazione di fenomeni qualitativamente diversi. Allo stesso modo, quando si osservano i fenomeni sociali di una cultura, lo si fa considerandoli radicalmente differenti da quei fenomeni personali che determinano il comportamento degli individui. Questo però non è accettabile qualora si voglia produrre una comprensione della realtà. La realtà non è un fenomeno franto in varie sfere di competenza, ma può essere spiegata, ricondotta a un ordine, solo considerandola come un'unità continua. La scienza deve considerare i fenomeni sempre come prossimi. Solo così del resto si può capire un fenomeno grazie a un altro. E' necessario attribuire a essi una medesima storia, riportarli a una stessa comprensione (Parisi, 1999, 10).

 

Le osservazioni di Parisi possono rivelarsi molto utili. Non tanto per  stabilire se la realtà vada intesa unicamente come materia o se oltre alla materia esista uno spirito. La questione non si risolverebbe nemmeno mostrando tutti i passaggi attraverso cui la realtà agisce, infatti il problema dello spirito è posto per motivare perché la realtà esiste, non come esista. Parisi invece pone un importante problema di metodo. Oggi abbiamo varie scienze che si interessano allo studio della mente, ma affrontando il problema da almeno tre approcci diversi. La biologia, la genetica, la fisiologia la studiano al livello delle entità più piccole, le molecole, le cellule, gli organi. Le neuroscienze, la psicologia, la logica affrontano il livello dell'individuo e trattano dei così detti fenomeni mentali. La sociologia, l'economia, l'antropologia, la storia si occupano delle società, delle culture. Fra questi tre blocchi si pone a frattura il concetto di mente che impedisce una spiegazione unitaria di fenomeni che probabilmente hanno molto in comune fra loro (Parisi, 1999, 29). In effetti capita piuttosto frequentemente che gli studiosi di queste materie conducano la loro indagine in modo sostanzialmente autonomo, con scarso interesse per i risultati ottenuti in discipline che lavorano con metodi e terminologie indipendenti. Fin dall'ottocento, la psicologia ha scelto un vocabolario diverso dalle scienze naturali. Il vocabolario della psicologia non si riferisce a entità fisiche, non si riferisce a cause e effetti fisici. Così allo stesso modo uno studio biologico raramente prende in considerazione macrofenomeni. Quando si osserva il comportamento di alcune cellule o molecole, solitamente si imposta lo studio sulla semplice osservazione dei fenomeni prossimi che esse producono, secondo la pretesa che i macrofenomeni siano sostanzialmente somme o giustapposizione di quelli più piccoli.

La scienza non è in grado di riportare i fenomeni biologici, quelli mentali e quelli sociali sotto un'unica teoria. A ragione bisogna osservare che la separazione in campi specifici di ricerca ha nella scienza un preciso valore. Definendo il fenomeno da osservare, si permette un lavoro più approfondito, svincolato dal rischio di dover continuamente rimandare una spiegazione. Tuttavia si deve anche considerare l'effetto negativo che ha una restrizione troppo ottusa. La tentazione di ogni scienziato è di considerare la propria materia come quella fondamentale, e è certamente vero che spesso non si dà giusta considerazione alle questioni portate avanti da altri rami del sapere. In modo particolare, gli studi sulla mente paiono  viziati da una eccessiva separazione di ambiti. E non a caso si parla di cervello e di mente come realtà diverse, per molti qualitativamente diverse.

 

Secondo Parisi, l'ultimo atto di questa ingiustificata e fuorviante distinzione è dovuto alla psicologia cognitiva. La psicologia cognitiva ha affrontato lo studio della mente secondo la metafora del computer. Il nostro cervello è paragonato a una macchina computazionale e le sue funzioni possono essere spiegate come interazioni fa simboli.

L'idea che la mente possa descriversi come sistema simbolico può farsi risalire a John McCarthy (Scaruffi, 1991). Egli inventò il linguaggio di programmazione LISP, il primo sistema in  grado di elaborare anche simboli. Fino a tutti gli anni cinquanta il computer veniva usato unicamente come macchina calcolatrice. Il suo utilizzo era ritenuto utile per sostituire nelle più grosse amministrazioni serie innumerevoli di contabili. L'idea di McCarthy fu di  esprimere nei termini del computer il concetto di funzione ricorsiva introdotto da Hilbert nel 1925 e utilizzare il calcolo Lambda formalizzato da Church nel 1941 per compiere operazioni su tali funzioni. L'importante innovazione di McCarthy consiste nell'aver esteso quei concetti, originariamente pensati soltanto per le funzioni numeriche, anche al calcolo simbolico. Si potevano ora esplorare le funzioni cognitive della mente umana. Fu introdotto e si diffuse il termine di intelligenza artificiale, che divenne presto il programma di tutta una comunità scientifica (Scaruffi, 1991).

In quegli anni il modello prevalente fu quello proposto nel 1957 da Allen Newell e Herbert Simon, secondo il quale tanto la mente umana quanto il computer sono esempi di sistemi simbolici fisici ovvero elaboratori simbolici. L'intelligenza viene allora indirettamente definita come la capacità di elaborare simboli (Newell e Simon, 1972).

Più propriamente, la scienza cognitiva fa riferimento al principio di equivalenza forte. Si dicono equivalenti in maniera forte due processi che esibiscono lo stesso comportamento utilizzando la stessa rappresentazione e lo stesso algoritmo, quindi se le loro strutture interne sono identiche.

Il modello standard della scienza cognitiva prevede due tipi di memoria.  William James già nel 1890 distingueva tra una memoria a breve termine, short-term memory, e una a lungo termine, long-term memory. La prima lavora su un tempo di accesso molto piccolo, circa un terzo di secondo, e ha una capacità assai limitata di gestire informazione: può elaborare  circa sette blocchi, o chunk. La seconda immagazzina una serie più ampia di informazioni (Scaruffi, 1991).

 

Dagli informatici, che acquisivano successo e visibilità, l'idea passò a un po' tutta la comunità scientifica. Ad esempio il logico Jerry Fodor dirà che la mente è paragonabile a un computer, cioè una macchina di Turing, che funziona tramite simboli che ingenerano funzioni (Fodor, 1975). Egli ritiene che la maggior parte dei concetti debbano ritenersi innati. Le credenze e i desideri possono essere spiegati come enunciati che hanno il medesimo contenuto degli enunciati asseriti, ma sui quali sia scritto il loro particolare statuto. Ad esempio l'enunciato:

 

"Credo di aver perso le chiavi!".

 

Viene riportato dalla nostra mente come:

 

 Credo ( ho perso le chiavi).

 

Il modo corretto per valutare se un simbolo corrisponda a una cosa è quello di vedere se corrisponde sempre a quella cosa. A esempio ø sta per "cane" se ogni volta che ho un cane ho ø. Se a esempio mi accorgo che in certi casi ho una pecora e ho ø, non potrò più dire che ø sta per "cane". Si capisce come l'idea generale di atto mentale sia di tipo immediatamente computazionale, nel senso che si concepiscono i fenomeni mentali complessi come giustapposizioni di fenomeni semplici (Fodor, 1975).

 

Parisi osserva che questo tipo di impostazione allontana la spiegazione della mente dai fenomeni biologici. In effetti una struttura biologica non lavora come un computer, non lavora tramite simboli. Si potrebbe osservare che una molecola, agendo su un'altra, trasmette informazione, almeno sotto forma di energia, in quanto provoca una reazione determinata. Ne conseguirebbe che un sistema biologico possa essere in definitiva paragonato a un sistema computazionale, per quanto complesso. Tuttavia è anche facile far notare come un sistema biologico si determini in relazione a molte cose al suo esterno. A esempio esso è frutto di una evoluzione della specie e agisce secondo l'informazione genetica che lo costituisce. Inoltre qualsiasi essere vivente è fortemente legato all'ambiente esterno e con esso interagisce di continuo. Ma c'è di più: continuare a descrivere gli eventi mentali come realtà distinte da quelle molecolari non giova alla comprensione del fenomeno. Secondo Parisi il modello cognitivista, e in particolare la metafora mente-computer, non potrà rivelarsi del tutto fruttuosa. Prendendo questo indirizzo si tende a riferirsi a un modello di organizzazione dell'informazioni, quello della macchina, sostanzialmente diverso dal cervello, considerandolo più prossimo alla nostra mente che non le stesse strutture biologiche che la costituiscono (Parisi, 1999, 39). Il modello sarà sostanzialmente da abbandonare.

 

L'idea di Parisi è che la descrizione della mente debba sempre essere ricollegata a strutture neurali. Le strutture neurali sono quelle che certamente sostengono ogni evento mentale. Se ci interessa una spiegazione unitaria del reale dovremo quindi partire dalla comprensione di queste strutture per risalire via via a fenomeni più complessi. Questa impostazione  non può essere intesa come un riduzionismo, perché non si tratta di dire che tutto si riduca alla biologia, o che tutto si spieghi nelle leggi della biologia. La biologia è solo vista alla base degli altri fenomeni e in continuità con essi (Parisi, 1999, 75).

Lungo questo percorso la strada da fare sarà ancora lunga. Parisi inizia però a proporre alcuni studi che lavorano con questo obbiettivo. Queste ricerche si basano sulle simulazioni a computer. In pratica si simulano degli organismi che si comportano nell'ambiente simulato a seconda della struttura neurale che si è loro fornita. A questo punto si osservano le situazioni che si vengono a creare, scoprendo a volte ipotesi che non si potevano formulare partendo solo dai dati iniziali attraverso i quali si era impostata la simulazione.

Vediamo ad esempio una simulazione eseguita da Parisi con lo scopo di meglio comprendere il funzionamento del linguaggio (Parisi, 1999, 138).

 

Programmiamo il nostro computer in modo che possa presentarci dei piccolo animaletti in azione in un ambiente. Innanzi tutto dovremo prevedere che gli organismi possiedano una rete neurale. Ciascuna unità della rete avrà un livello quantitativo di attivazione che corrisponde, nel sistema nervoso reale, alla soglia di attivazione necessaria perché il neurone spari i suoi impulsi lungo le connessioni nervose a cui è vincolato. Ogni connessione ha anche un peso che dice quanto quell'unità influenzi il livello di attivazione di un'altra. Questo peso nel sistema nervoso reale corrisponde al numero di siti sinaptici che lega due neuroni.

