DAI GRAFFITI AL WEB: COME CAMBIA LA STRUTTURA REFERENZIALE NELL'ETA' DELLA RETE

[INTESTAZIONE]

[Introduzione]

[Gli sviluppi della scrittura nella storia]

[La referenza tramite il segno]

[L'ipertestualità come spazio di scrittura]

[Gestire la conoscenza in Rete]

[BIBLIOGRAFIA]

CAPITOLO I: GLI SVILUPPI DELLA SCRITTURA NELLA STORIA

 

 

1.1 Influenza della scrittura sugli approcci cognitivi alla conoscenza.

 

Ancora a suoi albori, l'etnologia ha subito preso coscienza del profondo legame che unisce pensiero e scrittura. Testimonianza prima ne è certamente la riflessione di M. McLuhan in La galassia Gutenberg,(McLuan, 1962), ma anche opere divenute classiche come Oralità e Scrittura di Ong (Ong, 1982) o La rivoluzione inavvertita della Eisenstein (Eisenstein, 1979). La storia della scrittura, nei suoi vari approcci, come l'etnografia, l'archeologia ma anche la psicologia, la critica letteraria e la sociologia, ha avuto in questi ultimi decenni un crescente sviluppo, che si è applicato recentemente alla nuova rivoluzione innescata dall'apparire della scrittura elettronica prima, e di quella ipertestuale poi.

 

La forza di questa disciplina risiede nella sua capacità di delineare, attraverso la concreta osservazione della storia, se non forse le strutture cognitive umane, quanto meno l'uso che l'uomo ha appreso a fare di esse.

Scrivere significa rendere visibile il linguaggio. Il linguaggio non è una caratteristica unicamente umana, tutti gli animali, anche i più primitivi, comunicano tra loro tramite il comportamento, il verso o anche solo il passaggio di informazioni chimiche. Quando però l'uomo iniziò a tracciare significati rendendoli visibili, lentamente stabilì tra sé e le altre specie un solco incolmabile. 

La scrittura permette di fermare il linguaggio, di analizzarlo e di trasmetterlo nel tempo e nello spazio. Permette  cioè di ampliare la comunicazione, ma per comunicazione non dobbiamo intendere solo quella esterna, con altri individui, ma anche quella interna alla propria mente. Il discorso interno è legato al linguaggio e la possibilità di riguardare il proprio discorso permette certamente di raffinarlo e di stabilire tecniche nuove di correlazioni fra i suoi elementi costitutivi. In questo senso si può certamente dire con Jack Goody che la scrittura è una vera e propria tecnologia della mente (Goody, 1986). La scrittura si differenziò insomma da tutte le altre invenzioni perché andò a modificare le capacità cognitive di chi l'aveva inventata.

 

1.1.1 Scrivere nell'antichità.

 

La stretta correlazione tra scrittura ed approcci cognitivi umani è oggi da tutti accettata. Le implicazioni  osservate sulla storia della civiltà sono numerose ed investono gli ambiti più diversi. Naturalmente non è sempre facile dimostrare questi rapporti e meno si rimane nel generico più si corre il rischio di fare affermazioni  difficilmente dimostrabili.

 

La nascita dello stato gerarchico e strutturato non può avvenire se non data la possibilità di contabilizzare merci, tributi e funzioni pubbliche, e fa quindi risalire, almeno in parte,  il suo sviluppo a quello della scrittura (Goody, 1986). Steven Mithen, notando come già l'australopiteco possedesse i fondamenti biologici di cognizione per poter scrivere, sostiene che la scrittura si può sviluppare solo qualora si scelga di investire socialmente su di essa. Per mantenere le scuole degli scribi, ad esempio, è necessario che l'utilizzo della scrittura rechi vantaggi economicamente giustificabili questo alto onere. Mithen lega quindi inscindibilmente lo sviluppo della scrittura a quello dello stato, e viceversa (Mithen, 1999).

 

Anche il commercio è stato individuato come uno dei fattori socio economici più strettamente legati  alla scrittura. Denise Schmandt-Besserat mostra come sistemi di contabilità basati sul gettone, o comunque sulla raffigurazione fisica, e sempre in rapporto uno a uno, dell'oggetto, si siano evoluti in Mesopotamia prima in sistemi di impressione del gettone  su argilla, poi nel sistema di scrittura tramite stilo (Besserat, 1962). Ovviamente questo passaggio evidenzia una progressiva astrazione dell'oggetto che da rappresentato in miniatura passa al venir rappresentato tramite segno.

 

I gettoni furono probabilmente anche la forma embrionale di moneta, poiché spedendo tramite carovana delle merci, potevo permettere al destinatario di controllare l'effettiva corrispondenza del ricevuto confrontandola con una seri di gettoni. Il successivo evolversi della moneta, che rappresenta un rapporto, facilitò certamente l'astrazione del numero, come staccato dalle cose in sé stesse. Nelle società primitive, infatti, esistono sistemi di numerazione strettamente legati alle cose da calcolare o scambiare. Ogni cosa ha il suo personale sistema di numerazione, quasi che potesse esprimere un unico e personale rapporto. Il numero in sé non esiste ancora. Le stesse monete dell'antica Grecia erano sostanzialmente mezzi che esprimevano il sistema ponderale delle città che le emettevano, ed erano legate a quel sistema e a nessun altro. Tuttavia la moneta esprime rapporti in modo indipendente alla lingua con la quale li si nomini. Tutte le scritture fonetiche descrivono inizialmente i numeri tramite l'espressione sonora della lingua parlata, e non già attraverso simboli prestabiliti. La moneta si pone perciò come medio tra sistemi fonetici e sistemi numerali. Non a caso alcuni studiosi hanno notato che lo sviluppo dei sistemi monetari in Grecia va praticamente di pari passo con le ricerche matematiche portate avanti da Talete in poi (Herrenschmidt, 1999).

 

Sempre all'interno delle osservazioni che legano la scrittura alle capacità astrattive, lo sviluppo dell'alfabeto in Grecia, con la sua struttura basata sulla lettera, è stato visto legato alla filosofia atomistica di Democrito e allo sviluppo della filosofia in generale. L'alfabeto è del resto la massima evoluzione del sistema fonetico, e il sistema fonetico, che non indica significati tramite immagini o icone, ma attraverso il suono, è un fondamentale passo di astrazione. In effetti si viene così a indicare una cosa non più tramite una immagine, o comunque un segno individualmente legato alla cosa stessa,   come era per le scritture a ideogrammi, ma tramite la diversa composizione di strutture minime, quali i fonemi. Chiunque ora può leggere una lingua e pronunciarne il suono. Anche chi non capisse il significato di ciò che legge. Il fonema diventa una unità base, che composta  in vario modo, dà "infinite" combinazioni. Non è più necessario conoscere tutti gli elementi di una lingua per leggerla, basta conoscerne gli elementi strutturali, i fonemi, e le regole di composizione. I segni cessano di essere motivati da un rapporto di analogia con i referenti. Sono ora più chiaramente entità convenzionali e arbitrarie. Dall'iniziale uso fonetico dell'ideogramma si passerà alle sillabe e poi alle lettere, riducendo sempre il numero di elementi necessari all'articolazione della lingua. Ovviamente questa evoluzione nasce da esigenze pratiche di economia degli sforzi e delle risorse, ma altrettanto ovviamente impone usi diversi della mente e delle sue facoltà. Proprio Democrito, illustrando la sua filosofia, per spiegare cosa sia un atomo, utilizza la metafora della lettera alfabetica. E Aristotele, esponendo il pensiero di Leucippo e Democrito,  si esprime così:

 

[Secondo loro] una sola è la sostanza che  fa da sostrato […….] Le differenze (degli elementi) sono le cause di tutte le altre [Modificazioni]. Essi inoltre dicono che tre sono queste differenze: la figura, l'ordine, la posizione. […….] A differisce da N per la forma, AN da NA per l'ordine, mentre Z differisce da H per la posizione (Aristotele, 1993, 1 4, 985 b).

 

Anche Platone rifletterà sulla lingua. Nel Cratilo dimostra di aver coscienza dell'arbitrarietà del segno, dichiarando che i nomi in nulla imitano la natura delle cose. Viene quasi spontaneo chiedersi se la filosofia avrebbe avuto in Grecia lo sviluppo che ebbe, senza la conoscenza di un sistema linguistico alfabetico.

 

La stessa divisione tra significato e significante pare possibile solo una volta visualizzato il segno nella sua materialità. Ed è significativo il fatto che questa netta divisione non fu immediatamente chiara alla cultura umana. Basti pensare, in epoca antica, all'insistenza con la quale gli Stoici dovettero porre la materialità del segno, o, in epoca medioevale, alla condivisa teoria dei nomi come recanti in sé l'essenza del nominato, come espresso nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia.

 

Perfino il rapporto col sentimento dell'amore, sentimento profondamente spontaneo e quotidiano, è stato visto legato agli usi di espressione linguistica. Le società primitive hanno col sentimento dell'amore un rapporto più sensuale e meno idealizzato. Fenomeni culturali come l'amor cortese non sarebbero stati possibili senza la possibilità di esprimere in forma visiva il proprio sentimento, di spezzettarlo, rileggerlo,  meditarlo. Di idealizzarlo, in una parola (Goody, 1986).

 

1.1.2 Scrivere nell'era moderna.

 

Nel XII secolo, e nei successivi, assistiamo in Europa  ad una rinnovata vivacità della vita civile e culturale. Crescono i commerci e le città, fioriscono le scuole, tutti si sentono chiamati all'impegno contro l'infedele e si bandiscono le crociate.   Tra i vari elementi che caratterizzano questo nuovo impulso della civiltà è stato con chiarezza registrato l'aumento dell'attività culturale. Aumentano i libri scritti e le persone che scrivono, grosso incremento ebbe soprattutto l'attività dei laici. L'incontro con la civiltà araba fu determinante per questo sviluppo, sia perché trasmise nuove tecniche, come la carta, sia perché obbligò il mondo cristiano a un  confronto, sia per la riscoperta che causò dei classici greci.

Riflettendo sugli eventi del XII sec. Ivan Illich (Illich, 1993) osserva come si possa ipotizzare una forte correlazione tra il nuovo concetto di io emergente e la nuova pagina del codice medievale.

 

Bernardo di Chiaravalle che predica la crociata chiama la gente, a tutti i livelli della gerarchia feudale, a lasciare la mentalità comune del villaggio, nella quale l'identità nasce dal modo in cui gli altri ti chiamano e considerano, per scoprire il proprio io nella solitudine del lungo cammino (Illich, 1993, 22).

 

Pellegrini e crociati, muratori e meccanici ambulanti, mendicanti e ladri di reliquie, menestrelli e studenti itineranti, tutti sono in cammino, verso la fine del XII secolo (Illich, 1993, 23).

 

Non si tratta certo di una scoperta dell'io. Nemmeno si può descrivere questa come l'epoca della sua affermazione, ma secondo Illich è proprio qui che muove i suoi primi passi la concezione moderna di persona, per la quale oggi ognuno di noi si sente, nei confronti degli altri, come circondato da una frontiera.

 

Non è casuale, nota Illich, che in questi stessi anni si faccia strada in Europa un nuovo tipo di libro, un nuovo tipo di pagina, un nuovo concetto di lettura. Tutti i contenuti sono suddivisi per paragrafi, i titoli dei paragrafi anticipano il contenuto di ogni porzione di testo, ogni volume possiede ora il suo indice. Il nuovo testo è funzionale alle università, che si sviluppano e ingrandiscono, permette di trovare rapidamente l'informazione necessaria, di isolare la specifica quaestio dibattuta.

 

Questo è in netto contrasto con quello che era stata la cultura nel basso medioevo. Conoscere significava far propria la narrazione di salvezza, la narrazione biblica. Farla propria significava declamarla, annunciarla. La lettura silenziosa ancora non esisteva, sempre si leggeva pronunciando,  leggere era un fatto vocale. Fino al VII sec. nemmeno esistevano gli spazi fra le lettere. La comprensione delle frasi richiedeva che fosse tratta fuori dall'intero dispiegarsi sonoro della frase stessa (Leroi-Gourhan, 1977). Il testo, che non possedeva indici alfabetici o paragrafi, difficilmente poteva essere letto, se non come un'unica sequenza. Il libro, come lo conosciamo oggi, nasce insomma secondo Illich non con la stampa, ma qualche secolo prima, negli anni della scolastica.