La rete neurale degli organismi simulati dal nostro computer è molo semplice e è costituita sostanzialmente su tre livelli. A un primo livello abbiamo gli stimoli di input, all'ultimo livello abbiamo delle azioni di output, tra questi due livelli c'è la possibilità che il legame casuale tra input  e output, che originariamente è dato alla struttura neurale, venga mutato, o alla nascita attraverso casuali mutazioni genetiche, oppure attraverso l'apprendimento, ciò il rinforzo su legami che hanno prodotto output vantaggiosi. La nostra popolazione di organismi simulati si nutre di funghi simulati. Questi funghi sono di due tipi, buoni, che aumentano l'energia a disposizione dell'organismo, cattivi, che diminuiscono questa energia.

 

La nostra popolazione di organismi ha già imparato, attraverso la selezione naturale, cioè a causa della progressiva morte di quegli organismi  non preparati, nonché  attraverso l'apprendimento, a riconoscere i funghi buoni da quelli cattivi. In buona sostanza gli organismi possiedono degli input relativi alla posizione del fungo e degli input relativi alle caratteristiche del fungo. Tramite selezione e apprendimento hanno imparato a far corrispondere agli input relativi ai funghi buoni degli output che li conducessero nella posizione dei funghi, e in questo modo a mangiarli aumentando la propria energia. Nel caso l'input fosse causato da un fungo cattivo l'output dovrà portarli lontano dalla posizione occupata dal fungo.

Ora ammettiamo di stabilire che questi organismi debbano sempre viaggiare in coppia, un organismo anziano con uno giovane, e che ai loro input sia aggiunta la possibilità di percepire un suono, mentre al loro output la possibilità di produrre suoni. Ora l'organismo adulto ogni volta che si avvicina a un fungo buono produrrà un suono, mentre quando si avvicinerà a un fungo cattivo ne produrrà un altro. E' da notare che l'organismo anziano produrrà per funghi buoni sempre lo stesso suono, benché le loro caratteristiche non siano del tutto identiche, e lo stesso avverrà con i funghi cattivi. L'organismo giovane avrà così due diversi tipi di input che si presenteranno nella stessa situazione: quelli relativi alle caratteristiche del fungo e quelli relativi al suono. L'organismo giovane imparerà così più velocemente a capire quali funghi mangiare. Questo è comprovato dal fatto che se proviamo a lasciare alcuni organismi giovani da soli, senza la possibilità di sentire il suono, essi agiranno con maggiore insicurezza. La cosa  succede perché, quando il giovane organismo riceve l'input relativo alle caratteristiche del fungo accanto a quello sonoro, riesce meglio nel lavoro di categorizzazione, cioè nel decidere quale caratteristiche appartengano ai funghi buoni e quali a quelli cattivi. Infatti l'informazione a sua disposizione sarà più chiara e diretta. Abbastanza presto potrà imparare a riferirsi all'input sonoro per distinguere i funghi. Appreso questo gli sarà sufficiente confrontare le relazioni tra input sonoro e caratteristiche osservate. Ad esempio se in uno stesso momento percepisse due caratteristiche diverse, una tipica del fungo buono e una tipica di quello cattivo, attraverso l'apporto dell'input sonoro potrebbe subito distinguere quale output produrre, in caso contrario dovrebbe rifarsi alla sua struttura neurale.

Un’altra cosa sorprendente che la simulazione mette in luce è come, dopo un certo periodo di tempo, il giovane organismo inizierà a produrre lui stesso il suono corretto, a seconda del tipo di fungo incontrato. Il suono che egli produce lo produrrà anche per se stesso, perché l'output prodotto rientra nella rete come input. Questo di nuovo lo aiuterà a rafforzare la sua categorizzazione dei funghi (Parisi, 1999, 140).

 

Figura 2.1. Rete neurale.

 

Parisi, nella sua critica al concetto di mente e all'uso forviante che se ne farebbe, probabilmente eccede un poco. In effetti non esiste verosimilmente uno studioso di fatti mentali che non sia cosciente di come ogni evento psichico debba la sua origine a fatti di ordine chimico e biologico. Del resto in assenza di una teoria unitaria relativamente alla comprensione del corpo e della mente, può essere comunque utile interessarsi alle strutture generali del funzionamento cerebrale. Necessariamente queste strutture vanno ipotizzate per motivare certi fenomeni della nostra vita cognitiva Nella scienza è legittimo postulare l'esistenza di una realtà non ancora del tutto comprensibile, non immediatamente osservabile, qualora questa motivi un fatto, o una serie di fatti imprescindibili.  In effetti alcune strutture ipotizzate da Chomsky a spiegazione di fatti linguistici osservabili, sono state poi riconosciute come riconducibili a alcune osservazioni svolte in seno alla neuroscienza. E' anche vero che i fatti  generali, qualora non si sia in grado di riportarli  a eventi semplici, inseriti in una teoria distinta rischiano di diventare spiegazioni parziali e forvianti. In particolare pare azzeccata la critica alla metafora mente-computer. Tralasciamo l'affermazione che la mente sia, o non sia, una macchina simbolica, visto che non è di certo facile dire quando una macchina si definisca simbolica. Quindi a partire da quale livello l'informazione possa essere definita un simbolo. Dobbiamo dire comunque che l'idea di spiegare la mente partendo da computer risulti effettivamente fuorviante. Concedendo pure che l'uomo possa definirsi una macchina, non si capisce per quale motivo si dovrebbe spiegare una macchina molto complessa, l'organismo biologico, partendo da una più semplice, quella digitale.  A parte questo, visto che qualcuno potrebbe sostenere la superiorità del calcolatore elettronico, basandosi magari sulla sua più elevata rapidità di calcolo, bisogna riconoscere che cervello umano e computer funzionano su basi abbastanza diverse. Come ignorare che un uomo ha uno sviluppo di crescita, ha dei sensi, dei rapporti sociali e dei sentimenti. E' vero che tutte queste cose non vengono, o non vengono parzialmente, considerate quando egli è impegnato in una attività intellettuale razionale, che tutte queste funzioni possano essere messe tra parentesi qualora si voglia isolare la capacità razionale umana. Tuttavia il sistema che produce queste attività, quelle emotive come quelle razionali, sarà certamente un'unità coerente, e la sua struttura dovrà spiegare le une come le altre, in continuità, senza fratture. Il nostro cervello deve essere pensato come una struttura abbastanza complessa per motivare le emozioni, le paure, come le facoltà logico deduttive. Come è possibile voler ridurre un tale sistema al modello sostanzialmente logico-formale, al quale, a oggi, rimangono ancora legati i sistemi artificiali?

 

In particolare, per ritornare al nostro punto di partenza, cioè spiegare la referenza, si dovrà accettare come fondamentale il ricorso all'esperienza. Usiamo il termine nella maniera più generale, come rapportarsi all'ambiente. E usiamo il termine riferendoci sia alla vita quotidiana che in relazione alla giustificazione di una teoria  della referenza. Nella vita quotidiana stabiliamo le referenze tra termini e cose basandoci certamente sulle nostre facoltà linguistiche, ma anche sull'esperienza sensibile diretta che facciamo delle cose, dei rapporti sociali, degli insegnamenti che ci vengono impartiti. Una teoria della referenza non sarà accettabile se non si richiama all'esperienza, pur dovendola considerare in termini negativi, secondo le osservazioni fatte soprattutto da Popper (Popper, 1972). In questo caso per esperienza si può intendere non solo quella individuale ma anche quella che una specie eredita per selezione naturale, oppure quella che una cultura sedimenta nel processo storico e trasmette a tutti i suoi individui.

 

2.3 Le strutture sintattiche nel linguaggio.

 

Tenendo per acquisito il fatto che un linguaggio si costituisca sempre in relazione dialettica con la realtà, quasi in un continuo progresso di capacità espressiva, è giusto chiederci fino a che punto ciò avvenga. Si è visto che il problema della referenza non è del tutto affrontabile da una teoria che non faccia ricorso, a un certo punto, all'esperienza. Una teoria del linguaggio deve rendere ragione del fatto che una lingua non significa mai solo in riferimento a se stessa, solo stando chiusa nella propria struttura ordinativa. Tra tutte le regole che permettono a un linguaggio di funzionare ce n'è sempre una molto importante che chiede a un certo punto di far riferimento all'esperienza. Questo lo si capisce bene quando si vede che una lingua è sempre frutto di una convenzione e che sarà quindi indispensabile una collaborazione fra i parlanti. La collaborazione si fonderà sul principiò di presunzione di sensatezza, per cui chi pronuncia un enunciato, anche qualora apparentemente violi le regole linguistiche, intende produrre un senso. In base a questo principio si scorge subito come un parlante possa arrivare a comprendere un enunciato, anche qualora non conosca o capisca le regole su cui si basa, riferendosi al contesto nel quale viene pronunciato. Non per niente si possono imparare linguaggi nuovi, anche senza conoscere in partenza nessuna delle loro regole.

 

Detto questo, dobbiamo ancora capire fino a che punto una lingua si costruisca in riferimento all'esperienza e fino a che punto si basi su regole costitutive invariabili. In effetti per ora abbiamo parlato dell'esperienza intendendo il termine nel modo più ampio possibile. Abbiamo infatti mostrato come per esperienza si possa anche intendere l'esperienza acquisita da una specie durante la sua evoluzione, o ancora come processo di formazione storico di una lingua, attraverso l'uso che ne fanno i parlanti nella maturazione della società. I linguisti però distinguono di una lingua un piano diacronico, quindi un piano sul quale la lingua è considerata in base ai suoi mutamenti nella storia e nella cultura, e un piano sincronico, un piano nel quale la lingua si considera in relazione alla forma che acquisisce in un determinato periodo temporale. Può darsi che isolando il linguaggio dalle sue mutazioni diacroniche, cioè dai mutamenti nel tempo, si possa giungere a stabilire un sistema completamente determinato, sostanzialmente un sistema formale, nel quale dato un termine, o se si vuole un tratto testuale, sia sempre possibile individuarne la referenza. Come ci ha insegnato Chomsky non bisogna di certo sottovalutare il carattere innato della nostra facoltà di linguaggio (Chomsky, 1998).

 

Fin dall'inizio della sua ricerca Chomsky non si stanca di evidenziare  un fatto particolarmente singolare e significativo: la sorprendente capacità di apprendimento di un linguaggio da parte dei bambini. I bambini apprendono l'uso del linguaggio in un arco di tempo relativamente breve. L'intervento degli adulti è inoltre molto ridotto, limitandosi alla correzione di alcuni errori e all'insegnamento di qualche parola. Se consideriamo i dati empirici a disposizione dei bambini, vediamo che questi sono tutto sommato scarsi e sicuramente incompleti. Essi possono, in certe fasi, imparare al ritmo di diverse parole al giorno. La conoscenza della lingua a cui giungono invece è profonda e complessa, ricca di regole articolate da una continua serie di eccezioni. Non è perciò ragionevole ritenere che l'apprendimento linguistico avvenga tramite una disposizione al comportamento verbale, rafforzata o indebolita dai successi e dagli insuccessi. E' invece molto più sensato accettare una predisposizione innata, non solo al linguaggio in generale, ma a una determinata modalità di comunicare e comprendere la realtà che sperimentiamo.

Qui Chomsky sviluppa il così detto problema di Platone. Nel Menone (Platoe, Menone, 81 e - 82 b), Socrate invita uno schiavo a formulare una costruzione geometrica, lo schiavo, pur non essendo stato istruito, risolverà il problema posto. Socrate a questo punto si chiede da dove venga questa conoscenza, e poiché è certo che nessuno l'abbia fornita allo schiavo, risponderà che essa è innata.

Secondo Chomsky, Platone dà sostanzialmente una soluzione corretta al problema. Di certo le conoscenze che possediamo come innate non ci derivano da una contemplazione, prima della nascita, del mondo delle idee, ma si può ragionevolmente inferire che tali conoscenze appartengano al nostro patrimonio genetico. Nel corso dell'evoluzione, per vie che ci sono ancora ignote, il nostro cervello ha acquisito capacità che sono parte del suo patrimonio biologico (Chomsky, 1998, 5).

Questo patrimonio biologico, relativamente alle facoltà del linguaggio, può essere definito grammatica universale, compito della linguistica è svelarne le strutture fondamentali. Ovviamente, poiché esistono lingue diverse, questi principi universali potranno essere declinati in vario modo. Chomsky formula così  la teoria dei principi e dei parametri. Innanzi tutto esistono dei principi fondamentali applicabili a qualsiasi linguaggio e senza i quali un sistema di segni non si può definire lingua. Accanto a questi esisteranno pure delle limitazioni accettabili. Lo schema di base può essere integrato solo in alcuni punti prestabiliti e per ogni punto l'integrazione può assumere un unico valore. Chomsky fa spesso l'esempio di un circuito di interruttori nel quale si possa decidere, per ogni interruttore, in quale posizione vada conformato (Chomsky, 1975).

 

Si capisce benissimo a questo punto come, secondo Chomsky, la linguistica non debba studiare questa o quest'altra lingua naturale, ma si occupi altresì di studiare stati mentali che postulerà come spiegazioni a fenomeni linguistici vari, tutti però riconducibili a un unico schema innato. Queste facoltà innate determinano la nostra conoscenza della sintassi linguistica.

Parrebbe insomma, stando alle osservazioni di Chomsky, che relativamente a un singolo individuo la lingua sia sostanzialmente un sistema sintattico, ciò funzionante su regole date che determinano i possibili valori significativi assunti dal linguaggio. In linguistica è consueto il dibattito fra sostenitori dell'indipendenza della sintassi della semantica e coloro che registrano una strettissima dipendenza dell'una dall'altra. Chomsky su questa questione ha sostenuto tesi diverse negli anni. Se la sua posizione sul significato è mutata, passando da una concezione di radicale fondazione dei significati nella sintassi a una più morbida che postulava l'intervento semantico, tuttavia è possibile dire che mai egli abbia rinnegato l'autonomia della sintassi, cioè l'idea che si possa costruire una sintassi in modo del tutto indipendente dalla conoscenza semantica (Casalegno, 1997, 328).

Ci chiederemo quindi nei prossimi paragrafi fino a che punto una lingua, sincronicamente considerata, si fondi su una regolarità sintattica, e quindi fino a che punto la referenza si possa calcolare. Fino a adesso il nostro discorso è rimasto su di un piano molto generale: ci siamo chiesti se la referenza fosse rintracciabile riferendosi unicamente alla lingua. Ora il discorso si farà più specifico e tenteremo di cogliere quanto spazio nella referenza occupi l'appartenenza a una regolarità, a una sintassi, e quanto spazio vada concesso all'esperienza.

 

2.3.1Linee generali di una  grammatica universale.

 

Secondo la teoria chomskiana, detta trasformazionale o della grammatica universale, le frasi della lingua sono rappresentate come strutture gerarchiche nelle quali le espressioni sono aggregate in blocchi di complessità via via crescente (Chomsky, 1975). Per descrivere questo gerarchizzarsi delle categorie linguistiche sono possibili due scritture formali: quella a parentesi e quella a diagramma. Se ad esempio volessi descrivere la frase:

 

"La fidanzata di Pietro ammira Gigi.",

 

potrei avvalermi di questi due ausili grafici:

 

[­­F[SN[D la] [SN[N fidanzata] [SP[P di] [N Pietro] ] ] ] ] [SV[V ammira] [SN Gigi] ] ] ].

 

Innanzi tutto qui va evidenziata la differenza tra la grammatica categoriale e le strutture qui descritte. Per la grammatica categoriale, l'apparato delle categorie è solo una costruzione arbitraria, utile alla comprensione dei fenomeni linguistici, ma senza pretese di descriverli nella loro realtà (Chomsky, 1975). Per Chomsky  invece queste strutture descrivono gli stati mentali che realmente sostengono l'articolazione del linguaggio.

Altra nozione centrale della teoria chomskiana della grammatica è quella dei livelli di rappresentazione. Nella mente dei parlanti si formano più rappresentazioni, che derivano l'uno dall'altro e si strutturano quindi in un ordine di livelli. Chomsky riformulò più volte questa teoria. Quella che comunemente viene descritta nei manuali si struttura in quattro livelli, denominati Struttura-p, Struttura-s, Forma Fonetica e Forma Logica.

Il passaggio dalla Struttura-p alla Struttura-s determina il movimento di certi costituenti da una posizione sintattica a un'altra.

La Struttura-p e la Struttura-s derivano il loro nome dalla precedente terminologia chomskiana che assegnava alla frase  una struttura superficiale e una struttura profonda.

Se ci chiediamo cosa differenzia una interrogativa da una frase affermativa potremmo rispondere che esse hanno Strutture-p diverse. (Casalegno, 1997, 351).

 

"Maria è stata amata da Pietro",

 

come interrogativa, senza l'ausilio dell'intonazione o del segno grafico di interrogazione, potrebbe rappresentarsi secondo questo ordine:

 

"È stata amata Maria da Pietro".

 

In questo caso si insiste, mettendolo in prima posizione, non più sul soggetto ma sull'azione. Questo movimento non si giustifica se non attribuendo, al parlante che lo opera, un stato d'animo di incertezza nei confronti dell'azione. Come se egli richiedesse una conferma dell'avvenimento che ha coinvolto "Maria" e "Pietro".

 

La forma fonetica e la forma logica fungono invece da interfacce tra le facoltà del linguaggio e altre strutture mentali.

Ad esempio la forma fonetica si attiverà nella fase di riconoscimento dei suoni, mentre la forma logica sarà un ulteriore passaggio di comprensione sintattica.

Negli anni ottanta Chomsky ha proposto un approccio che ha definito minimalista. Per meglio spiegare la facilità di apprendimento della lingua durante l'infanzia lo schema è stato semplificato (Casalegno, 1997, 352).

Gli unici livelli mantenuti sono quelli della forma fonetica e della forma logica. Essi possono più volte intersecarsi, generando un movimento dei termini della frase. Tuttavia il movimento non è libero, ma deve sempre seguire una motivazione che accresca la comprensione del significato. La funzione della struttura-s, che si poneva come piattaforma d'incontro delle varie strutture, viene sostituita da un punto di scissione, detto "sell-out", a partire dal quale forma logica  e forma fonetica si dividono in due rami distinti.

 

Facciamo ora un esempio di come Chomsky conduca la sua analisi (Chomsky, 1998, 82). Consideriamo la frase:

 

"Colui il quale Maria ci vuole veder esaminare sta aspettando".

 

Proviamo a chiederci come una frase di questo genere venga interpretata dalla nostra mente e perché. Il primo compito che dovremo svolgere è di identificare le corrette categorie alle quali le parole appartengono. Dopo aver identificato le parole, la mente utilizza allora i principi della struttura sintagmatica con i parametri fissati per l'italiano. Identifichiamo con F l'elemento frasale, avremo:

 

colui il quale [F1   Maria ci vuole vedere esaminare].

 

Siccome abbiamo altri due verbi dobbiamo inserire altri elementi frasali:

 

[F1   Maria ci vuole [F2 vedere [F3 esaminare] ] ].

 

A questo punto però il verbo "esaminare" richiede un oggetto. Il principio di proiezione motiva il fatto che "esaminare" possa avere un oggetto pur restando in una posizione marginale della frase, pur avendo perso contatto col suo oggetto originale. Il principio di proiezione dice che nella rappresentazione mentale tutti gli elementi  devono comparire. Poiché non vi compare immediatamente, dobbiamo ipotizzare l'esistenza di una categoria vuota. La categoria vuota potrebbe essere un pronome, ma poiché qui non si presenta nessun pronome dovremo ipotizzare la presenza di una traccia di qualche elemento che appaia altrove, chiamiamolo t1 . In effetti anche la frase F3 non ha soggetto. Siccome non potrà mancare, potremo spiegarlo nuovamente come traccia. In definitiva avremo che la struttura della nostra frase si presenterà in questo modo:

 

colui il quale [F1   Maria ci vuole [F2 vedere [F3   [SV  esaminare t1] t2 ] ] ].

 

Chomsky ha insomma dedotto la presenza di alcune strutture basandosi sulla necessità di spiegare la comprensioni di un enunciato che è empiricamente osservabile nella lingua italiana. Per giustificare il suo metodo egli più volte fa l'esempio delle molecole chimiche. Queste strutture hanno lo stesso diritto di essere considerate entità reali che le molecole, dedotte dalla chimica per spiegare fatti osservati.

 

Filosofi come Quine definivano la distinzione fra la struttura analitica e quella semantica come priva di fondamento. Non era quindi corretto pensare di ricostruire la struttura del linguaggio a partire da alcuni principi logici. Chomsky ritiene affrettato questo giudizio. Egli nota come la trama di concetti sottostante al lessico sia solitamente molto intricata e complessa. L'esempio portato più spesso è quello di termini come "inseguire" o "persuadere". Inseguire una persona non significa solo seguirla ma seguirla con l'intenzione di stargli dietro. Persuadere un amico a fare una cosa non significa solo essere causa del fatto che faccia la cosa ma essere causa del fatto che decida di farla.  Nonostante la complessità di questi concetti i bambini sono in grado di impararli molto velocemente e senza grossi sforzi. La conclusione da trarre è che anche per queste conoscenze sia lecito supporre un apporto genetico (Chomsky, 1992b). In realtà una sintassi indipendente da qualsiasi riferimento esternalista al mondo è nei fatti derivabile. Questo che cosa ci dice sulla nozione di significato?