 

Nel XVI sec. l'invenzione della stampa comportò una meccanizzazione del processo di produzione del libro. La pagina, una volta costruita, veniva riprodotta identica migliaia di volte. Il libro divenne così un oggetto sempre più chiaro e nitido, ben delineato e finito. Ne acquistò in tutto questo il concetto di autore, inteso come autorità che definisce un pensiero, si affermò il concetto di opera, intesa come unità testuale chiusa, stabilita nel tempo una volta per sempre e completamente auto sufficiente.

Domenico Scavetta nota come la concezione della separazione tra anima e corpo, profonda nella nostra cultura, fu espressa da Cartesio proprio in quel secolo (Scavetta, 1992, 60).

La scrittura che é nell'uso un assegnare materia (significante) a un'entità (significato), rafforzata nell'astrazione dalla standardizzazione a cui porta il processo meccanico, non poteva non influenzare la nostra visione della realtà.

1.1.3 Scrivere nell'era globale.

 

Così, indubbiamente, anche la nostra epoca  si mostra legata alle modalità di scrittura e di lettura che produce.

Quello che si annuncia come il millennio della globalizzazione e della connessione,  è pure il millennio dell'ipertestualità, di internet e della così detta infosfera: la rete globale di informazione. Approfondiremo nei successivi capitoli queste tematiche.

 

1.2 Cosa si può intendere per scrittura.

 

Queste prime considerazioni, che più avanti verranno sviluppate meglio, ci permettono già di definire con quali scopi intendiamo affrontare la storia della scrittura e in che senso definiamo questo termine. Silvio Curto, paletnologo, definisce così la scrittura:

 

Scrivere é l'esprimere concetti o suoni con elementi visibili predisposti in una serie, mobili e composti secondo norme determinate (Curto, 1989).

 

Leroi-Gourhan:

 

La scrittura é un processo di liberazione della memoria fondato sulla capacità di fissare il pensiero in simboli materiali (Leroi-Gourha, 1977).

 

Cooper:

 

La scrittura è un sistema di segni che permette di trascrivere il linguaggio e non un qualsiasi sistema di significazione (Cooper, 1983).

 

Si capisce, in virtù di queste definizione come, negli studi paletnologici, si consideri la scrittura in quanto tecnica materiale. E in questo senso vanno quindi le ricerche, individuando e analizzando i supporti tecnici di trascrizione del linguaggio. Questo è perfettamente coerente con il lavoro degli archeologi o degli studiosi delle civiltà antiche. Essi hanno in effetti l'esigenza di definire con chiarezza il loro campo di ricerca, per poter restringere l'oggetto della loro indagine. Quello che invece noi ci proponiamo è di riflettere sull'ipertestualità, per capire come possa essere usata al meglio e cosa effettivamente cambi nelle modalità di lettura e scrittura. Capire la scrittura in generale ci servirà a capire meglio i fondamenti dell'ipertestualità. Rivolgendo lo sguardo alla storia dello scrivere, vorremmo cogliere la natura più profonda di questa attività umana, le esigenze che la suscitano e quelle che essa può soddisfare. Ci chiediamo insomma cosa faccia l'uomo con la scrittura.  Se sapremo dare una buona risposta a questa domanda potremo probabilmente anche capire meglio cosa porti di nuovo l'ipertesto e le strutture reticolari nelle modalità di lettura e di scrittura.  

 

In questo senso non si può di certo ignorare lo stretto rapporto che intercorre tra scrivere e pensare. Scrivendo ci si avvale sempre di capacità mentali e il supporto, sia tecnico che di struttura logica di divisione del testo, che adoperiamo per scrivere inevitabilmente influisce sul tipo di funzioni cognitive attivate, sulle abitudini di strutturazione del pensiero e, probabilmente, sul nostro intendere il significato del reale.

Il termine "scrittura" non possiamo quindi che intenderlo nel modo più ampio possibile. Non definiremo lo scrivere fermandoci a osservare unicamente le tecniche di trascrizione dei segni, come intendono gli archeologi.

 

Dovremo tener conto certamente che la scrittura comporta in primo luogo un'associazione tra un elemento materiale e uno stato mentale. Anche parlare significa associare elementi materiali, i suoni, a concetti. Anche l'arte è un modo di esprimere stati mentali, cioè il rapporto di un soggetto alla realtà che lo circonda, tramite simboli.

Ma c'è di più. Non si può ignorare che, all'interno della nostra stessa mente, quando memorizziamo qualcosa, associamo concetti tra loro. Questo è quello che fa il rapsodo quando associa a ogni eroe certe caratteristiche, certe situazioni che potrà poi riprendere in ogni momento della sua narrazione. In modo ancora più sviluppato gli oratori antichi scrivevano nella loro mente grazie all'arte degli edifici mentali. Tutti noi comunque, nella comprensione di un testo, durante la sua lettura, non possiamo fare a meno di risvegliare associazioni interne che ci paiono significative alla costruzione di un senso. Non è possibile scrivere o leggere senza attivare la nostra capacità di riferire concetti tra loro. Sempre i singoli elementi, per essere considerati sensati, vanno contestualizzati.

 

Questa cosa ci dice che in un certo senso scrivere non sia altro che costituire una forma di organizzazione logica delle informazioni. Per quanto un supporto materiale influenzi profondamente le possibilità di realizzare un certo tipo di organizzazione logica, piuttosto che un altro, ricordare come la mente entri comunque e sempre in gioco in qualsiasi tipo concreto di lettura, ci ricorda come in definitiva esista una preminenza dell'aspetto logico su quello materiale. Un supporto materiale realizza insomma richieste di organizzazione logica, ovviamente le realizza in base alle possibilità tecniche e culturali che un'epoca possiede, ovviamente il supporto, costituendo l'approccio alla conoscenza che gli uomini di un'epoca hanno, influenza le loro modalità di conoscenza, in questo rapporto dialettico esiste tuttavia una preminenza dello spazio logico su quello materiale. 

In questo senso si potrebbe addirittura dire che scrivere non sia altro che collegare fra loro concetti. Nel senso che la tecnica della scrittura non è che una delle tante modalità con la quale l'uomo ha tentato di dare sfogo alla sua naturale ricerca di esplicitare, con la massima ampiezza, i legami possibili tra tutti i concetti presenti nella sua mente, nel tentativo di dare unità al reale. Questo pare sostenere David Bolter ne Lo spazio dello scrivere  (Bolter, 1991).

 

In realtà la questione è molto complessa. Dire che la scrittura sia essenzialmente, nella sua ragione più intima, un associare concetti, collegandoli fra loro come fossero collegamenti ipertestuali, significa secondo noi fare una serie implicita di affermazioni sulla natura della mente e del pensiero. Il rischio è che  definendo la scrittura in questo modo ampio la si agganci troppo al pensiero. Dicendo quasi che lo scrivere, e in particolare il modo ipertestuale di scrivere, rappresenti la naturale modalità d'espressione del pensiero.

L'ipotesi di questo stretto legame fra scrittura e pensiero, non è affatto da scartare. Essa parrebbe sostenere che i meccanismi di scrittura, nel loro naturale evolversi e raffinarsi, non possano che tendere verso quei meccanismi più profondi che li generarono: verso le strutture del pensiero. Tale ipotesi, per quanto suggestiva mette in gioco molte nozioni difficili da chiarire. Per poter davvero aderire all'idea che la storia dello scrivere non sia altro che un raffinarsi delle capacità di esplicitare gli infiniti collegamenti che uniscono i concetti, come a prima vista indicherebbe il sorgere dell'ipertestualità, si dovrebbero chiarire molti eterni problemi della storia del pensiero umano. Si dovrebbe definire cosa sia realmente un significato, cosa sia la mente e fino a che punto essa conosca la realtà direttamente, o solo la rappresenti, dando la massima coerenza ai dati che può raccogliere.

Ovviamente non intendiamo affrontare qui queste questioni. Tuttavia è giusto che si rilevi il sotteso legame che questi problemi hanno col nostro discorso.

 

Per riassumere si può dire che indagheremo la scrittura come tecnica in senso lato, sia materiale che mentale, riconoscendo l'indubitabile rilevanza di questi due aspetti. Poiché l'oggetto che ci proponiamo di osservare, la scrittura in generale e quella ipertestuale più particolarmente, é implicato a molte questioni diverse, che appartengono alla sfera sociale come a quella tecnica come a quella mentale, ci pare opportuno mantenere lo sguardo molto aperto, per non rischiare che un elemento sfugga, semplicemente perché non previsto dalla direzione di ricerca.

 

Fin da subito tuttavia teniamo a mostrare la forte preminenza di due fattori: quello materiale-tecnico e quello logico-mentale. Entrambi, si vedrà, determinano le modalità di lettura e di scrittura, strutturando l'approccio cognitivo di questa attività. Spesso il primo limita e informa il secondo. Nella scrittura digitale, che molti hanno visto sfociare per un processo necessario in quella ipertestuale, l'influenza del supporto materiale pare annullarsi, lasciando pieno campo a quello logico, che può ora strutturarsi senza restrizioni ma solo in base alle conformità della nostra mente. Ed in definitiva è questa considerazione che più ci interessa analizzare in questo lavoro.

 

1.3 Agli albori dello scrivere.

 

Cerchiamo ora di vedere più dettagliatamente come, secondo ciò che possono dire gli studiosi, nacque e si sviluppò la scrittura. Oggi tutti concordano nel ritenere che pressoché certamente la scrittura non nacque una volta sola, per poi propagarsi, ma più volte in modo indipendente. Sicuramente nacque in modo autonomo tra i Sumeri, tra i Maya e tra i Cinesi, si discute se le scritture  egizie ed indiane siano originali o prendano le mosse da altre tradizioni. Certamente si può dire che nessuno avrebbe difficoltà ad accettare l'ipotesi della loro originarietà.

 

Ciò che divide gli studiosi è la modalità di impiego originaria di questa invenzione. Se i più riscontrano come la scrittura nasca per esigenze contabili e burocratiche, per diventare solo più tardi strumento di preghiera e letteratura, esiste tuttavia una minoranza di essi che, molto fermamente, contrappone un'interpretazione delle fonti volta inversamente a concedere il  primato dell'origine all'uso religioso e mitico.

Se, come abbiamo visto, il rapporto tra scrivere e pensare è così intimamente correlato, la questione non è prettamente accademica. Intendendo scrittura, non solo come attività materiale, ma come pratica cognitiva che fonda questa attività, si vede come la questione della sua origine diventi importante per capirne la natura. Senza esagerare vorremmo dire che ne va, se non completamente almeno in parte, della natura della mente umana. Le esigenze sociali, economiche, culturali che portarono al sorgere della scrittura, riveleranno inevitabilmente anche le funzioni mentali che a questa tecnica si chiedeva di sostenere ed incrementare.

 

1.3.1 La scrittura per trattenere il senso.

 

I primi segni tracciati dall'uomo datano circa 30.000 anni prima di Cristo. Nel Paleolitico Solutreano (18.000-14.000 a.C.) l'arte rupestre è già ben diffusa sia in Africa che in Europa. Sempre di questa epoca  sono i primi segni da molti individuati come proto-scrittura. Si tratta di serie di tacche, apposte su ossa o pietra, che segnano probabilmente uno scorrere del tempo, forse delle stagioni; forse si tratta di ausili alla memorizzazione o, meno probabilmente, di proto-contabilità.