Per Chomsky il significato inteso come riferimento non ha nessun senso dal punto di vista scientifico. A suo parere la nozione di riferimento può essere accettata solo a patto di riformularla e di considerare il riferimento come un puro porsi degli stati mentali costituenti il significato. In pratica il parlante considerando una data espressione si riferirebbe allo stato mentale che lo ingenera.

 

La portata del passaggio a un'interpretazione mentalistica o concettualistica, al linguaggio interiorizzato, è più ampia di quanto talvolta si sia apprezzato. [….] Credo che essa includa anche molto di ciò che viene chiamato in modo forviante "la semantica del linguaggio naturale". [….] Ma la relazione di questi sistemi con il mondo degli oggetti con le loro proprietà e relazioni, o con il mondo come si crede che esso sia, è spesso intricata e remota. [….] Si può parlare di "riferimento o "coriferimento" con qualche intelligbilità se si postula un dominio di oggetti mentali associati con entità formali del linguaggio da una relazione che ha molte delle proprietà del riferimento, ma tutto ciò è interno alla teoria delle rappresentazioni mentali; è una forma di sintassi. Non sembra esserci nessun senso ovvio nel popolare il mondo extramentale con entità corrispondenti, né alcuna conseguenza empirica o guadagno in potere esplicativo nel fare ciò. [….] La postulazione di siffatte rappresentazioni mentali non è innocua, ma deve essere giustificata con argomenti empirici, proprio come nel caso delle rappresentazioni fonologiche o delle altre rappresentazioni sintattiche (Chomsky, 1986, 44).

 

In effetti, egli nota, non è possibile stabilire mai con precisione il riferirsi di un significato a una realtà determinata. Egli fa questo esempio.

 

Londra non è una realtà immaginaria, ma considerandola come Londra - cioè, attraverso la prospettiva di un nome di città, un tipo particolare di espressione linguistica - le attribuiamo proprietà curiose: [….] Noi possiamo considerare Londra tenendo o non tenendo conto della popolazione: da un certo punto di vista, resta la stessa città anche se la gente l'abbandona; da un altro possiamo dire che Londra ha acquisito un che di aspro durante gli anni della Thatcher: un commento, questo, su come la gente si comporta e vive. Riferendoci a Londra, possiamo parlare di un luogo o area, della gente che talvolta ci vive, dell'aria al di sopra di essa (ma non troppo in alto), di edifici, istituzioni ecc., in varie combinazioni ( come in "Londra è così triste, brutta e inquinata che dovrebbe essere distrutta e ricostruita a 100 miglia di distanza").[….]

Termini come "Londra" sono usati per parlare del mondo reale, ma né esistono né si crede che esistano cose-nel-mondo con le proprietà dagli intricati modi di riferimento che un nome di città comporta ( Chomsky, 1992a,  221).

 

Le conclusione di Chomsky saranno avvallate da diversi studi nell'ambito delle neuro scienze. Non ultimo si può citare uno studio avvenuto molto di recente a Milano, portato a termine grazie al lavoro di un equipe mista di linguisti, neurologi e psicologi dell'istituto S. Raffaele (Pappagallo, 2001). I ricercatori sono stati in grado di localizzare le aree cerebrali deputate alla regolazione degli aspetti formali del linguaggio. Si sono serviti di una tecnologia denominata PET, una tecnica simile alla TAC ma con maggiori capacità di osservare gli aspetti dinamici dell'attività cerebrale. Hanno quindi interrogato dei volontari proponendo loro frasi prive di significato ma conformi alle regole della grammatica italiana. Proponendo frasi prive di valore semantico, come: "il gulco giangineva il brale", hanno potuto eliminare l'interferenza di questo aspetto, considerando la funzione unicamente formale della lingua. Il risultato è stato la possibilità di osservare come i volontari attivassero precise aree cerebrali per la verifica della correttezza formale. In particolare sono state localizzate rispettivamente nei lobi frontale, parietale e temporale della metà sinistra del cervello, tre distinte aree adibite al controllo della correttezza fonetica, grammaticale e sintattica. Esistono quindi tre aree distinte per la verifica della pronuncia, delle concordanze fra termini e dell'ordine delle parole. E' da notare che osservare come esista di fatto un'indipendenza della sintassi non significa affermare che i significati si possano basare sulla sola sintassi. Lo stesso Chomsky non ritenne mai di spingersi fino a questo punto e accettò sempre un ruolo della semantica nella costituzione del significato (Chomsky, 1992b). Per la verità egli ammorbidì la sua posizione negli anni ma a ben vedere ciò che mantenne fermo e che in definitiva lo interessava era poter stabilire un'indipendenza della sintassi dalla semantica, in modo da poterne giustificare la natura innata e quindi genetica (Casalegno, 1997, 328). Del resto appare abbastanza ovvio che l'associazione fra un'espressione e uno stato mentale dovrà costruirsi attraverso il ricorso a conoscenze empiriche, rifacendosi o direttamente alla propria esperienza personale o alle convenzioni d'uso stabilite dalla comunità dei parlanti con la quale si intenda comunicare. In più si dovrà anche ammettere un ruolo semantico nella definizione del campo di una parola, cioè della sua estensione e del suo accostarsi a ulteriori termini. Per fare un esempio:

 

"Il presidente della repubblica ha sciolto le camere".

 

Se io potessi esprimere a un antico romano questa frase, può anche darsi che egli la capisca in virtù delle strutture sintattiche innate, identiche tra me e lui, ma mai i termini "presidente della repubblica" o "camere" potranno avere per lui lo stesso campo semantico che hanno per me. A esempio l'antico romano non assocerebbe mai l'espressione "presidente della repubblica" a quella "elezioni a suffragio universale", io potrei farlo con più facilità. Con questo si vuole dire che ogni termine ha valore a seconda della rete semantica nel quale lo si inserisce, non esiste mai un termine del tutto definito nel suo significato, quest'ultimo dipende sempre dal contesto testuale, come anche  dalla situazione pratica nella quale il termine è enunciato.

 

2.3.2 I limiti di un sistema formale.

 

Nemmeno Chomsky ha mai veramente sostenuto la possibilità di costruire la lingua sulle sole regole sintattiche. Del resto Gödel dimostra l’incompletezza degli stessi sistemi formali, sistemi che si costruiscono con l’obbiettivo di ottenere la massima predittività e la minore ambiguità. Una volta sia  chiarito che la sintassi non possa avere un ruolo completamente inclusivo nella costruzione della lingua il passo successivo sarà di chiedersi  quale spazio possa effettivamente avere. Chomsky osserva giustamente che questo obbiettivo può raggiungersi solo mediante l’osservazione empirica (Chomsky, 1986, 44). Questo è certamente vero. Noi avremo una chiara idea di quali funzioni del linguaggio siano sintattiche e quali di derivazione empirica, quando la scienza sperimentale avrà a disposizione gli strumenti per osservarlo. Tuttavia, se per sistema sintattico intendiamo un sistema che ricavi le sue possibili soluzioni da un alfabeto e un insieme dato di regole, vediamo subito che sistema sintattico risulta sinonimo di sistema formale. Ora, capendo su cosa si basi il limite di un sistema formale, dove si fonda la sua incompletezza, vedremo anche la ragione profonda della irriducibilità del linguaggio a pura sintassi. Non potremo dire, indicandole, quali strutture nella mente siano sintattiche e quali semantiche, ma sapremo distinguere la ragione del limite della sintassi.

 

Abbiamo molte volte detto che un linguaggio non potrà mai darsi come definitivamente completo rimanendo fermo sempre al suo interno. Questo era ciò che dimostrava Quine quando evidenziava la circolarità di ogni linguaggio, facendola emergere dall’impossibilità di darne un’unica traduzione determinata (Quine, 1960). Le traduzioni di un linguaggio possono infatti essere molte, tutte coerenti, e tuttavia sempre incomplete perché fondate su dei punti di partenza indimostrabili. Tuttavia non abbiamo mai chiarito con precisione cosa bisogna intendere per sistema completo, e a che condizioni un sistema vada detto incompleto.

Se un sistema è incompleto significa che c’è qualche cosa che non va nell’accoppiamento tra i simboli e la loro interpretazione: Il sistema non ha la forza di giustificare quella interpretazione. Immaginiamo a esempio di avere il sistema formale a una sola regola (Hofstater, 1979):

 

 xp-gx-,

 

dove xp-gx- è un assioma ogni volta che x è composto di soli trattini, e si ripete nella stringa sempre con uno stesso valore. Potremmo di conseguenza avere stringe del tipo:

 

---p-g----

--p-g---.

 

Ma non del tipo:

 

----p-g-

--p-g----.

 

Potrei ipotizzare come interpretazione del mio sistema la seguente:

 

p significa più

g significa uguale

- è un’unità.

  

---p-g---- significherebbe allora 3+1=4.

 

Tuttavia un mio amico potrebbe mostrarmi l’inesattezza della mia tesi. Egli infatti mi mostra come secondo lui il significato del sistema sia da intendere diversamente. Egli ha così interpretato il sistema:

 

p significa uguale

g significa diminuito dal numero

- è un’unità.

  

---p-g---- significherebbe allora 3=1 diminuito dal numero 4.

 

Inoltre sarebbe ancora più facile mostrarmi quante verità rimangono inesprimibili attraverso l’utilizzo di tale sistema. A esempio:

 

3+2=5

 

non può essere formalizzato dal sistema.

Si può con questo esempio capire in modo semplice cosa si intenda per incompletezza. Incompleto è un sistema per il quale esistono enunciati veri non esprimibili tramite il sistema.

Quello che dovremo di conseguenza chiederci in questa fase è per quali ragioni un sistema formale non possa mai essere completo. Dobbiamo chiederci quali caratteristiche relative ai sistemi formali li rendano incompleti. In questo modo capiremo meglio quale spazio sia concesso in una lingua alla regolarità sintattica e quale spazio all’opposto la regolarità sintattica non sarà mai in grado di occupare. Un valido contributo nella comprensione del problema lo offre il linguista Tullio De Mauro (De Mauro, 1982).

 

Un segnale, nella sua condizione più elementare, ha una referenza di tipo globale. La definizione di globale ha la sua ragione nell’opporsi al non globale, cioè all’articolato. Un segno che designa direttamente e in modo univoco un senso si può dire globale (De Mauro, 1982, 33).

Il rosso del semaforo designa direttamente e unicamente il significato  “stop”.  Il senso “sette” è designato dai numeri arabi come 7, in modo quindi globale, dai numeri romani invece come VII, in modo articolato perché il segno può ridursi a parti costitutive.

Se un segno avesse una referenza di tipo sostanzialmente globale le cose sarebbero piuttosto semplici. Ingenuamente si potrebbe quindi costruire un modello di semiosi del tipo (De Mauro, 1982, 171):

 

PROUTTORE     sensoçèsignificato/significanteçèespressione       RICEVENTE.

 

Esiste cioè un referente concreto, un oggetto o uno  stato di cose al quale il significante si riferisce.

Tuttavia ben presto ci si accorge che la situazione non può essere tale, per il semplice fatto che la maggior parte dei codici è assai più complessa e si struttura in segni articolati.

Molti segni non sono globali ma costituiti di monemi (nella tradizione anglosassone chiamati anche morfemi). I monemi sono unità minime significative, che si uniscono a costituire segni più complessi.

A esempio  abbiamo già osservato come il numero VII romano si articoli grazie all’uso di parti costitutive, ciascuna arrecando un apporto significativo. Anche le parole si dividono in monemi:  “cavallo”, “remare” si compongono del monema  “cavall” e di quello “o”; di “rem” “are”.

Si può comunque pensare che questa costituzione computatoria della lingua non impedisca di mantenere come buono il nostro schema. Infatti un codice semiologico complesso non necessita di preesistenza, cioè di un rapporto precostituito tra segno e senso. Il senso non preesiste al suo manifestarsi, esso piuttosto fa parte di un sistema nel quale tutti i sensi sono potenzialmente contenuti nel sistema computatorio di composizione. A esempio possiamo vedere che:

 

623,888: 41,4141=15,06462775

 

Può essere un segnale mai visto prima da nessuno e tuttavia essere pertinente al sistema semiotico al quale appartiene.

Questa osservazione porta a considerare un sistema semiotico come un sistema computatorio e a permettere di ipotizzare che nella lingua ogni significato possa essere calcolato a partire dai monemi di base, gli elementi minimi costitutivi, più una serie di operazioni di calcolo. In effetti la cosa ha buon fondamento perché la lingua si fonda proprio su dei monemi e delle regole sintattiche. Esiste una larghissima e dominante tradizione che ritiene che si possa costituire un calcolo della lingua: da Wittgenstein, che espresse il principio di composizionalità, a Chomsky che teorizzò la grammatica universale.

 

Ci troviamo qui nella situazione di dover costruire un sistema di calcolo. L'idea che possa definirsi un sistema di calcolo pare molto utile anche per spiegare quella che si chiama arbitrarietà formale del segno.

L'arbitrarietà semiotica formale è legata al concetto di comunicazione. Ci si chiede come una  mente  possa riconoscere il senso comunicato da un'altra mente. Per stabilire l'identità di un senso si dovrà determinarne le caratteristiche che lo rendono particolare, non confondibile con altre entità. In un universo finito questa identificazione sarebbe possibile in un universo infinito invece non lo sarebbe, poiché ogni definizione comporterebbe una serie infinita di elementi.

Si può però ipotizzare che per identificare tale entità si ricorra a un numero finito di caratteristiche sufficienti a distinguerla. Chiamiamo questa operazione pertinentizzazione (De Mauro, 1982, 16). Essa è condizionata innanzi tutto dai fini che si intendono raggiungere, e cioè dall'insieme di entità all'interno del quale si intende identificare una o più entità. Ogni operazione di pertinentizzazione dividerà dunque il mondo in due parti: la classe delle entità che la soddisfano e la classe delle entità che non la soddisfano.

Un insieme che definisce i rapporti tra entità e classi in termini di presenza e assenza è detto sistema. Le caratteristiche di pertinentizzazione in un sistema devono:

 

à Raggrupparsi in un numero finito per ciascuna entità.

à Costituire per ciascun sistema un numero complessivamente finito.

à Essere ciascuna identificabile con un numero finito di operazioni e perciò essere o elementi non ulteriormente analizzabili del sistema o articolarsi in elementi di secondo ordine a loro vola o non ulteriormente analizzabili o articolati in elementi di ordine inferiore non ulteriormente analizzabili. Gli elementi che si possono comporre di altri elementi di livello inferiore in linguistica sono detti monemi.

 

Quali sono quindi le condizioni per un calcolo combinatorio potenzialmente infinito, quale deve essere la lingua? Vi sono tre condizione: la prima solamente economica, le altre due necessarie e sufficienti (De Mauro, 1982, 41).

 

à E' utile che il significato dipenda dalla disposizione. Cioè il segno sia significativo anche in base all'ordine di lettura.  Ab ≠ Ba.

à Nei raggruppamenti la ripetizione di un elemento, la sua iterazione, deve poter servire a distinguere raggruppamenti diversi. 11 ≠ 111.

à Il numero dei posti dei raggruppamenti non deve avere limite teorico.

 

Un calcolo di tipo aritmetico, oltre a assumere queste tre condizioni, si basa su due postulati. La non creatività è il primo. Esso garantisce dal fenomeno delle sinonimie, in quanto tutte le sinonimie del sistema sono perfettamente prevedibili in esso. Le sinonimie sono tutte calcolabili in base alle regole formali del calcolo:

 

 7=3+4=(17-6+31) : 6

 

Il secondo assioma è detto della connessità sintattica: un segno deve essere costituito in modo da denunziare formalmente la sua compiutezza, la buona connessione con gli altri segni e le loro articolazioni. In base a ciò Carnap ha dimostrato che un calcolo può essere descritto in base al suo solo funzionamento sintattico, cioè alla relazione fra i segni, senza tener conto delle implicazioni semantiche (De Mauro, 1982, 89).

 

A ben vedere nemmeno l'aritmetica possiede una coerenza formale così rigorosa. I logici e i matematici di fine ottocento, inizio novecento si diedero un gran da fare nel tentativo di dimostrare la completa fondazione della matematica. Uno degli esempi più famosi fu quello di Bertrand Russull e Alfred Whitehead attraverso la pubblicazione dell'opera Principia Mathematica (Russell, 1913). Il risultato più accreditato e condiviso che fu quello di Hilbert (Hilbert, 1978). Basandosi sui cinque postulati dei numeri naturali di Peano, che avevano permesso di formalizzare la logica dei predicati di primo ordine, egli portò la matematica alla massima coerenza. Hilbert svincolava la matematica dai supposti vincoli di coerenza con la realtà, stabilendo che gli oggetti da essa indicati possono corrispondere a qualsiasi cosa esibisca quelle proprietà. Concesso questo, Hilbert riteneva di poter costruire un sistema privo di contradittorietà. Questo risultato si otteneva definendo sistema formale un linguaggio con cui si possono costruire delle formule di alcuni assiomi, formule assunte come vere senza dimostrazione, e alcune regole di inferenza, che permettano di stabilire la verità o falsità di qualsiasi formula (Scaruffi, 1991). Una delle conquiste di Hilbert fu la definizione di ricorsivo. Una funzione ricorsiva è una funzione che può essere programmata. L'utilità di un sistema formale, come di un sistema computazionale, si basa sulla possibilità di definire regole ricorsive, delle quali sia prevedibile il calcolo delle variabili. Dal concetto di ricorsivo deriva direttamente quello di decidibile. Una funzione ricorsiva è una funzione della quale si può stabilire la teorematicità, cioè la sua riduzione a teoremi già dimostrati nel mio sistema. Per conoscere la completezza di un sistema, quindi la sua possibilità di esprimere tutte le proposizioni vere, dovrò formulare delle regole di teorematicità che mi dicano quando un teorema è corretto. Il criterio di teorematicità si chiama proceura di decisione (Hofstater, 1979).

 

Il programma di Hilbert fu messo in crisi nel 1931 da una dimostrazione di Kurt Gödel che stabiliva che non di tutte le formule potrò stabilire la teorematicità, la procedura di decisione (Galvan, 1992). Esiste insomma per ogni sistema formale, contenete la teoria dei numeri di Peano, una proposizione che non può essere decisa, non può essere considerata ne vera ne falsa in base alle sole regole del sistema. Casalegno espone in maniera informale il teorema:

 

Sia S un sistema di assiomi per l'aritmetica. Indipendentemente da come S è stato scelto esiste un enunciato G, esprimente la non contraddittorietà di S, che non è decidibile rispetto a S. Ma, una volta constatato che gli assiomi di S sono corretti, noi possiamo tranquillamente escludere che essi generino mai una contraddizione, e quindi siamo autorizzati a asserire G, che pure in S non è derivabile (Casalegno, 1997, 310).

 

Se il teorema di Gödel, presentato nel 1931, viene accostato ai risultati che Tarski ottenne pochi anni dopo (1935) si può ricavare una osservazione molto interessante (Tarski, 1956). Tarski mostrava come il concetto di verità, per qualsiasi sistema formale, può perfettamente definirsi qualora lo si vincoli a una funzione, detta interpretazione, che assegni un significato a ogni formula del sistema. In questo modo si poteva dire che nonostante un sistema formale non sia completo, volendolo considerare per se stesso, è sempre possibile renderlo completo riferendosi a un diverso sistema. Ovviamente questo rifarsi di un sistema a uno esterno è un processo del quale non si può indicare una fine, è un processo all'infinito. In definitiva nemmeno in questo modo si arriva a determinare cosa sia una verità assoluta. Tarski ne deduce proprio che una verità assoluta, non presupposta, sia pura chimera. Tuttavia questo non cancella il risultato ottenuto da Tarski. Infatti si può dire che, limitatamente all'interpretazione I, una teoria formale F sia da considerarsi completa.

 

Sergio Galvan utilizza il teorema di Gödel per mostrare come non sia possibile una spiegazione costruttiva della realtà. Esistono verità di una teoria T che non sono derivabili in T. Queste verità sono derivabili in teorie superiori, ma non tutte queste teorie hanno carattere costruttivo. Questo ci dice che non tutte le proposizioni vere sono dimostrabili costruttivamente. Non essendo del resto accettabile che queste proposizioni siano insignificanti, dovremo dire che la verità non può coincidere con la dimostrabilità costruttiva (Galvan, 1992).