Il significato della pittura rupestre non è da sottovalutare. Disegnando il bisonte, o qualsiasi altra preda, il cacciatore voleva fermare l'avvenimento dell'incontro con l'animale. Si trattava di un momento estremamente dinamico per il cacciatore, sia fisicamente, sia perché veniva emotivamente coinvolto dalla paura dell'animale o di fallire la preda. Cercava perciò di arrestarlo e di imporre su esso un pre-avvenimento, quello della pittura, di carattere, con ogni ragione, magico. Era, in senso proprio, un modo di dare una qualche esistenza alla preda, di afferrarla, non fattivamente ma evocandola, nominandola, ci verrebbe da dire (Argan, 1968, 2-6).

 

Solitamente  si dà a queste immagini un significato essenzialmente magico, e quindi religioso. Alcuni tuttavia fanno notare come nel Paleolitico la caccia fosse la fondamentale attività economica. In effetti pare abbastanza assurdo stabilire per l'uomo primitivo un confine tra religioso ed economico. In lui questa distinzione non esisteva: ogni sua azione era volta a mantenere la propria vita, ma la vita, come egli la intendeva,  non era solamente un fatto biologico. Tutto aveva un'anima, cioè un contatto con la totalità, con l'aldilà, con gli spiriti antichi. E se tutto si poteva incontrare, nel mondo degli spiriti, non c'erano distanze divisioni vere e proprie tra le cose. 

 

1.3.2 La scrittura come registrazione di dati.

 

Denise Schmandt-Besserat, e con lei sostanzialmente la maggioranza degli studiosi, propone una ben articolata storia della nascita della scrittura (Besserat, 1962). Diversi scavi, per la maggior parte situati  in Anatolia, hanno fatto emergere tutta una serie di oggetti, databili all'incira 8.000 anni prima di Cristo, che potrebbero essere in qualche modo padrini della scrittura sumera.  Questi oggetti erano dei marcatori in argilla che, con forme diverse, rappresentavano prodotti dell'attività economica: prodotti della pastorizia o dell'agricoltura. Inoltre esistevano forme diverse che rappresentavano quantità diverse, anche se molto probabilmente solo quantità generiche, e mai definite convenzionalmente. Ad esempio una sfera di terracotta rappresenta una piccola quantità di grano, un cono una grande quantità. In questo modo si potevano contabilizzare le risorse senza doverle avere necessariamente presenti fisicamente, nel momento della computazione. E' la funzione tipica dei così detti gettoni, frequenti in moltissime culture primitive. Chiaramente il rapporto tra la cosa significata (ad esempio una determinata capra) e l'oggetto che la significava era strettamente morfologico. Significa cioè che ad un marcatore, con una data forma, corrispondeva una ed una sola unità di una cosa.

 

Questi marcatori venivano anche utilizzati per scambi commerciali, come sistema di verifica della spedizione. Avvenne così che per proteggerli da eventuali urti si diffuse, attorno al 4.000 a.C., l'uso di involucri sferici di argilla, avvolgenti i marcatori. Sull'involucro si poteva anche stampare con dei timbri un simbolo: una specie di firma dei contraenti lo scambio, o dei proprietari dei beni.

 

Tuttavia, qualora si fosse scordato il contenuto delle sfere, l'unica possibilità era quella di romperle per controllare  al loro interno. Così si iniziò a imprimere, sull'argilla fresca, la forma dei marcatori, per dare una preinformazione del contenuto. Con questa tecnica si raffina anche la distinguibilità  dei marcatori, rendendoli figure più geometrizzate e meno riallacciate alla forma dell'oggetto significato.  Imprimendoli sull'argilla fresca si doveva ben distinguere la forma dell'uno dall'altro.

 

Queste preinformazioni iniziarono a staccare l'oggetto significato da una rappresentazione  "in scala", potremmo dire, mostrando come si potesse invece rappresentarlo con forme più semplici e non così strettamente legate a quella naturale dell'oggetto. La convenzionalità della significazione assumeva un peso sempre maggiore.

Si passò così dall'imprimere sulle sfere, all'impressione su tavolette eliminando la presenza del marcatore e guadagnando in tempo e risorse materiali.

 

Dall'imprimere al tracciare con uno stilo le forme, il passo fu breve. Con questa tecnica si accrebbe molto l'astrazione delle forme e la convenzionalità del segno. Testimonianza ne è il fatto che, non casualmente, in quest'epoca si inizia ad utilizzare il numero non legato alla cosa ma in senso universale e proprio.

Il simbolo del grano, forse unità di scambio commerciale, assurge a funzione di numero.  E' infatti possibile indicare dieci capre col simbolo del grano grande accostato a quello della capra.

Ovviamente la scrittura è ancora tutta completamente ad ideogrammi, ed ad ogni cosa o idea corrisponde un determinato e unico simbolo.

 

Negli archivi dei palazzi, che diventavano sempre più grandi, nei quali si registravano le tavolette, si dovevano però anche  indicare i funzionari e le loro funzioni. L'esigenza di nominare portò la scrittura da un sistema a ideogrammi a uno fonetico. Si prendevano cioè ora gli ideogrammi non per l'oggetto che indicavano ma per la sonorità della parola che significavano. Accostando tra loro suoni diversi si potevano comporre parole nuove, non ancora presenti nel codice di segni, come i nomi, soprattutto se stranieri.

 

Lo sviluppo del sistema fonetico, applicato agli ideogrammi, portò all'uso della scrittura in termini magici, attraverso, ad esempio, la ripetizione del nome del defunto, come a richiamarne una sua persistenza nel tempo. Ovviamente il sistema fonetico rappresenta un fondamentale passo di astrazione poiché il significante, già staccato da cose materiali, si stacca anche da un'iconografia o da un simbolo convenzionale per legarsi a elementi strutturali alla lingua, i fonemi, variabilmente combinabili tra loro.

 

Ultimo passo di questa lunga storia è la  costituzione di una sintassi. La sintassi, da sempre presente anche nel linguaggio parlato più primitivo, faticò a emergere nella scrittura, intesa come codice coerente di segni e di regole per correlarli. Se intendiamo la scrittura come capacità tecnica di trascrivere in forma di segni un linguaggio, bisogna dire che inizialmente la scrittura indicò solo concetti, entità, cose e beni ben stabiliti. Questi oggetti indicati dai segni venivano giustapposti fra loro, per contabilizzarli, senza che fosse espressa alcuna relazione, alcuna struttura logica o, appunto, sintattica. I primi documenti, in Mesopotamia, che dimostrano una solida e certa struttura  sintattica datano 2.000 a.C. Si tratta di preghiere rivolte agli dei trovate in diverse tombe regali.

L'esigenza motrice dell'evoluzione pare qui essere la necessità, l'urgenza forse, di comunicare oltre il tempo e lo spazio. Da questo momento si svilupperà una letteratura, testi biografici e più tardi storici.

J. S. Cooper individua lo sviluppo della letteratura a Babilonia nella necessità di rivolgersi alla popolazione semitica della città (Cooper, 1983). Nonostante la situazione un po' diversa l'esigenza emergente pare sempre quella di oltrepassare barriere comunicative.

 

 

 

 

 

 

 

1.4 Il dualismo sull'origine della scrittura.

 

La storia della scrittura che abbiamo fin qui narrato rileva come elemento motore primo dei suoi sviluppi l'economia, come istituzione che la promuove lo stato.  E' per immagazzinare merci che nasce e si sviluppa, cresce solo quando lo stato è abbastanza grande da non poter fare a meno di ausili burocratici. La scrittura  non nasce per rappresentare nessun linguaggio, è una tecnica computatoria che permette di assolvere funzioni a cui il linguaggio parlato non può aspirare.

Sebbene questa posizione sia largamente condivisa dagli studiosi, c'è chi la contrasta, mostrando che solo nel caso dei Sumeri la scrittura sia in realtà sorta per impulsi burocratici. Nei casi dell'Egitto, della Cina, della cultura Maya, i documenti più antichi rivelerebbero altresì una funzione religiosa, sostanzialmente di preghiera ed invocazione (Haarmann, 1995).

 

Chi sostiene la tesi dell'origine burocratica nota come il caso dei Sumeri sia il solo nel quale si usavano, per la scrittura quotidiana e commerciale, mezzi non deperibili. In tutti gli altri casi la scrittura contabile si differenziava da quella monumentale per diverso supporto materiale. In Egitto si utilizzò il papiro, in Cina la seta, tra i Maya la corteccia. E' così spiegato il perché le fonti non siano giunte fino a noi.

 

1.4.1 Le ampie implicazioni del termine.

 

Non intendiamo certamente entrare nel merito di un dibattito essenzialmente tecnico, tuttavia ci preme trarre da questo dibattito alcune interessanti notazioni.

Se certamente la tesi burocratica appare più solida, poiché si avvale di numerosi reperti, di fonti e di studi attendibili, e non può essere accantonata, senza far proprie numerose osservazioni, essa presenta alcune debolezze, che messe in luce si rivelano altamente fruttuose per tentare di cogliere la natura più propria della scrittura, come tecnica. 

Innanzi tutto è da cogliere come per l'epoca antica non sia così facile scindere l'economia dalla religione. Se certamente i grandi stati avevano  coscienza di possedere strutture economiche, non è facile dire quanto distinguessero il buon andamento di queste dalla sorte "spirituale" della nazione o stato. Da chi lo praticava, il commercio non era certamente visto come una pura arte materiale, tanto più che la divisione tra materiale e spirituale è notoriamente sfuocata nelle culture antiche.

Premesso questo cerchiamo di approfondire ulteriormente la questione. Gli archeologi studiano la scrittura come tecnica di trascrizione del linguaggio e non come qualsiasi sistema di significazione. Per loro la scrittura appare solo quando si stabilì un codice di segni, combinabile in serie secondo determinate regole, con lo scopo di produrre un significato. Partendo da questo assunto è sicuramente vero che le tecniche materiali di significazione per segni hanno come loro primo obbiettivo quello contabile, anche se l'apporto della religione e della letteratura per la formazione della sintassi, come visto, non è trascurabile.

 

 

Tuttavia, a parer nostro, la scrittura non può essere considerata unicamente una tecnica materiale, fondata cioè sull'utilizzo di tali o tali altri apporti fisici. Sker è la radice indoeuropea di scrittura. Questa radice è condivisa con il termine "scorza". Tale radice ha il significato generico di "tagliare" anche se in origine designava propriamente l'atto di "levare la scorza". Etimologicamente "scrivere" richiama l'atto di discriminare la parte infruttuosa dalla parte sostanziale che da nutrimento (Borrelli, 1999, 36). "Leggere" deriva dal latino "lego". Significa "legare", "raccogliere". Il termine "testo" deriva invece dal latino "textum" che in primo luogo indica il tessuto, l'intreccio. Tutte queste osservazioni mostrano molto bene come l'atto di accostarsi ad un testo sia nella sua natura un discernere, un raccogliere fra una serie di elementi intrecciati, collegati. Inevitabilmente un'azione di questo tipo richiede l'intervento intellettuale del lettore, o dello scrittore, al quale è chiesto di operare delle scelte, di isolare certi legami piuttosto che altri.

 

Abbiamo visto, e vedremo ancora, quanto la mente sia strettamente legata alla scrittura. Come la prima sviluppi la seconda in quanto espansione di se stessa, e come la seconda modifichi i rapporti tra le strutture interne della prima. La memorizzazione stessa è una sorta di scrittura nella mente perché collega al suo interno zone mentali  fra loro. E la scrittura è una espansione della memoria. Tecnica è infatti anche una abilità. L'artigiano, per utilizzare i suoi strumenti deve possedere una disposizione mentale a essi rivolta. Ancora di più questo si può dire per una tecnologia, quale lo scrivere, che sostiene il nostro apprendimento e  la nostra conoscenza. Già lo stesso Platone, che visse in un periodo  di transizione tra oralità e scrittura, faceva queste osservazioni (Platone, Cratilo). A testimonianza che fin dai sui albori questo rapporto fu percepito.