 

Possiamo usare queste osservazioni riferendoci alla lingua naturale. Potremo ora non solo motivare l'irriducibilità della lingua a sistema computazionale, ma anche il motivo su cui si fonda questa irriducibilità. Sappiamo che la lingua si pone su più livelli. Si fonda sull'articolazione dei monemi che la compongono. Ci sono delle regole di formazione fonetica, di formazione sillabica, delle regole lessicali, sintattiche e anche pragmatiche. Ebbene questo sistema di regole non può essere in definitiva considerato una gerarchia ordinata di livelli, nella quale ottenuto un risultato si possa passare a dedurne il successivo, e così fino a ottenere l'unico risultato finale calcolabile, che sarebbe il nostro significato. Questo non è possibile perché non è accettabile avere sistemi chiusi, fondati solo su regole interne, ma nemmeno serie di sistemi chiusi, altrimenti l'incompletezza sarebbe solo rimandata. Insomma la lingua non è una serie di sistemi computatori uno successivo all'altro. O almeno questa cosa è da negare se si ritiene che la lingua abbia nel significare capacità creative. Cioè capacità di formulare nuovi significati, di accrescere la comprensione degli eventi.

 

2.3.3 La lingua come sistema creativo.

 

La lingua è un sistema semiotico complesso: in continua variazione, costruito su diversi livelli e sempre inserito nel contesto che lo produce. Per capire l'implicazione dell'incompletezza formale sulla comprensione del linguaggio dobbiamo fare ancora alcuni passi. Iniziamo col chiarirci per quale motivo la lingua non possa descriversi come un calcolo.

 

Tullio De Mauro enumera una serie di buoni motivi per dire che la lingua non può essere paragonata a un calcolo (De Mauro, 1982).

Abbiamo innanzi tutto il fenomeno delle oscillazioni del vocabolario. Esiste una mobilità nel vocabolario della lingua. "Atomo" e "diossina" sono parole che un tempo erano specialistiche e che oggi, per diversi eventi sociali, sono piuttosto familiari. "Lunario" e "pergola", un tempo d'uso comune, sono oggi vocaboli che stanno entrando nella terminologia specialistica. Ma la oscillazione non è solo diacronica, non muta solo col mutare nel tempo dell'uso linguistico. Essa si riferisce anche alla massa dei parlanti, per cui esistono diverse estensioni del vocabolario a seconda del parlante che ne fa uso. Esistono infatti termini come "cane" conosciuti anche dai più mediocri parlanti della lingua italiana; un termine come "bisturi" potrebbe essere conosciuto da un numero più ristretto di persone; il termine "assiologico" sarà patrimonio di un numero ancora minore di parlanti (De Mauro, 1982, 105).

 

La quasi totalità dei termini può poi essere utilizzata secondo differenti accezioni. Un parlante ha la possibilità di usare una parola, di comprendere la sua complessità di significati, fino al punto di poterla usare in modo nuovo. "Riduttivo" è un termine con due distinte origini specialistiche. Economica: "politica che riduce i costi". Chimica: "elemento che elimina ossigeno da un composto". Oggi lo si usa con accezioni molto più ampie. Non è solo un fenomeno in diacronia ma anche di capacità di riformulare il campo semantico di un termine. Facendo ancora l'esempio di  "cane" possiamo dire che è un termine conosciuto da tutti con l'accezione di "animale domestico". Da un numero di parlanti più ristretto, ma non specialistico, come "martelletto delle armi". Da un gruppo fortemente ristretto come "arnese che tiene fermi i cerchi delle botti". Ci sono poi espressioni che possono significare ugualmente sensi opposti. "Fondere una campana" può voler dire costruirla come distruggerla. Termini come "obbedire" e "ubbidire" sono varianti di significanti con identico significato. "Coltura" e "cultura" pur derivando dal medesimo vocabolo latino si sono  sviluppate da accezioni diverse, fino a essere avvertite dal parlante odierno come parole con significati diversi. Inoltre qualsiasi termine può essere adoperato con accezione autoriflessiva e diventare così un termine metalinguistico. Si può dire: "Il cane è un animale domestico"; ma anche: "cane" è una parola di quattro lettere".

In generale si può dire che nella lingua un termine rimanga sempre nella indeterminatezza. Questo fatto apparentemente banale ci dice della completa libertà di accezione di un termine. Se un espressione, come abbiamo visto, può assumere su di sé accezioni opposte o riferirsi, oltre a ciò che significa, a se stessa, dovremo dire che non esiste un vero vincolo di accezione. Questa proprietà del linguaggio permette di espandere i termini a seconda delle necessità espressive, correlate a necessità di riassetto delle conoscenze o della vita sociale (De Mauro, 1982, 118). Molti hanno sottolineato che con la lingua si può descrivere tutto. Questo appare legato alla nostra facoltà universalizzatrice, per cui possiamo assumere una parte soltanto di un'esperienza, o considerare un triangolo a prescindere dei suoi dati occasionali, come ad esempio la lunghezza dei lati, e, considerandone solo la forma, fare una dimostrazione geometrica. E' quella facoltà che ci permette di mettere una cosa al posto di un'altra. Di uscire dalle regole di un sistema formale per ragionare su esso.

 

L'interpretazione e la comprensione si fondano sull'assunto di significatività di ciò che è espresso. Il discorso che si stabilisce fra due parlanti si basa sulla collaborazione. Prova ne è il frequente riscorso a enunciati metalinguistici ("Ciò che ho detto è vero") all'interno di un dialogo. In questa prospettiva anche il non detto può assumere significato (De Mauro, 1982, 141). I discorsi sono del resto sempre testi nei quali il senso è costruito riferendosi all'insieme. In particolare si possono evidenziare due opzioni, due modalità di non detto. Una modalità detta di anafora, con la quale mi rifaccio a cose già dette, e una modalità di catafora, con la quale rimando l'interlocutore a cose che dirò più avanti nel discorso. Avrò una anafora in un testo del tipo:

 

"Maria ha molti bei figli.

Una donna così fortunata non dovrebbe essere infelice".

 

Avrò una catafora nel caso di un testo come:

 

"Ciò che dirò vi stupirà.

Hanno catturato il malvivente".

 

Questi sono solo semplici esempi di quanto spazio abbia il non detto nel testo. Umberto Eco con i concetti di autore implicito, lettore implicito o topic, ha mostrato le profonde implicazione a cui conduce una teoria testuale (Eco, 1979). Basti pensare al fatto che la revisione del testo è sempre possibile per il parlante, sempre si può ritornare indietro e riformulare il senso complessivo del testo.

 

Si è detto come la lingua si possa disporre su più livelli. Come estremi esistono il piano linguistico e quello metalinguistico e fra questi una quantità indefinita di piani. Pronunciando una parola, e ancora di più un discorso, creiamo uno spazio enunciativo  entro il quale spingiamo a porsi il destinatario del nostro discorso. Egli poi si porrà più o meno nella stessa nostra posizione di discorso a seconda di quanto condivida con noi lo spazio culturale enunciato. Ogni parola si lega a un insieme semantico e si riferisce a una situazione storico-culturale. Se dico "telegiornale" non solo questa locuzione me ne richiamerà una serie di altre alle quali si accompagna (informazione, etere, televisione pubblica, televisione privata…), potrò capire questa espressione solo conoscendo cosa sia una televisione, quali conseguenze introduca in una società, nel ruolo dello stato, nell'informazione. Avrò tanta più coscienza di questo significato a seconda di quanto sappia inserire la locuzione in un contesto. Il giornalista avrà maggiore, o comunque diversa cognizione del termine, un indios dell'Amazzonia non potrebbe capirlo. Inoltre uno statunitense ne avrà una diversa concezione che non un italiano, perché lo stesso evento si inserisce in ambiti socio-culturali, nonché magari istituzionali, differenti. Una lingua aderisce a tutti gli aspetti della vita psicologica di un individuo. Chiarendo, attraverso l'accostarsi in una rete dei termini, i rapporti che intercorrono tra i significati essa ne stabilisce i confini e le comunanze, secondo il processo che già De Saussure aveva individuato, per cui un significato si costruisce nella differenza negativa. In un sistema a,b,c l'elemento b sarà definito come non a e non c:  b=¬a¬c (De Saussure, 1916). In italiano, a esempio, esistono: "legna", "bosco", "legno"; in francese solo"bois": questo perché il termine non è limitato da altri (De Mauro, 1982, 151).

 

Tutte queste osservazioni mostrano il fatto della creatività nella lingua. Si potrebbe dire che, per buona parte, potrebbero essere messe tra parentesi qualora immaginassimo di poter isolare la lingua dalla sua diacronia e di definire un ambito specifico, specialistico, di discorso. Isolando la lingua in un arco di tempo di pochi anni l’oscillazione delle parole potrebbe diminuire fino a un livello che permetta di non considerarla. I linguaggi tecnici poi sono sforzi per eliminare la polivalenza dei termini, nel tentativo di farli diventare quasi segnali globali.

 

C'è tuttavia un aspetto ancora più incisivo nei confronti della indeterminatezza della lingua. Il fatto che gli elementi linguistici all'interno delle stesse strutture profonde, possano assumere ruoli diversi. Le strutture profonde sono quelle strutture sintattiche invariabili che rivelano, oltre la superficialità di un enunciato, la sua calcolabilità.

La struttura profonda è il valore semantico complessivo di un segno dato da una serie di operazioni sul significato dei monemi. A esempio la lettura di un numero in cifra araba dipende dalla composizionalità delle cifre-monemi che lo compongono. Si richiede al lettore di sommare i risultati delle moltiplicazioni delle varie cifre-monemi per una potenza della base 10, elevata a un esponente, che corrisponde al numero della posizione occupata dalla cifra-monema, diminuita di uno.

2347 = 2x104-1 + 3x103-1 +4x102-1 + 7x101-1 = 2x1000 + 3x100 +4x10 + 7x1 =2000 + 300 + 40 +7.

La struttura profonda è quello spazio soggiacente alla struttura superficiale, cioè quella serie di operazioni che permettono di coordinare fra loro i monemi  in un sistema significante.

 

Secondo i chomskiani queste strutture profonde sarebbero innate e invariabili. Inaccettabile quindi ipotizzare una loro oscillazione. Ma lo stesso Chomsky, che ha per primo giustificato certe apparenti contraddizioni di alcune costruzioni sintattiche portando in superficie le loro strutture profonde, ha, negli anni novanta, modificato la sua teoria semplificandola notevolmente. Secondo la formulazione più recente esisterebbero solo due livelli significativi per un enunciato. La sua forma fonetica e la sua forma logica, che a più riprese possono intervenire l'una sull'altra. Questa semplificazione della teoria è motivata con la necessità di trovare uno schema maggiormente flessibile e quindi più facilmente definibile come universale. Chomsky spera attraverso questa semplificazione di poter meglio spiegare la rapidità nell’apprendimento linguistico infantile. Le critiche più di sovente mosse a Chomsky su questo punto hanno sempre fatto leva sull’osservazione di come moltiplicando le strutture divenga più difficile motivare la loro universalità (Casalegno, 1997, 352). Da una struttura universale ci si aspetterebbe grande flessibilità, la capacità di derivare da poche regole tutti gli esempi osservabili del fenomeno. Il rapido apprendimento dei bambini si motiva meglio se la struttura innata è semplice e fertile di molte possibilità.