Il cantastorie, per ricordare ciò che dirà, usa tecniche particolari. Il bardo greco, rapsodo, cioè cucitore, legge solo nella sua memoria, e ha quindi necessità di reperire facilmente e rapidamente i pezzi della sua narrazione. Egli li ricuce in base alla sua sensibilità e alla reazione dell'uditorio. Inoltre si basa sulla costituzione di formule tipo, come aggettivi associati al nome di un eroe, che si ripetono nella narrazione e creano, nel cantore come nel suo uditorio, una rete di riferimenti, uno sfondo narrativo nel quale si possono variabilmente azionare le parti. Famoso è il metodo di Cicerone per memorizzare l'orazione. A ogni edificio del percorso che quotidianamente si fa tra casa e foro, si deve associare una parte del discorso. Tutti questi sono modi di dare ordine ai luoghi della mente e mostrano come anche il memorizzare sia in senso più originale uno scrivere. La memotecnica si rivela come una vera e propria procedura volta a trasformare la mente in una superficie di scrittura, per imprimere in essa un messaggio e porlo in relazione con altri (Bolter, 1991, 72).

 

Se per un archeologo, queste osservazioni possono essere trascurate, in quanto restringere il campo d'indagine permette di lavorare con maggior precisione, per il nostro intento, che in questa fase si propone di cogliere  la natura intima del'uso della scrittura nell'uomo, non è possibile. Per non operare una simile riduzione intenderemo quindi la scrittura in senso ampio, come tutto ciò che è legato alle facoltà mentali, e in particolare alla capacità di memorizzare e nominare.

1.4.2 Confluenza delle modalità di significazione e computazione.

 

Dovremo perciò cogliere l'atto di scrivere, come tecnica materiale, legandolo a tutte le forme di significare. Solo in questo modo lo intenderemo in senso massimamente proprio.

Dopo ciò che abbiamo osservato sarebbe in effetti quantomeno curioso voler interpretare lo scrivere come tecnica, in modo disgiunto da altre esperienze legate alle capacità cognitive della mente. 

Le manifestazioni artistiche e religiose dovranno quindi essere viste come profondamente legate all'invenzione dello scrivere.

 

Abbiamo già accennato a come il bisonte delle pitture rupestri venisse tracciato dal cacciatore per arrestare, come magicamente, l'evento del suo incontro. Per affermarlo e fermarlo in un'esperienza, quella della pittura, vissuta come atto magico, con l'intento di cogliere nella anima dell'essere, l'anima del bisonte. Anche se il bisonte non era fisicamente presente in quell'attimo si poteva avvicinare il suo spirito. Questo atto, che si proponeva di carpire l'elemento indifferenziato che lega le cose fra loro, era già pur sempre un atto mentale, e non ultimo, tecnico. Per quanto noi non potremmo mai sapere con precisione come l'uomo primitivo vivesse effettivamente l'atto della pittura, esso ci pare caratterizzato da questo duplice aspetto. Se i primi uomini vivevano la pittura come  tentativo di "comunione" con la preda, attraverso lo spirito che lega tutte le cose, non potevano anche non avere una qualche coscienza del fatto che l'atto di dipingere era diverso da quello della caccia, e che il bisonte dipinto non aveva la stessa esistenza di quello rincorso nella pianura. Il rapporto fra questi due aspetti può aver assunto valori diversi, non sapremo mai con esattezza fino a che punto un'aspetto predominasse sull'altro, ma certamente entrambi erano presenti.  In definitiva questo rapportarsi in modo indifferenziato alla realtà diventa una prima lontana differenziazione del segno dall'atto di significare, anche se non ancora colto nella mente di chi lo produce.  Tuttavia allo stesso modo questo atto svela intimamente la prima esigenza dello scrivere: il significare una realtà, l'accedere allo spirito delle cose.

 

Ugualmente il fatto di affrescare pareti che descrivono e narrano miti divini, come avvenne in Egitto, può facilmente essere collegato allo sviluppo della scrittura per ideogrammi. In entrambi i casi si comunica tramite un'immagine che richiama un oggetto concreto. Nell'affresco si richiama un evento, una situazione concreta, negli ideogrammi attraverso l'icona riferisco l'oggetto in modo più astratto, infatti lo stesso ideogramma si può accostare ad altri creando significati diversi, tuttavia uso sempre un'immagine per richiamare una cosa, giocando sulla somiglianza tra forme.

Così ancora l'arte greca, come espressione di una naturalità universale, e quindi perfetta, se nasce da un rapporto naturalistico con il mondo, nel quale ciò che è reale è perfetto, svilupperà fortissimo il concetto di mimesi.

 

Mimesi non è la copia di ciò che l'artista vede, ma confronto e scelta di parti belle per giungere alla ricomposizione di un insieme bello, e cioè di una natura non più empirica, ma ideale. Il processo di una teoria  (Argan, 1968, 32). 

Ponendosi come medio tra visione religiosa, che accoglie la realtà come rivelata, e visione laica, che costruisce tra sé e il mondo continuamente nuovi rapporti, l'arte greca non può essere completamente ignorata qualora si voglia costruire una storia dell'astrarre. La mimesi è una prima forma di astrazione nel senso che guarda la realtà, la smembra e la ricompone, la oggettivizza e agisce su essa. L'astrazione è poi una facoltà da tutti fortemente riconosciuta come legata allo scrivere.

 

A questo punto pare interessante considerare le osservazioni di Walter Benjamin sulla lingua. Benjamin ebbe una altissima concezione della lingua, egli scrisse:

 

La lingua di un essere è il medio in cui si comunica il suo essere spirituale ( Benjamin, 1955).

 

E poi ancora.

 

Nel nome l'essere spirituale dell'uomo si comunica a Dio ( Benjamin, 1955) .

 

Queste affermazioni, se interpretate con un minimo di elasticità, ci dicono come la lingua sia sempre il riferirsi a una situazione ontologica, come il nominare sia sempre un dire un rapporto ontologico delle cose nominate con la realtà. Questo è facilmente accettabile se solo si considera che inevitabilmente la parte sarà legata ad una totalità, e quindi anche qualora nella lingua questa totalità non sia espressa esplicitamente sarà tuttavia presente  in qualche modo. Ciò è tanto vero che anche chi volesse negare la possibilità di una totalità dovrebbe comunque riferirsi alla totalità, dichiarandone appunto l'impossibilità.

Così descritto nella sua radice più profonda il nominare si rivela  come un affermare e chiamare a se, nonché posizionare nel mondo e nel reale.

Se quindi lo scrivere è certamente un nominare,  non si può tuttavia considerarlo atto esclusivo di significazione. Esso sarà perciò legato a tutte le alte forme di significazione, tra le quali l'arte e la religione.  

 

Quanto detto ci pare permettere una prima conclusione sulla natura dello scrivere, nel tentativo di cogliere le motivazioni profonde del suo utilizzo e delle sue potenzialità.

Le più grosse innovazioni e il più ampio sviluppo che ebbe la scrittura, fu in quanto strumento contabile. Questo perché secondo tale uso c'era la necessita di una forte semplificazione, nel segno come nelle modalità di archiviazione. La semplificazione permise di gestire e trasmettere dati con capacità sempre più alte, come ne è pure testimonianza la storia recente della scrittura, nella sua evoluzione elettronica. Permise di ampliarne le possibilità tecniche di registrazione dei dati in tempi sempre più brevi.

Del resto non si può dimenticare come l'atto del tracciare segni, già nelle sue modalità più primitive, sia una volontà di dare alla realtà significato e posizione. Intendendo significato sempre e necessariamente come riportarsi alla totalità. Questa è del resto un'esigenza imprescindibile per l'uomo, da ogni tempo.

 

 

1.5 Dal papiro alla stampa.

 

Stabilite queste premesse vediamo di proseguire il nostro viaggio nella storia e di cogliere, ove saremo capaci, nuove peculiarità della scrittura.

I Greci furono, per così dire, gli inventori dell'alfabeto, questa tecnica fu alla base della loro civiltà, favorendo lo sviluppo delle facoltà astrattive. Ovviamente non si può pensare ad uno sviluppo che avvenne tutto in una volta. I Greci dividevano le lettere secondo la successione a, b, g  che venne poi modificata nella lingua latina in A, B, C. Tralasciando l'ordine di successione dei caratteri alfabetici ancor oggi noi utilizziamo lo stesso sistema alfabetico, basato sulle stesse unità foniche, e difficilmente si potrebbe pensare di ridurne il numero.

Tuttavia le implicanze di questa tecnologia non si determinarono immediatamente alla sua nascita, richiesero piuttosto secoli e secoli di assimilazione culturale.

 

1.5.1 Gli edifici mentali.

 

Il libro antico non si poteva sfogliare con la stessa facilità di un libro attuale. Il libro era costituito  da fogli di papiro che si incollavano per le estremità a formare un rotolo. Il testo era scritto su due colonne fra loro parallele  e perpendicolari alla larghezza del rotolo (Bolter,  1991,49). Il fatto poi che non esistessero ancora gli indici rendeva il loro utilizzo molto legato alla linearità di scrittura.

Questo tipo di libri era fatto per essere letto, magari ad alta voce di fronte a un pubblico di uditori, ma difficilmente si prestava alla consultazione.

Non bisogna poi scordare che greci e romani avevano una vita culturale fortemente incentrata sulla piazza. La discussione orale, che fosse giuridica o politica o anche didascalica, era la principale forma di attività culturale.

Il retore antico ha come bagaglio una ampia e variegata tradizione. Comunica con questa tradizione grazie alle letture condotte sulle pergamene. Egli può fermare la mente e l'occhio sugli autori ma non può rapidamente consultarli, tanto più nel momento cruciale della sua attività, cioè l'orazione. Deve comunque essere in grado di trovare ogni  parte del discorso al momento di pronunciarlo.

 

I limiti insiti nella tecnologia di fruizione (il rotolo) e le necessità ambientali (la civiltà forense) imponevano di essere compensati da tecniche alternative. Si sviluppò così per tutta l'antichità la tecnica di memorizzazione basata sulla costruzione di edifici mentali.

Quest'arte fu usata per la prima volta in Grecia, probabilmente dai sofisti. Si basava sulla visualizzazione mentale di ambienti, generalmente edifici. L'allievo doveva costruire mentalmente il suo edificio, fissare ogni sua parte e poi allenarsi nel percorrerlo ed esplorarlo. Quando questo esercizio era saldamente acquisito non restava che riempire i vari elementi visivi associandoli con pezzi di conoscenza. L'edificio permetteva inoltre una categorizzazione degli elementi. Ad esempio una stanza poteva contenere tutte le unità di una data classe (Yates, 1966).

La tecnica ebbe una tale diffusione che ogni scuola possedeva le proprie regole per la costruzione dell'edificio (Illich, 1993, 39).

La tecnica si sviluppò fino a richiedere l'associazione, per ogni parte, a un nome o una frase esplicativa, come se si trattasse di un'etichetta.

Gli oratori la utilizzavano per  memorizzare l'ordine del discorso che dovevano tenere. Quintiliano arrivò fino alla memorizzazione di intere frasi, che "archiviate" nell'edificio potevano essere rievocate al momento opportuno (Illich, 1993, 41).

 

Questa memorizzazione di tipo fortemente visivo era associata con tecniche di lettura vocali. Plinio e Quintiliano ad esempio suggeriscono che l'apprendimento debba venir rafforzato da un mormorio che ripeta ciò che si intende archiviare nella memoria. Bisogna tener presente che la lettura silenziosa nell'antichità costituiva una mirabolante eccezione. Solitamente la lettura si compiva  ad alta voce, coinvolgendo tutto l'apparato vocale ed accostando a una comprensione visiva una di tipo uditivo. Il lettore cioè poteva cogliere ciò che leggeva non solo guardandolo, ma anche e soprattutto ascoltandone il suono. Non da sempre esistette la divisione fra le parole. Nell'antichità romana si diffuse poi l'utilizzo del punto, come frammezzo alle parole. Il periodo costituiva comunque un unicum visivo che andava riarticolato attraverso l'ascolto dell'intera sonorità della frase.

E' da notare come queste tecniche di scrittura nella memoria si resero necessarie per l'assenza di sufficienti supporti materiali. Di fronte alla mancanza di adeguati  sistemi di consultazione dell'informazione, si dovette ricorre a una tecnica di tipo mentale. Bolter si spinge addirittura oltre, e afferma:

 

Siamo abituati a considerare la scrittura come supplemento della memoria, come strumento per migliorare questa nostra capacità "naturale". Il caso specifico dimostra la verità del contrario: l'arte della memoria di luoghi era intesa ad integrare la scrittura (Bolter, 1991, 72).