Abbiamo già visto come la semantica non possa essere del tutto indipendente nella costituzione del significato. Il significato di un termine si costruisce anche in base alla rete semantica che forma con gli altri termini della lingua. Ma questa cosa probabilmente non la nega nemmeno Chomsky. Egli è interessato a difendere l'indipendenza della sintassi in quanto a possibilità di dedurre strutture innate e universali della lingua. Chiediamoci quindi se le strutture linguistiche possano essere sempre fisse e universali o se non sia più logico che debbano oscillare.

 

2.3.4 Diverse manifestazioni della struttura sintagmatica.

 

Eddo Rigotti nelle sue analisi linguistiche mette in luce diversi fenomeni interessanti del funzionamento del linguaggio.

Come già avevamo detto introducendo la distinzione fra segno globale e segno articolato, va innanzitutto notato come tra suoni e sensi, o significati, si ponga  un grosso scarto. I significati sono molti più dei significanti. Il parlante non produce significanti pari ai sensi e questo a più livelli. La cosa è possibile grazie alla presenza di elementi costitutivi, i monemi, che sommati in virtù di regole di composizione, permettono di derivare moltissime forme da pochi elementi. In questo modo, a esempio, se al sostantivo inglese aggiungo la “s” finale potrò stabilirne la sua enunciazione al plurale: con un solo monema di un’unica lettera potrò significare tutti i plurali espressi nel mio sistema linguistico. Rigotti tiene inoltre a sottolineare come questa articolazione del significato grazie al monema avvenga su più livelli: fonetico, fonologico, lessicale, sintattico. Chomsky motiva questo fatto dicendo che l'organizzazione linguistica opera in base al principio di economicità. La cosa è certamente vera ma proviamo a chiederci come opera concretamente questo principio (Rigotti, 1997, 41).

 

Secondo Rigotti bisogna introdurre la nozione di livello. I livelli sono meccanismi sintagmatci-paradigmatici.  Sono quindi meccanismi  che operano sia esprimendo una regolarità (sintagmatici), sia permettendo di operare scelte  (paradigmatici). Un livello può essere metaforicamente paragonato a un reparto di produzione che fa entrare materiale grezzo, o semilavorato, e lo fa uscire a un grado maggiore di lavorazione. Sintagma è la struttura che permette la compresenza di elementi in entrata stabilendo un ordine di posizioni. Paradigmi sono le singole unità ammesse a occupare le posizioni del sintagma.

 

Figura 2.2. La struttura sintagmatica.

 

Data una posizione le unità adibite a occuparla, i monemi, si equivalgono, nel senso che tutti gli elementi che hanno accesso a quella posizione possono indistintamente occuparla, in questo modo si può dire che siano reciprocamente sostituibili, ma anche che si escludano reciprocamente. Secondo un altro punto di vista il sintagma può dirsi il prodotto di uscita della struttura.

Facciamo un esempio concreto attraverso le parole stesse di Rigotti. Consideriamo le nozioni di sintagma e di paradigma rispetto alla formazione delle sillabe in italiano.

 

Queste regole sono regole strumentali; si tratta di imperativi ipotetici che suonano così: se vuoi ottenere una sillaba devi applicare R1,R2,…,Rn e in ultimo ottieni una sillaba. Come si costruisce una sillaba in italiano?

à Vocale: ogni vocale, anche da sola è una sillaba; ci sono anche delle combinazioni vocaliche apparenti. Per esempio nel dittongo proprio (augurio, fautore) la seconda vocale è in realtà una consonante (cfr. auto-alto), in effetti non posso metterci qualsiasi vocale ma solo le vocali più vicine alle consonanti. Sono le semivocali.

à Consonante Vocale: su, da.

à CVC: sar-do, cat-tolica.

à CCVC: fran-tumare.

à C1C2C3V: stra-ordinario.

à C1C2C3VC: stram-palato, stran-golare.

Perché i numeri sotto le consonanti? Perché non tutte le consonanti possono apparire in tutte le sei: ci sono certe precise posizioni nei sintagmi, nelle quali possono comparire certe unità e non altre. Per esempio in C1C2C3V (stra-ordinario) C1 può essere occupata solo dalla consonante s, mentre C3 può essere solo una liquida. Qual è il significato di queste restrizioni? Ogni sintagma, proprio attraverso la sua struttura sintagmatica, la sua regola costruttiva, stabilisce delle posizioni in rapporto alle quali sono circoscritti particolari insiemi di unità ammesse, particolari paradigmi (Rigotti, 1997, 43).

 

Abbiamo quindi detto che la lingua si costruisce su una serie di livelli sintagmatici, livelli che producono materiale linguistico per i livelli successivi. Ma questi livelli in che ordine stanno fra loro? Si potrebbe pensare a un ordine gerarchico che rappresenti il succedersi della stratificazione tramite la quale si costruiscono le forme linguistiche. Si passerebbe rappresentare così una ipotetica gerarchia:

 

livello fonetico

livello fonologico di fonema

livello fonologico di sillaba

livello fonologico di parola

livello lessicale

livello sintattico

livello morfologico

livello semantico

livello pragmatico (Rigotti, 1997, 52).

 

Ma in realtà non è così perché l'ordine col quale intervengono i livelli può variare. Le strutture sintagmatiche sono strumenti molto flessibili. Rigotti propone di definirle strutture intermedie, sottolineando il fatto che ogni struttura si debba comunque rivolgere a altre per compiere un processo semiotico definitivo. Egli sottolinea come una struttura intermedia abbia più strategie di manifestazioni e più valori anche se ha manifestazioni e valori prevalenti. Inoltre ogni struttura sarà sempre endolinguistica, cioè appropriata unicamente al linguaggio storico naturale nel quale si manifesta (Rigotti, 1997, 86). Alla fine egli propone di mutare l’opposizione semiotica fondamentale proposta da De Saussure. De Saussure riteneva che un sistema semiotico si fondasse sulla opposizione tra significato e significante (De Saussure, 1916). La distinzione, per quanto altamente fruttuosa e utile alla comprensione del processo di semiosi, risulta in realtà inappropriata. Abbiamo visto per quale motivo nei paragrafi precedenti. Anche introducendo la nozione di monema, e quindi di articolazione del linguaggio, e quindi di calcolo, non è accettabile pensare che esista una unità signifiativa, un segno, che tocchi direttamente il significato, cioè che corrisponda, in modo diretto, con un fatto, o una regolarità che governi i fatti.  Contro l’idea che al monema possa corrispondere un segmento di significato Rigotti propone una nuova opposizione semiotica. Al posto di segno si parli di strutture intermedie, al posto di significante si parli di strategia di manifestazione e al posto di significato si parli di funzione linguistica (Rigotti, 1997, 75).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 2.3. L'opposizione semiotica fondamentale.

Vediamo ora alcuni esempi empirici che dimostrano le tesi proposte da Rigotti. Prendiamo a esempio il caso di:

 

 "bravo bambino".

 

il morfema o ha per “brav-o” ha un valore prevalentemente sintattico, poiché mi dice che è un aggettivo; in “bambin-o” ha valore prevalentemente semantico perché mi dice che è singolare maschile. Lo stesso morfema, che si presenta in due situazioni nelle quali declina sempre il lessema, ha in realtà funzioni linguistiche differenti (Rigotti, 1997, 102). Ancora più interessante il caso di parole con funzione sintattica:

 

 "Ho visto qualche bambino".

 

Qui qualche funge da struttura filtro che mi dice che il singolare di bambino è solo apparente, in realtà il genere è neutro. Anche il verbo può essere una struttura sintattica come pure semantica:

 

"Il vento ha sradicato il vecchio albero".

 

Al posto di “ha sradicato” poteva esserci sintatticamente “aveva sradicato”. Quindi il verbo ha funzione semantica (Rigotti, 1997, 104):

 

"Questa casa era stupenda".

 

Qui la funzione di era è di dire che stupenda è un predicato, mentre poteva essere anche attributo, quindi il verbo ha funzione sintattica.

Altri ancora sono gli esempi che si possono fare di espressioni identiche  che si presentano con funzioni diverse nella lingua:

 

 

"La casa di Pietro

La partenza di Pietro".

 

Nel primo caso vengo a dire che Pietro ha una casa, quindi il “di” assume un valore semantico. Nel secondo caso dico che Pietro può compiere una data azione, è un nesso predicativo, “di” si presenterà con funzione sintattica Anche “per” può avere più funzioni. In “moltiplicare per tre" sarà sintattico; in "lavorare per tre" semantico. Nel primo caso esprime una relazione , nel secondo ha un più ricco contenuto semantico poiché descrive una situazione più complessa. Dice che qualcuno ha lavorato come se avessero lavorato tre persone, o comunque con un’intensità, una fatica  e un impegno, non solito a una singola persona. Da questi esempi si vede che la distinzione tra semantico e sintattico, se pure utile a distinguere due aspetti diversi del linguaggio, decade quando la si voglia applicare a specifici elementi della lingua. Ogni elemento linguistico, che sia un monema, un lessema, un verbo od un nome, assume su sé funzioni sia semantiche che sintattiche. Prendiamo ora un caso come:

 

"Pietro odia la casa rossa di Luigi".

 

Se so che Luigi ha più case, "rossa" ha valore restrittivo, individuativo. Se invece Luigi ha una sola casa, "rossa" è un epiteto, sottolinea una particolare caratteristica della casa di Luigi odiata da Pietro (Rigotti, 1997, 107). Qui si vede come il valore di una struttura può variare anche a seconda del contesto e delle conoscenze del parlante.

La cosa è rilevata pure dalla frequenza del ricorso, nell'uso della lingua,  alla deissi. Deittico è un termine che non può significare se non facendo riferimento alla situazione che riferisce. Sono deittici termini  come “questo”, “quello”; ma anche “forse” e “probabilmente” (Rigotti, 1997, 109, 176).   

Un altro elemento che sottolinea l'importanza del contesto è l'implicazione. L’idea di implicazione richiama il concetto di campo semantico. Se dico "ieri sono andato al cinema" mi si può chiedere che film ho visto, meno perché sono andato al cinema.

Se dico "sono stato a un matrimonio" subito si ritengono implicati degli sposi e dei testimoni. In modo meno forte si sentono come implicati una chiesa o un prete. Una volta la chiesa e il prete erano più strettamente implicati al termine “matrimonio” (Rigotti, 1997, 114). Emerge in questo modo molto fortemente il ruolo del contesto e della esperienza sulla quale il singolo parlante innesta il discorso.