 

Se la tecnologia di scrittura impose particolari utilizzi della mente non fu tuttavia l'unico elemento in gioco. In particolare considerando l'esempio degli oratori, si capisce come l'abitudine sociale, nel nostro caso l'attività politica greco-romana, diventi anch'essa determinante. Costituendo gli spazi pubblici, che sono anche gli spazi della gestione dell'informazione, stabilisce delle peculiarità da espressione necessarie per occupare tale spazio.

 

Ma le condizioni sociali sono a loro volta determinate da quelle tecniche. Esempio principe ne è la nostra epoca. Dove, restando sempre nella caso dell'oratore, si può osservare come oggi questi si debba adattare a ritmi e  modalità espositive della televisione, unico vero spazio pubblico.

Il fatto che comunque rimane è che la mente si trova a dover supplire ai limiti della tecnologia di scrittura che si trova a utilizzare. Ovviamente essa supplisce secondo linee che già le sono indicate dalla tecnica stessa. Quantomeno secondo i fondamenti di apprendimento di questa tecnica. Ciò che è basilare osservare è la continua compresenza del lavoro, a partire dal supporto di utilizzo, della mente del lettore. Chiunque di noi ha esperienza di questa cosa. Ogni testo per essere compreso fa riferimento a porzioni di esso, già precedentemente espresse, ma non attualmente presenti. Nel testo queste distanze fisiche tra porzioni logicamente unite possono essere ricomposte solo nella mente.

La scrittura ipertestuale promette di annullare ogni distanza all'interno del testo. Ma anche nella lettura ipertestuale, che apparentemente dovrebbe strutturarsi nella maniera più affine al pensiero, l'intervento del lettore per mantenere un ordine di lettura è comunque indispensabile. Perdersi nella navigazione non è difficile e mantenere una rotta è possibile solo qualora si sia allenati al tipo di lettura, e si conosca come ricomporre le parti di ciò che viene letto. 

 

1.5.2 La comunità borbottante.

 

Con il medioevo le cose cambiarono. Innanzitutto cambiarono da un punto di vista culturale. Greci e latini non sono popoli del libro, mentre la civiltà cristiana dell'alto medioevo lo è nettamente. Per  i popoli che posseggono un libro sacro leggere diventa una attività totalizzante. Il libro contiene in se la totalità della conoscenza, la totalità della storia sacra. Ovviamente nel medioevo mutarono parallelamente le condizioni socio politiche. Di fronte al vuoto istituzionale la chiesa dovette assumere su di se tutto il peso dell'eredità culturale antica. L'impero universale non si fonda più su una organizzazione politica, ma è costituito da un'unità culturale, completamente rappresentata dalla chiesa. La classe media si riduce e la sicurezza sociale è unicamente legata all'assoggettamento a una signoria.

Il mondo altomedievale è fortemente stabilito come unità totalizzante, nel quale  ogni elemento trova, ben ordinato, il suo posto 

 

Per il monaco dell'alto medievo la lettura è innanzitutto un fatto fisico. Sono numerosissimi i passi nei quali autori di quei secoli si riferiscono alla lettura come ad un ruminare, a un assaporare o a un gustare. Spessissimo la parola delle sacre letture è paragonata, come dolcezza, a quella del miele  (Illich, 1993, 51). Chi non si trovava in buone condizione fisiche non era considerato nemmeno in condizioni di leggere. Bastava un raffreddore a compromettere l'attività (Illich, 1993, 52). Questo perché chi leggeva doveva impegnare tutta la sua corporalità, a partire dalla vocalità ma senza escludere il gesto in generale. I monaci che si chiudevano nelle zone del monastero preposte al silenzio e alla meditazione non potevano leggere. E questo è consequenziale solo laddove la lettura sia intesa come atto sonoro.

Il monastero tutto era un luogo dove la  parola risuonava sempre accompagnata dal gesto.

 

Dal giorno del suo ingresso il fanciullo sedeva con gli altri novizi ai piedi dei monaci. Sette volte al giorno la comunità si riuniva per la preghiera, l'opus dei - l'opera di Dio. Ogni settimana tutti i  centocinquanta salmi di Davide dovevano essere recitati almeno una volta. Presto il ragazzo li avrebbe saputi a memoria. La recitazione era interrotta da antifone e responsori, che però erano facili da imparare. Nel giro di qualche settimana il fanciullo avrebbe associato il fruscio delle tonache al termine di ogni preghiera con il levarsi dei monaci e il Gloria Patri. Le ripetizione ritmiche del gesto di alzarsi e chinare il capo e la sua coincidenza con un piccolo canone di brevi formule si associano senza sforzo con sensazioni e disposizioni pie prima ancora che il novizio sapesse enunciare il senso letterale delle parole latine (Illich, 1993, 65).

 

Ma non solo la preghiera collettiva era per il monaco una attività dove la  parola risuonava.

Quando un maestro ad esempio scriveva, non lo faceva mai di suo pugno, ma era coadiuvato da stenografi e copisti e calligrafi, ai quali dettava.

Chi leggeva nella sua stanza lo faceva comunque ad alta voce. Si era perso l'uso romano di frapporre le parole con un puntino e solo dal VII secolo, dall'Irlanda, venne introdotta la spaziatura fra le parole. Pronunciare le frasi era il solo modo per riconoscerle. L'esperienza di comprensione era uditiva. Basti pensare che se il latino letterario, non esisteva più, come lingua parlata, già dai tempi della tragedia di Pompei, il suo alfabeto non fu usato  per trascrivere nessun'altra lingua se non nel 1200. La sonorità delle lettere era sentita legata alla lingua. 

Anche nelle ore di lavoro il borbottio dei monaci non si fermava. Ognuno ripeteva pronunciandoli i versetti che preferiva. Con ammirazione poi si raccontava di quei monaci, come Pietro il Venerabile, che trascorrevano la notte borbottando in continuazione la lettura.

Marcel Jousse ha dimostrato come il ricordo di certe sequenze o frasi sia da noi associato a movimenti muscolari. L'atto di enunciazione vocale è di fatto un sistema di fissare nel corpo e nella mente, associandolo a una ripetizione, un determinato testo (Jousse, 1975). Questo avviene ancor oggi nelle scuole coraniche o ebraiche, nelle quali l'apprendimento di versetti della scrittura è associato alla ripetizione vocale o a prestabilite posture del corpo.

 

Per i monaci leggere è una lectio divina, ogni momento della giornata è attività di lettura, a volte si tratta di un faticoso pellegrinaggio con una meta, altre volte di semplice passeggiare. Quello che però va notato è che fino al XII sec. non c'è distinzione tra Teologia e Filosofia. Questa differenza non è in alcun modo sentita. Ogni istante della loro vita è dedicato alla conoscenza del testo sacro. Questa conoscenza non è scoperta ma esplorazione. Il testo è dato, rivelato da Dio, narra l'intera storia umana come salvezza, quindi nel suo compimento. Al di là della Bibbia pochissimi tesi mantengono paragonabile dignità culturale. Essa è  di una profondità infinita e per coglierla, per quanto possibile, nella sua pienezza, ciò che si può fare e solamente riporre il testo in continuazione d'innanzi alla propria vita. La sacra Bibbia è un testo che deve infinitamente essere riletto, ricondotto a se, interiorizzato.

In questo senso l'età medievale fornì una magistrale cornice a questa interiorizzazione.

 

Ciò che comunque a noi interessa è di notare come si sia mutata dall'antichità all'alto medioevo la modalità di memorizzare. Dagli edifici mentali, dove tutto era con rigore organizzato si passa a un testo assimilato per ingesto, dove la ripetitività è sfruttata fissando al gesto la parola.

Ovviamente questi due metodi non sono fra loro in netta opposizione. Abbiamo testimonianze antiche nelle quali si suggerisce l'utilizzo del borbottio o del gesto. Come anche non si può dire che gli studiosi basso medievali non costruissero diagrammi ordinati di concetti. Tuttavia si tratta di approcci alla lettura abbastanza diversi, anche se sorti su basi tecniche pressoché identiche. La differenza non può quindi che essere riportata alle diverse condizioni sociali fra le due epoche. Il rotolo di papiro rimase il supporto di scrittura, mutate invece furono le società nelle quali si svilupparono i due diversi atteggiamenti.

 

1.5.3 La Scolastica.

 

Non tutto il medioevo fu però caratterizzato da un'inscalfibile unità culturale. Nel XII e XIII sec. la cristianità incontra il mondo islamico. Nei manuali di storia forse l'evento non è sufficientemente rilevato, ma fu in realtà qualcosa che cambiò tutta la civiltà europea.

I cambiamenti si registrano su diversi fronti. Innanzitutto nella tecnica. La cultura araba portò in vari campi miglioramenti tecnici. Dall'ingegneria all'astronomia alla medicina, moltissime furono le innovazioni nel XII sec. Non ultima tra queste fu l'introduzione in Europa della carta, che tramite la Spagna giunse proprio dal mondo arabo. Con gli arabi giunsero i testi di Aristotele direttamente in greco, superando l'interpretazione di Boezio che rimaneva l'unica a disposizione prima di conoscere Avicenna ed Averroé.

 

I cristiani, sulle strade della Palestina, come su quelle della fede, si dovettero scontrare con la solida e fiorente civiltà araba. Questo imponeva una nuova coscienza di sé e della propria cultura. In questo senso, come ricerca della propria identità, crediamo poter interpretare i fermenti spirituali di questo secolo. Eresie e movimenti di rinnovamento dello spirito agitarono la chiesa. Fu necessario rispondere a questi eventi con nuove pratiche ma anche con nuova luce intellettuale. All'ordine domenicano e francescano fu, più o meno implicitamente, affidato il compito di aprire nuove strade nella pratica religiosa, e più tardi, nel XIII secolo, di formare un nuovo sostrato teoretico per la fede cattolica. Non è un caso se in pochi decenni Aristotele, prima avversato dalla chiesa, divenne tramite S. Tommaso pilastro fondante della  cristianità occidentale.

Sotto questa spinta nacque e si sviluppò l'università di Parigi, e un po' tutte le università che sorsero in questi secoli.

L'università era un luogo dominato dai religiosi, e in particolare dai domenicani, ma aperto ai laici. La nuova carta che giungeva dalla Spagna permise di diminuire i costi sia per prendere appunti che per produrre la copia di un libro. La produzione libraria e d il numero di studenti nelle scuole registrarono un forte aumento.

 

Tutto questo non poteva non tradursi anche in mutamenti negli approcci alla scrittura e alla lettura dei testi. Ivan Illich, su tutti, individua la rapida diffusione che nel XII sec. ebbe un nuovo tipo di libro, un nuovo modo di leggere e rapportarsi al spere (Illich, 1993).

Il volume acquistò leggibilità. Le sue dimensioni diminuirono. Le pagine possedevano ora colori, non solo grazie alle miniature, ma anche tramite le  stesse parole. Se ne evidenziavano alcune con colori diversi, si differenziava in posizione e colore la nota a margine, come qualcosa di radicalmente distinto dal testo. Apparvero le divisioni in paragrafi e capitoli. I paragrafi spesso contenevano brevi precisazioni sull'intero contenuto, all'interno dell'argomentazione  si suddividevano numericamente gli ordini delle cause.

Ciò che più di tutto va comunque rilevato fu la comparsa dell'indice alfabetico. Durante tutto il medioevo si erano costruite tavole per argomenti  che permettessero di spostarsi da un libro all'altro della Bibbia. Tuttavia nessuno mai aveva pensato ad una catalogazione di tali argomenti per ordine alfabetico. L'ordine alfabetico permette un accesso indifferenziato all'informazione ricercata. Completamente indipendente da chi lo ha costruito, l'ordine alfabetico permette a chiunque, anche a chi non conosca l'esatto significato di una parola, di ricercarla e di capirne la posizione nell'indice.  Questo divenne lo strumento principe di un nuovo tipo di studioso, non più interessato ad una sapienza come pienezza di vita, ma al reperimento di un insieme di informazioni.

Tutta la organizzazione del nuovo libro fu rivolta a soddisfare le esigenze delle università e dei loro allevi.  Nelle città, nelle burocrazie statali, sulle rotte marittime c'era infatti una rinnovata domanda di ingegni ai quali era richiesto un sapere più pratico e investibile concretamente nelle nuove attività, soprattutto giuridiche.

 

Emblematico di questa trasformazione è il cambiamento nelle forme delle miniature che si registrò dal XI al XIV sec. Se le prime raffigurano studenti dritti e concentrati nell'ascolto della lezione del maestro, le seconde mostrano gli allievi curvi sui banchi intenti nella copiatura di ciò che il maestro dettava a partire da una scaletta della lezione (Illich, 1993, 92).  Da attività interiore, uditiva, la scrittura si trasformava in fatto prettamente visivo. In questo senso lo schematizzarsi della pagina, la sua nuova suddivisione analitica si motivano completamente come un mutamento di utilizzo, quindi anche di supporto tecnico,  dovuto a mutate esigenze sociali ed economiche.

 

1.5.4 La stampa e l'opera eterna.

 

Sul finire del XII sec. San Bonaventura chiariva i diversi ruoli del lavoro intellettuale. Scriptor è colui che scrive parole altrui senza variare alcunché, Compilator è chi aggiunge qualcosa ma non di proprio, Commentator è colui che scrive cose altrui e aggiunge come chiarimento proprie notazioni, Autor è invece lo scrittore che utilizza le cose altrui come chiarimento o conferma per le proprie (Illich, 1993, 108).

 

L'esigenza di specificare queste differenze è sintomatica della scarsa differenziazione di ruoli nella società culturale del medioevo. Chi scriveva molto spesso aggiungeva proprie note ad un libro, costruiva il suo proprio percorso di lettura. Non esistevano versioni definite di un'opera, ognuno ne poteva fare l'uso che avesse ritenuto più appropriato alle sue esigenze. Tramite le glosse, le note a margine, si mettevano in comunicazione autori diversi, passi lontani. Il tutto però restava sempre legato all'uso altamente  personale che si faceva dell'opera. Esistevano certamente autorità, ed anzi citarle  era fondamentale ad una buona argomentazione, tuttavia l'autorità non era vista in quanto autore, in quanto cioè produttrice di una tale o talaltra opera, ma semplicemente in quanto ciò che aveva scritto si tramandava continuamente e appariva nelle opere del tempo. L'idea di autore era labile nei secoli medioevali.

Certamente una prima ossatura a quest'idea fu data dal diffondersi delle Summe, dal XII sec. La Summa era pensata come un'opera organica e completa, ed esse di fatto furono diffuse il più possibile in copie identiche.

 

Ma il concetto di autore appartiene propriamente all'età della stampa. Già la Eisenstein individua benissimo come il processo di meccanizzazione renda la versione dell'opera definita una volta per tutte, e sia in questo modo alla base dell'idea stessa di opera (Eisenstein, 1979). Il costo e la complessità delle operazioni di stampa danno la possibilità solo a pochi di vedere il loro lavoro pubblicato, inoltre ciò che è scritto dall'autore rimane definitivamente impresso, ripetuto a ogni copia col medesimo ordine. Questo crea un distacco tra autore e lettore (Bolter, 1991, 189). Inoltre il lettore associa ora l'autore a una data opera. In questa sono riportati i suoi studi, i suoi risultati, il senso di ciò che come studioso apprese. L' importanza dell'opera letteraria è ben espressa nel famoso verso di Orazio "Exegi monumentum aere perennius";  tuttavia se anche gli autori latini aspirassero, tramite la scrittura, all'immortalità, non di tutti conserviamo ancora le opere. Il tempo e l'oblio degli uomini sono passati su esse. Ciò che realmente rese il libro un monumento più duraturo di ogni altro fu la stampa, con la sua possibilità tecnica di riproducibilità quasi infinita.

 

Ma l'idea dell'opera come unità stabilita e stabile non è solo legata alla sua eternità. Scavetta presenta come definizione comune di libro quella di un insieme di segni, con un significato, uno scopo e un lettore. Più avanti lo definirà come il mezzo utilizzato da una popolazione di autori e lettori per soddisfare il loro bisogno di comunicazione a distanza (Scavetta, 1992, 20). L'opera come unità, nel suo essere unica, stabile, autorevole, porta con sé anche un preciso significato, un preciso intento di comunicare. Significato che può essere colto solo seguendo l'opera nell'ordine in cui la pose l'autore. La stampa rafforza la percezione di linearità nel testo proprio perché stabilisce l'ordine lineare proposto dall'autore come l'ordine del pensiero dell'autore. E il pensiero dell'autore è il pensiero di una personalità che ha la possibilità di accedere a questo olimpo immortale che è l'insieme delle opere pubblicate.

 

1.5.7 L'ordine di lettura lineare.

 

La stampa, proprio perché processo meccanico, portò sulla pagina maggiore nitidezza e chiarezza. I tipografi del cinquecento non vollero spaventare i lettori, abituati alla ricchezza dei manoscritti. Inizialmente fu pure imitata la variatio del carattere scritto a mano (Bolter, 1991, 81). Questa linea fu presto abbandonata, ma non si rinunciò a definire set di caratteri altamente lavorati. Tuttavia nei secoli la tendenza fu chiaramente verso il semplificarsi della pagina, lo stabilirsi del carattere in forme rapidamente leggibili. Non poteva che essere così visto che la forza stessa della stampa stava proprio nella possibilità di aumentare la leggibilità della pagina. Adorno e la scuola di Francoforte hanno ben delineato come ogni processo produttivo in serie abbia l'effetto della standardizzazione e omologazione a un insieme definito di generi. Proprio perché i vantaggi della produzione in serie risiedono nella possibilità di fornire, a esigenze simili, un stesso prodotto. Maggiore è la omologazione della richiesta, maggiore è anche il beneficio di una produzione meccanica. Ma non solo: un prodotto standard è un vantaggio anche per il consumatore che si trova più facilmente in condizione di comunicare con chi come lui fa uso del medesimo oggetto (Adorno, 1954).

 

In effetti le pagine dei manoscritti medievali e rinascimentali si presentavano ricche di colore, con un'altissima integrazione tra testo e immagine. Erano presenti disegni che illustravano il testo esattamente all'altezza opportuna, alcuni entravano nel testo stesso e formavano con esso un'unità continua (Illich, 1993, 53). Non mancavano grafici o diagrammi ad albero, e tutto naturalmente si fondeva con le glosse a margine perfettamente integrate al testo.

La stampa uccise questo uso dell'immagine. Le glosse furono subito viste come elementi che ostacolavano una buona lettura, sentite legate all'arbitrarietà di secoli bui e ottusi furono le prime a essere eliminate. I limiti tecnici impedirono inizialmente la pubblicazione dei colori, ma anche quando le tecniche si raffinarono rimasero ad ostacolare una buona integrazione col testo, visto che l'immagine doveva comunque essere riprodotta in uno spazio a lei predisposto. Lo spazio di lettura andava sempre più a delinearsi come spazio alfabetico, dove il vero senso del testo era ospitato nella successione delle lettere, mentre l'immagine svolgeva un ruolo di commento. Questo è evidente in molte opere a stampa nelle quali l'immagine può anche non situarsi impaginata alla stessa  altezza del testo che la cita. Problemi tecnici possono essere all'origine di questa locazione a margine dell'immagine ma evidentemente l'effetto  che comunica è proprio la accidentalità dell'immagine rispetto allo scritto. Il grafico ebbe  un certo incremento con la stampa, ma sempre mantenne un chiaro ruolo di compendio alla significazione del testo. In un testo canonico la parte scritta mantiene il suo senso indipendentemente dall'apporto grafico. Il significato insomma è completamente espresso nel testo scritto, chi avesse difficoltà a capirlo può rivolgersi al supporto grafico.

 

Rispetto all'età della scolastica o al Rinascimento possiamo dire addirittura che il testo perda di strutturazione. La stampa focalizzando tutta l'attenzione sulla linearità dello scritto ridimensiona l'uso di titoletti,  paragrafi o argomentazione per punti (MacLuhan, 1962). La linearità ancora una volta pare rafforzarsi nella stampa, proprio perché la nitidezza tecnica invita alla formulazione di un unico senso di lettura. La chiarezza tecnica spinge il lettore a non intervenire sulla pagina. Anzi, rivolgendoci alla nostra stessa esperienza, possiamo notare come quegli elementi che infrangono la linearità del testo,  ad esempio il numero della nota, vengono dal nostro occhio percepiti come fastidiosi, e qualora non si stia facendo una lettura accademica, vengano automaticamente ignorati.

 

 

 

 

1.6 Tarda età della stampa.

 

Quello che propone la tecnologia della stampa, abbiamo visto, è una forte identificazione fra testo e significato. Intendendo che ogni opera, in quanto prodotto che esprime l'autorità di un autore, è fortemente pregna di senso solo letta linearmente. La vocazione enciclopedista espressa dall'illuminismo, proprio come simbolo più alto della civiltà della ragione, e quindi dell'alfabetizzazione diffusa,  non scalfisce in nulla la linearità dell'opera. Se l'enciclopedia è per sua struttura un'opera non lineare, essa è pure un'opera altamente didascalica, e per quanto ancor oggi l'impegno dei suoi curatori è per la massima esattezza, essa non viene quasi mai presa come esempio di elevata scientificità. Si tratta di un compendio, autorevole ma mai usato come approccio fondante ad una conoscenza.

L'età romantica espresse forse l'apice più alto di questa concezione. Il poeta, individuo eletto, coglie la realtà in modo autentico, questa verità che lo infonde deve essere comunicata. Nella sua opera egli esprime massimamente ciò che lo coinvolge e attraverso la sua opera, colta autenticamente come egli la volle creare, noi possiamo accostarci alla sua sensibilità.

 

Forse non a caso il secolo che produsse il romanticismo produsse anche gli autori che per primi avrebbero messo in crisi i presupposti della stampa. A fine ottocento l'autore è troppo appesantito dal suo ruolo e tenta di minarne il senso. Ovviamente questo fu fatto a più livelli. Quello che a noi più interessa è legato alla decostruzione dell'unità dell'opera.

 

Gli esempi sono moltissimi ed è difficile farne un elenco esauriente. Certamente Jame Joyce, Proust e  Virginia Woolf hanno come scopo, nella loro scrittura, di rompere la linearità narrativa e di riportare sulla pagina il flusso dei pensieri, così come é naturalmente. Si insiste sulla continua associazione fra cose, anche lontane, che possono riscoprirsi vicine se scoste nell'intimo di una psiche individuale.  L'unità di narrazione non ha più nessun senso se non quello di manifestare una psicologia, il mondo espresso è il mondo che scaturisce dalla personale storia del personaggio. Non ha altra unità se non questa, di essere l'esprimersi di una vita.

 

Altro esempio emblematico di frattura dell'unità testuale è rappresentato da Tristram Shandy di Sterne. In questo testo l'autore vorrebbe raccontarci, come in qualsiasi altro romanzo, la storia del protagonista. Questa tuttavia si rivela altamente monotona e così il libro finisce per essere niente altro che una serie di digressioni, di rinvii ad altre cose, di collegamenti. Tristram ci ricorda in continuazione che sta scrivendo la storia della sua vita ma finisce per raccontarci una serie di altre storie, nessuna delle quali mai veramente finite. Addirittura un capitolo del libro è assente e il narratore ci informa di averlo distrutto. Oppure parti del testo sono omesse e sostituite da asterischi, chiedendo al lettore di intervenire nella loro interpretazione. Il risultato è un attacco al romanzo inteso come narrazione coerente di eventi. Condotto fino alla vera e propria mutilazione di una parte di esso.