 

2.3.5 Livelli di referenza del linguaggio.

 

Queste osservazioni di Rigotti permettono di chiudere il cerchio del nostro ragionamento. Abbiamo visto come la referenza di un segno debba necessariamente fondarsi su una regolarità, deve venire espressa in un sistema che si fondi su un insieme limitato di principi. Si è visto come questi principi possano in definitiva ritenersi conseguenze della nostra natura biologica e trovare in essa la loro motivazione. D'altro canto ogni referenza non può significare se non la si ancora a una situazione di fatto. A una cultura, che è convenzione e cooperazione tra parlanti, ma anche espressione di un insieme di conoscenze della realtà.  A un riferimento diretto, deittico,  a ciò che accade. La lingua é un sistema creativo, in continuo fermento. Non si può riportare direttamente a un ordine formale. Questo è ancora più comprensibile quando si osserva che un sistema formale non può mai motivarsi completamente e deve, per stabilirsi, fare ricorso a delle regole a esso presupposte, appartenenti a un altro sistema. Potrebbe sembrare che queste diverse osservazioni si contraddicano fra loro, oppure richiedano una spiegazione non ancora data.

 

Ma se consideriamo con attenzioni le osservazioni di Rigotti potremo trarne delle conseguenze molto utili per conciliare  il problema. Si è visto come nessun elemento possa ricondursi in modo definitivo a una struttura. Non posso dire che in una lingua il verbo, o il nome o le sillabe si comportino in questo o in quest'altro modo. Nemmeno posso dirlo per elementi ben determinati. Non posso dire che il monema "o" singolare maschile si comporti sempre nello stesso modo, non posso dire che "matrimonio" abbia sempre la stessa implicazione. Certamente esistono delle regole di riferimento, delle regole che possono raggiungere una rigidità tale da sembrare inviolabili. Se mi imbattessi, dialogando con un parlante italiano, in una parola con una sillaba come "stvo", penserei subito o a un errore o a un termine straniero.  Ma queste regole vanno ritenute solo prevalenti, non completamente vincolanti. Non posso garantire che non mi imbatterò mai in un uso diverso. Nemmeno nel caso delle sillabe posso ritenere di trovare regole necessarie e universali. Potrebbe sempre succedere in un futuro che parole con sillaba "stvo" entrino a far parte della lingua italiana.

 

Questi fatti linguistici non smentiscono necessariamente Chomsky. Egli non avrebbe difficoltà a ammettere che elementi linguistici determinati, categorie come il nome, il verbo, il morfema, non possano ricondursi direttamente a una struttura profonda. Secondo le teorie chomskyane infatti, nelle varie lingue questi elementi si posizionano con parametri diversi rispetto alla struttura profonda. Il problema qui non è negare dei principi universali di base, ma negare che questi possano rigidamente riferirsi a elementi linguistici, su qualsiasi livello riteniamo di volere fissare questa corrispondenza. Del resto dei principi biologici di funzionamento delle nostre facoltà linguistiche dovranno pure esserci. Non avrebbe senso volerli negare del tutto, e non vuole essere il nostro obbiettivo. Chomsky, quando parla della grammatica universale, si riferisce proprio a basi biologiche. Egli comunque ritiene che un limite determinato debba darsi e non accetterebbe di dire che gli elementi linguistici possano variare incondizionatamente all'interno della struttura profonda. In effetti Chomsky ritiene che esistano casi nei quali i processi mentali si blocchino. Casi non accettabili dalle nostre strutture linguistiche universali. Egli fa un esempio (Chomsky, 1998, 81):

 

"Chi si fece radere Gianni? ".

 

Questo enunciato non sarebbe accettabile perché la traccia del soggetto si andrebbe a posizionare in modo da far diventare "Gianni" soggetto di "radere" mentre il soggetto di "radere" è "chi", è il soggetto della domanda, le persone che chiediamo di identificarci. Infatti risulterebbe comprensibile la frase:

 

"Chi fece radersi Gianni? ".

 

 Ma a nostro parere, al di la dell'uso abituale, non c'è nulla che realmente ci impedisca di comprendere questo enunciato. Perché non si potrebbe dire che la traccia si riferisca proprio a "Gianni" e che il "chi" indichi persone che Gianni considera come sue, e per le quali è applicabile un "si" possessivo? Sarebbe di certo una interpretazione insolita, se vogliamo anche scorretta rispetto all'uso che i parlanti fanno della lingua italiana, ma non impossibile.

La possibilità di salire senza veri limiti, se non la consuetudine o la difficoltà a congiungere livelli distanti, motiverebbe perfettamente anche la creatività della lingua e le sue variazioni diacroniche. Del resto su cosa si basano la creatività linguistica e la sua diacronia, se non sulla possibilità di variare le regole, che di partenza abbiamo appreso?

 

Del resto si osserva facilmente come la semiosi linguistica si ponga su diversi livelli (fonetico, lessicale, sintattico, pragmatico…), che questi sono molto numerosi e profondi e che inoltre il processo di comprensione semiotica procede da un livello all'altro.  Se riteniamo poi che il principio ultimo di ogni semiosi, debba essere quello di sensatezza, cioè di attribuire un senso ai segni che ci sono comunicati, vediamo con facilità come qualsiasi struttura possa essere rimodellata. Giunti a un livello si può, se la produzione di senso lo richiede, tornare indietro  e utilizzare le regole di un altro livello. Se a esempio ci si dovesse bloccare nell'atto semiotico, al livello dell'ordine delle parole, non sapendo riconoscere i segni in virtù delle regole di quel livello, si potrebbe sempre rifarsi a un livello pragmatico.

 

Parlando dei sistemi formali ci siamo resi conto di come si debba accettare la loro incompletezza. Questo è perfettamente conciliabile col discorso che stiamo facendo. Dire che un sistema formale è incompleto significa mostrare, come fa Galvan, come non ci si possa riferire a una serie di sistemi costruttivi per spiegare la realtà (Galvan, 1992). Spiegare la realtà equivale a raggiungere l'esatto significato delle cose. Appare chiaro quindi come la lingua, in grado di creare nuovi significati e di accrescere la sua comprensione, non possa ritenersi una serie ordinata di livelli computazionali. Se esistono, come esistono, funzioni computazionali nel linguaggio bisognerà dire che non sono rigide, che si possa cioé calcolare il significato adoperando strumenti di un livello, ma anche di un altro.

Questo è del resto il modo di funzionare del nostro intelletto. Esso si fonda sulla capacità di sostituire un elemento con un altro. Sulla possibilità di assumere un concetto come universale, sostituire un segno a significato, risolvere le proposizioni indecidibili per un sistema formale. Il nostro intelletto può intuire, cioè compiere un ragionamento senza disporre di tutti gli elementi, può fare ragionamenti ipotetici, assumendo dati non certi come se lo fossero.

 

L'ipotesi conclusiva che ci pare ragionevole per definire la referenza é che essa si stabilisca su una serie molto lunga di livelli costruttivi. Questi livelli hanno una forte base biologica, si fondano in definitiva sulle capacità biologiche che l'evoluzione della nostra specie ha selezionato.  Attraverso la convenzione e il costume si sono inoltre stabiliti una serie di livelli più prettamente linguistici, che permettono di regolare la fonetica, la semantica e la sintassi dei segni. Questi livelli in definitiva si riferiscono all'esperienza, indicano fatti concreti, esperiti dal parlante. In fine, in base all'assunto di significatività e alle capacità del nostro intelletto di considerare un elemento come se fosse un alto, i livelli possono comunque rimodellarsi nell'ordine. Non esiste cioè un ordine prestabilito, ma questo si struttura in base alla necessità di terminare il processo semiotico, cioè di attribuire un significato a un significante.

 

2.4 La referenza ipertestuale.

 

Trattando della referenza nell'ipertestualità, quindi del link e della localizzazione a cui rinvia (href), ci troveremo in una situazione di referenza molto primitiva.  Il più delle volte il link non ha alcuna pretesa di indicare un significato vero e proprio. La sua funzione spesso si risolve nell'indicare una direzione, come una targhetta sulla porta d'entrata, tanto per comunicarci verso dove ci stiamo muovendo. Tuttavia non è sempre così. Quando si voglia utilizzare l'ipertesto non solo come un grande indice, ma come un percorso logico, quasi un percorso argomentativo, allora la referenza del link apporta implicazioni significative. In particolare in questi ultimi tempi, con lo sviluppo prima di Internet, la rete "universale", e ora del libro elettronico, si apre per l'ipertestualità una fase decisiva. Si capirà in questi anni se l'ipertesto rimarrà solo un modo tecnologicamente più avanzato per indicizzare una lettura lineare, oppure saprà proporsi come strumento per quella scrittura non lineare che molti hanno profetizzato. Si vedrà insomma se l'ipertesto servirà solo a formare enciclopedie multimediali, o saprà proporsi con forme di lettura e scrittura veramente nuove.

Se l'ipertestualità vorrà diventare qualcosa di realmente in rotta con la scrittura lineare, dovrà necessariamente rivolgersi a forme più complesse di referenza. Questa sfida porrà necessariamente i problemi da noi affrontati in questo capitolo. Problemi che a prima vista potrebbero sembrare distanti dall'argomento ma che in realtà si rivelano determinanti. Rimangono di certo su un piano altamente generale, quindi con poca capacità di proporre precisamente quali linee percorrere; eppure le questioni generali spesso sono le più complicate da chiarire. Non avere una chiara visione dei presupposti generali di un problema può del resto portare a compiere errori grossolani.

In definitiva, le osservazioni sopra svolte, ci insegnano che la referenza del link dovrà essere posta su più livelli. Una referenza fissa si rivelerà in qualche modo sempre infruttuosa. Mentre la capacità di dislocarla in relazione alle esigenze di lettura dovrebbe essere l'obbiettivo di un buon programma ipertestuale. Naturalmente non si può avere la pretesa di giungere al complicatissimo intreccio di livelli col quale opera la nostra mente. L'obbiettivo di un programma informatico non deve essere di riprodurre l'intelligenza, ma di simularla relativamente al compito perseguito. Lo scopo sarà di trovare via via i metodi tecnicamente realizzabili per ottenere una buona modalità di lettura ipertestuale. Questi metodi, necessariamente legati alla possibilità tecnica, dovrebbero però lavorare, a nostro avviso, secondo questo obbiettivo. Proponendo quindi una referenza del link orientabile su più livelli, un link che rimandi a una localizzazione non fissa e predeterminata, ma che lasci iniziativa al lettore.