Ciò che è sorprendente notare è come Sterne, individuando come limiti del romanzo la effettiva incapacità del narratore di proporre un'unica linea di lettura, ed esplicitando l'inevitabile intervento del lettore, individui con perfetta precisione, proprio le più grosse lacune di lettura provocate da un sistema tecnologico come quella della stampa.

 

Nel XX secolo, nell'ambito della critica testuale, la linearità del testo fu attaccata con fermezza, fino a proporci veri e propri precursori dell'ipertesto. Jacques Derrida, Roland Barthes, Michael Foucault, Michail Bachtin, usano abitualmente termini come collegamenti, tela, rete. Questi studiosi promossero una analisi del testo che si fondava sulla connessione, sull'apertura, sull'indistinzone tra intertestualità e intratestualità (Landow, 1997, 59).  Discorsi che affrontavano il testo secondo una logica pienamente ipertestuale prima ancora che il primo ipertesto elettronico facesse la sua apparizione. Per fare degli esempi Derrida dice:

 

Come ogni testo, quello di Platone non poteva non essere in relazione, in modo almeno virtuale, dinamico, laterale con tutte le parole che compongono il sistema della lingua greca.(Derrida, 1972, 159).

 

Egli metteva in luce, con chiara evidenza, come il testo sia costituito da unità di lettura discrete, che si possono ordinare in più modi. In particolare mostrava come la particolare proprietà del linguaggio, che permette di essere citato, di apparire in funzione meramente metatestuale, fa si che esso possa rompere con ogni contesto e generare all'infinito nuove relazioni e letture. Questa posizione sostanzialmente fu condivisa da Barthes e questo appare chiaro nella sua definizione di lessíe (Barthes, 1970). Le lessíe sono unità minime di testo, alle quali ogni testo può essere ridotto, poiché il confine della testualità no è mai univocamente determinato.

La critica di Deleuze e Guattari alla organizzazione testuale per gerarchia ad albero  si inserisce perfettamente nel concetto di lessíe. Per loro la scrittura non può appiattirsi su modalità interpretative rigide. Il pensiero non lavora per categorizazzione ma per associazione di termini. Su questo propongono il concetto di rizoma. Molte delle proprietà che essi attribuiscono al rizoma richiedono un ipertesto per trovare adempimento. Ogni rizoma è estendibile per steli, che possono essere superficiali come sotterranei, e va a formare un plateau: un piano. I piani sono sempre una molteplicità perché fra loro condividono stessi rizomi. I piani possono essere letti cominciando da qualsiasi punto poiché essi non si dispongono in base a nessuna gerarchia (Deleuze e Guattari, 1977).

 

Nel suo libro Lo spazio dello scrivere David Bolter (Bolter, 1991) segnala addirittura un autore, Marc Saporta, che ha costruito un'opera priva di qualsiasi linearità precostituita. Composition n°.1 (1963) è composta da una serie di pagine non numerate sulle quali è riportata una porzione del testo complessivo. Le pagine hanno le dimensioni di una grossa carta da gioco. A esse in effetti si richiamano, visto che sul davanti della confezione l'autore invita il lettore a mescolare le pagine, come in un mazzo di carte, a spezzare il mazzo, ed a iniziare la lettura  con questo ordine, sollevando una carta per volta. Chiaramente ogni lettura dell'opera può risultare diversa e non esisterà mai un'unica possibilità di interpretarla. Ci preme sottolineare che anche qui, ancora una volta, la lettura dipende dall'esperienza individuale.

Questo esempio non può non richiamare alla nostra mente le sperimentazioni di Italo Calvino.  Ne Il castello dei destini incrociati (1973) l'autore immagina di giungere in un castello, qui, accolto dal castellano si trova a sedere attorno a un tavolo insieme ad alcuni altri commensali. Tutti hanno però perso la parola. Il castellano, grazie ad un mazzo di tarocchi, invita  ognuno a raccontare la sua storia. Man mano che i commensali vogliono narrare una parte della loro storia ordinano una carta in successione ad altre, costruendo un evento. Alla fine le carte saranno disposte in quadrato e ciascuna di esse rappresenterà porzioni di più storie. Calvino vuole mostrarci  come ogni unità narrativa, o evento della vita,  possa essere letta in più modi e appartenere a più storie.

Questa relativizzazione viene portata esplicitamente a livello letterario, applicata al libro come unità narrativa, in Se una notte di inverno un viaggiatore  (1979). In questo caso sono proprio i libri che sono visti come unità ricomponibili e fruibili dal lettore in molti modi alternativi.

Si tratta in questi ultimi esempi di veri e propri ipertesti, riportati su supporti tecnologici compatibili col sistema tipografico. La lettura non è qui più indirizzata lungo un'unica linearità, ma al lettore si chiede esplicitamente di condurre le sue scelte.

 

Queste sperimentazioni letterarie, che sono solo alcuni significativi esempi di un insieme molto più ampio, non sono solo velleità artistiche, esse rappresentano una consapevolezza, per quanto magari inavvertita,  dei limiti di lettura e comprensione ai quali costringe la stampa. In vario modo la stampa è messa in crisi già da diversi decenni. Radio e televisione le hanno conteso il primato in quanto mezzo di comunicazione. Il libro tascabile, portando all'estremo le potenzialità di produzione, ed abbassandone i costi, se ha ancora potenziato la  autorevolezza dell'opera come monumento, ne ha diminuito il valore economico, facendo percepire meno il distacco tra chi può accedere al mondo dei libri e chi ne è tagliato fuori. Tutto ciò rafforzava i malumori di chi osservava le incapacità della tecnologia di stampa. Nessuna alternativa era però realmente proponibile senza che ci fosse a disposizione una nuova tecnologia. Una tecnologia non lineare ma che permettesse di unire singole unità nel modo meno prestabilito possibile e più adattabile alla specifica esigenza del lettore.

Questa tecnologia venne offerta solo qualche decennio fa, con l'avvento degli ipertesti elettronici.

 

1.7 La scrittura immateriale.

 

Oggi noi viviamo in quella che Bolter definisce tarda età della stampa        (Bolter, 1991, 3). Se pur cresciuti con un'educazione ancora del tutto legata alle modalità di studio e di conoscenza indotte dai supporti che sa offrire la stampa, siamo incalzati da un nuovo modo di scrivere, legato alle possibilità dell'informatica, basato su presupposti diversissimi. 

Il computer non usa nessun supporto fisico se non quello dell'energia elettrica che attiva i suoi bit. Il bit, tutti sanno, è la registrazione della presenza o assenza di impulso elettrico: 0 - 1 sono le posizioni possibili del bit. Si tratta del sistema di calcolo più primitivo possibile. Tuttavia la massima semplicità del sistema, combinata con una altissima velocità di calcolo hanno reso il computer la macchina più versatile che sia concepibile. Una volta trasformati immagini o suoni in una  serie binaria, il computer è in grado di trasmettere qualsiasi genere di informazione. Ora però l'informazione archiviata nella memoria della macchina sotto forma di serie numerica può essere ricomposta e lavorata con la massima efficacia. Negli ultimi decenni la rivoluzione digitale ha applicato questo concetto ad ogni forma di informazione. Tutti i sistemi analogici, basati cioè su una corrispondenza fisica tra l'informazione prodotta e quella archiviata, stanno lasciando il posto a sistemi di tipo digitale. I telefoni già da qualche tempo non sfruttano più la membrana, le telecamere e le macchine fotografiche di ultima generazione  difficilmente si basano ancora sull'impressione a nastro. Tutto viene affidato a sistemi di registrazione numerica, altamente più versatili, perfettamente integrati fra loro. La rivoluzione digitale annulla ogni differenza e ogni distanza tra le informazioni archiviate. Se nella memoria di un computer ho registrato un'immagine e una porzione di testo posso ora perfettamente integrarle. Non ha più importanza la posizione fisica dove queste siano archiviate, è sufficiente che la macchina sia predisposta a farlo ed essa può ricollegarle alla velocità di spostamento dell'elettrone. Inoltre, essendo l'informazione memorizzata come codice di numeri, modificarla diventa una operazione unicamente legata alla velocità di calcolo del processore della machina. I limiti fisici che imponevano ad esempio a un tipografo che volesse invertire fra loro due parole di modificare tutta la pagina in stampa, non esistono più.

 

1.7.1 Un nuovo modo di scrivere.

 

Questa differenza con i sistemi di scrittura analogici, quali sono tutti quelli che abbiamo sempre usato prima dell'avvento del computer, non si pone senza alterare il rapporto che lo scrittore ha col suo testo. La potenza di creare, di cancellare e di spostare spaventa i neofiti della scrittura digitale, o quanto meno li disorienta.

All'inizio degli anni Ottanta la Afp (Agence France Presse) rinnovò completamente la sua redazione informatizzandola. I risultati riportati da questa innovazione non furono comunque immediatamente quelli sperati. Se si poteva registrare un aumento del 30% della quantità dei testi, la qualità prodotta fu invece ritenuta inferiore. Afp incaricò una società di ergonomia, disciplina che si occupa del miglioramento delle condizioni di lavoro e di produttività, di svolgere uno studio sul problema (Scavetta, 1992, 25). I risultati dello studio stabilirono due elementi. Si trattava di due atteggiamenti diversi manifestati dai giornalisti. C'erano quelli che palesemente di fronte alla nuova macchina si sentivano a disagio, abituati da una vita a altro tipo di supporto. C'erano al contrario coloro che sapevano facilmente cogliere le potenzialità del mezzo, ma che così facendo si trovavano inevitabilmente a modificare la loro  abitudine stilistica.

 

In particolare la variazione di stile era legata alle funzioni di copia e incolla, e in generale alla alta correggibilità del testo elettronico. Sulla macchina da scrivere il giornalista elaborava il periodo con attenzione prima di batterlo. Il processo di  battitura non concedeva grosse possibilità di essere rivisto e corretto, così la frase andava bene costruita nella propria testa prima di essere scritta. Il risultato era una sintassi più articolata e complessa. La scrittura elettronica d'altro canto consentiva una elaborazione diversa. Innanzitutto il testo, prima di essere sviluppato, poteva essere espresso per punti, costruendo un primo scheletro a partire dal dispaccio, che si sarebbe in seguito arricchito di informazioni nuove. Spesso inoltre per risparmiare tempo, porzioni di testo erano semplicemente trasferite, tramite un copia e incolla, e non ogni volta rielaborate.

Sul versante di coloro che non riuscivano ad adattarsi alla nuova tecnologia emersero cose altrettanto interessanti. I programmi di scrittura elettronica non hanno in effetti la stessa capacità del foglio di carta di instaurare con l'utente un rapporto tangibile e concreto (Scavetta, 1992, 103). Il senso di compiutezza di una azione svolta su di essi è minore di quella su un foglio. Non esiste l'atto di cambiare pagina e di considerare terminata una porzione di lavoro. L'atto di consolidamento dei dati è affidato all'operazione di salvataggio, che si attua con un semplice tasto, e che spesso non è percepita dall'utente come determinante, visto che non è legata alla effettiva visualizzazione del testo sullo schermo. Certamente anche la tangibilità del prodotto è compromessa nella scrittura elettronica. Ciò che si scrive non ha vera fisicità, e spesso non è immediato cogliere dove questo effettivamente si vada a collocare  nella spazio, dove si archivi. L'interfaccia di un programma di scrittura elettronica varia notevolmente il senso del testo. Con senso del testo si intende la capacità di percepire, in un unico atto, la totalità del testo, in tutte le sue parti e nella posizione in cui queste stanno fra loro. Ad esempio con una sola occhiata posso percepire la voluminosità di un testo in carta che ho in mano, più difficile può essere valutare lo spazio occupato da un programma informatico, visto che se ne deve conoscere la quantità di memoria occupata su disco (Scavetta, 1992, 105).

 

Tutte queste cose ben sono conosciute da chi programma elaboratori di testi elettronici. Come avvenne per la stampa che inizialmente tentò di imitare il manoscritto i programmi di scrittura elettronica si organizzano su modalità di lavoro ancora legate al vecchio media.

Il Word Processor, che rappresenta certamente il programma più diffuso, è sostanzialmente finalizzato alla produzione di testi cartacei, ed appare come un impaginatore per uso domestico. Per quanto esso si sia arricchito sempre di nuove funzioni, che lo rendono certamente uno strumento versatile e potente, esso è ancora in gran parte teso all'imitazione del mondo tipografico. Basti pensare alla divisione in fogli di stampa, che costituiscono l'unità base di organizzazione del testo. O anche alla difficoltà che questo strumento presenta per il collegamento ipertestuale di parti di esso. Se voglio cercare una porzione particolare di testo posso certamente avvalermi della funzione trova: nell'immediatezza mi sarà visualizzata la porzione di testo richiesta. Tuttavia quando volessi cogliere il senso del testo che mi trovo di fronte non avrei che una scelta, quella cioè di scorrere lo scritto dall'inizio alla fine. Nelle ultime versioni si possono anche creare collegamenti ipertestuali, che rimangono tuttavia strutture piuttosto pesanti, non agilmente gestite dal programma. In definitiva il Word Processor punta ancora alla costruzione di un testo lineare, potenziato nella sua elasticità ma ancora perfettamente lineare. Nel quale l'immagine è facilmente inseribile ma ancora come commento al testo, separata da esso, addirittura a fatica accostabile sulla stessa linea. Le tabelle e i fogli elettronici sono anch'essi facilmente inseribili ma sempre come unità staccate, diverse dal testo scritto che deve ancora restare l'elemento realmente significativo dell'intera testualità.

 

1.7.2 Il testo  compresente.

 

Le implicazione di una scrittura digitale sono in realtà ben altre. David Bolter si esprime così nei confronti della scrittura elettronica.

 

La caratteristica tipografica fondamentale delle macchine elettroniche dell'attuale generazione è rappresentata dalla così detta "finestra". Una finestra elettronica è un'organizzazione di testo capace di definire spazialmente qualunque unità verbale, grafica, o mista e di organizzare la visione che lo scrittore/lettore ha di questo spazio, in origine un piano indefinito a due dimensioni (Bolter, 1991, 87).

 

Si è talora affermato che questo nuovo spazio tipografico ha due dimensioni  e mezzo, poiché il lettore ha la possibilità di guardare attraverso le superfici impilate del testo (Bolter, 1991, 88).

 

In pratica la scrittura elettronica si esprime a tutt'oggi essenzialmente tramite la possibilità della compresenza contemporanea di elementi diversi. Questi elementi possono essere porzioni di testo, come immagini, come suoni. Rispetto a qualsiasi altra scrittura quella elettronica favorisce al massimo l'integrazione di linguaggi diversi. Non a caso si parla di multimedialità, proprio per la facilità con la quale il computer riesce ad accostare media diversi. In realtà la multimedialità non è una novità che giunge con l'informatica. Qualsiasi testo che sia affiancato da un'immagine è un testo che lavora con due media differenti. La rivoluzione digitale ha però permesso che un unico supporto, il computer, potesse facilmente codificare tutti i generi di comunicazione, favorendone l'affiancamento e l'integrazione. A tale opportunità il computer ne aggiunge poi un'altra: l'interattività. Proprio perché non c'è legame tra l'archiviazione dei dati e la loro lettura, poiché la distanza di posizione tra i dati archiviati non conta, posso chiedere alla macchina di richiamarmi rapidamente ad un segno una funzione. Il computer non è solo in grado di rendere leggibili i dati ma permette anche di modificarli, e con grande rapidità. Il computer agisce, a seconda di ciò che desideriamo fare, interagisce con l'utente. Questa caratteristica ha portato allo sviluppo di una nuova categoria comunicativa: l'icona. L'icona non è infatti una semplice immagine, essa richiama ad un agire. La manina del link invita ad attivare un elemento, il cestino indica un luogo che compie una determinata funzione, la forbice dell'incolla richiama ad un atto concreto. Questa forma di comunicazione tenta di riportare l'oggetto quotidiano nella atto di lettura, che diventa tale ora non solo in quanto svolgimento di un significato, ma in quanto chiede al lettore di operare delle scelte sul testo. A nulla che sia presente nella storia della scrittura è paragonabile il ruolo dell'icona, se non forse a scritture magiche, quali la cabala o le rune, che promettevano una vitalità del segno capace di azionarsi e agire sulla realtà. L'osservazione ci permette di notare come di fatto, ciò che il computer realizza oggi non è nient'altro se non ciò che, idealmente, l'uomo fin dagli albori chiese alla scrittura: di poter agire sulle cose, di poterle modificare.

 

1.8 Finalmente l'ipertesto.

 

Grazie a queste potenzialità della scrittura elettronica poté svilupparsi una modalità di organizzazione del testo tanto nuova quanto antichissima: l'ipertestestualità. L'ipertesto permette una scrittura non lineare, nella quale il lettore può intervenire nella scelta dell'ordine di lettura a lui più utile. Si tratta di uno strumento realizzabile effettivamente, con buona fruibilità, solo mediante il mezzo informatico. La forma digitale del testo permette infatti di collegare fra loro unità testuali anche lontane. L'ordine di registrazione dell'informazione non incide più sull'ordine di lettura, o meglio incide solo in rapporto alle modalità di lettura del programma col quale decodifico l'informazione codificata.

 

Tuttavia, concettualmente, l'ipertesto ha origini antichissime. Originariamente il termine "testo" ha già in sé l'idea di rete. "Testo" deriva dal latino "textum", che significa tessuto. L'intreccio e il rimando fra gli elementi è la prima peculiarità di un qualsiasi testo. Numerose sono, si è visto, le sperimentazioni letterarie che hanno costruito ipertesti basandosi ancora su supporto cartaceo. Con le opere di Calvino o con i Librogame l'ipertesto si è diffuso prima tramite libro stampato che attraverso mezzi informatici. L'indice stesso, presente in ogni  libro, è un banalissimo esempio di ipertesto, visto che si richiama il lettore a passare da un segmento testuale a un altro non contiguo. E gli indici non sono solo suddivisioni logiche di un'opera, fin dal tempo di Aristotele sono esistiti indici categorici che riunivano sezioni testuali per argomento. La stessa nota a pie pagina, o la glossa medievale rappresentano esempi di ipertestualità. In generale si può dire che ogni richiamo in un libro ad altre opere, costituisca un legame intertestuale. Così anche ogni racconto mitologico è un riferirsi in continuo ad altre narrazioni.

Nel 1588, un tale Agostino Ramelli, in un suo libro pubblicato a Parigi, illustra una serie di strane macchine da lui ideate, o anche realizzate. Una di queste macchine é chiamata la ruota della lettura. Si tratta di una specie di mulino sulle pale del quale sono sistemati dei libri o dei manoscritti. Facendo ruotare il meccanismo era possibile consultare il libro desiderato, passando rapidamente da un testo ad un altro (Darnell, 1998, 5).

Nel '600 si racconta di macchine che costruivano meccanicamente intere  frasi, grazie a meccanismi che associavano ad una parola tutte le sue possibili successive.  Voler risalire  alla forma più antica di ipertestualità è probabilmente un'impresa impossibile nonché infruttuosa. Volendo si potrebbe affermare che ipertestuale sia,  nella sua originaria forma, il pensiero. E se la memoria, come si è visto, è sempre di supporto alla lettura, qualsiasi forma di lettura è una azione ipertestuale.

 

Si può dire che l'esigenza di sistemi di lettura ipertestuali sia stata sentita dall'uomo ben prima che riuscisse a dotarsi di supporti informatici. In particolare il nostro secolo pare abbia sentito fortemente l'esigenza di un accesso rapido all'informazione, e ha tentato di dare risposta a questa esigenza, anche quando l'informatica non era abbastanza sviluppata per poter adoperarsi allo scopo.

Oltre alle già viste sperimentazioni letterarie, si tentò in vario modo una concreta realizzazione di sistemi ipertestuali.

Fino a qualche decennio fa esistevano archivi di raccolta delle informazioni basati sul sistema a  schede perforate. Venivano raccolte delle schede concernenti vari argomenti di interesse per un dato gruppo di ricercatori. Le schede che trattavano il medesimo argomento venivano perforate in un medesimo punto, il tutto sistemato in speciali archivi. A questo punto chi voleva ricercare materiale su uno stesso argomento non faceva altro che inserire, nel foro appropriato, un lungo ferro e con un solo gesto poteva riunire tutto il materiale simile.

Famoso il tentativo di Vannevar Bush con il suo Memex. Questo scienziato americano, negli anni immediatamente successivi alla guerra, propose in un articolo la costituzione di un sistema di consultazione che rinnovasse il rapporto tra uomo e conoscenza. Questa macchina, chiamata Memex, si sarebbe basata sostanzialmente sulla tecnologia del microfilm. Una serie di schermi avrebbe permesso la visualizzazione di più elementi, testuali e fotografici, contemporaneamente. Tra questi elementi era poi possibile instaurare dei legami, delle tracce di lettura, nonché annotare personali appunti (Darnell, 1998).

 

Questi sistemi, per quanto concettualmente abbiano molto poco in meno dei sistemi informatici, non ebbero un vero sviluppo per causa dei limiti strutturali legati più che altro alla difficoltà di archiviazione e all'accesso limitato. Sono sistemi che richiedono infatti macchinari complicati, da stanziare in spazi specifici di consultazione e che non si prestano a uso personale, e quindi diffuso.

L'ipertesto ebbe sviluppo solo quando fu messo su supporto informatico e per di più solo quando, grazie a questo supporto, fu possibile costruire Internet, una rete mondiale di documenti, accessibile da casa o addirittura, come ora succede, col telefono cellulare, da qualsiasi luogo la persona si trovi.

 

Il termine ipertesto fu coniato da Ted Nelson, nel 1965, in una conferenza della Association of Computing Machinery. Egli proponeva di realizzare la scrittura non sequenziale grazie alla possibilità del computer di saltare da una sequenza a un'altra dell'informazione. Il suo progetto in realtà fu ben più articolato. Si impegnò per l'istituzione di Xanadu, sistema mondiale di biblioteche telematiche, al quale chiunque, tramite sottoscrizione, potesse accedere per prelevare materiale, inserirne di nuovo e creare nuovi collegamenti fra i documenti già esistenti. Si trattava di un vero e proprio spazio concettuale condiviso, accessibile da chiunque (Darnell, 1998).

Sostanzialmente il progetto di Nelson fu realizzato, anche se con altro nome ed altra modalità. Nel 1990 Berners-Lee, ricercatore del CERN di Ginevra, volle trovare una soluzione al problema del suo istituto di poter mettere a disposizione dati e far circolare idee. Si rese conto che un sistema gerarchico sarebbe crollato su se stesso. Gli indici avrebbero finito per nascondere l'informazione a chiunque l'avesse voluta ottenere da una diversa prospettiva. Costruì così il sistema più semplice possibile di ipertestulità. Inserì nel linguaggio SMGL (Standard Generalized Markup Language) la possibilità di creare collegamenti con altre pagine: il link. Questo nuovo linguaggio fu definito HTML (Hyper Text Markup Language). Su di esso fu costruito il World Wide Web, che presto divenne una rete mondiale, talmente diffusa da rendere Internet familiare a chiunque. Nel giro di pochi anni Internet si è sviluppato a velocità vertiginose, dando soddisfazione a quella che ormai era una esigenza inespressa della nostra società: possedere un ambiente universale condiviso di lettura e comunicazione. Da quel momento l'ipertesto divenne d'uso comune, proponendosi come nuova forma di lettura. Esso forse rappresenta il naturale sviluppo di un'idea millenaria come è quella della scrittura. Certamente, come struttura concettuale di organizzazione del sapere, fu usato più volte nella storia dell'umanità. Tuttavia l'ipertestualità si realizza pienamente solo mediante l'informatica e la tecnologia digitale.

 

1.8.1 Ipertesto ed ordine logico.

 

Ripercorrendo la storia della scrittura si è chiaramente visto come esista uno strettissimo rapporto fra le condizioni materiali attraverso le quali si realizza una modalità di scrittura e la sua organizzazione logica. Imprimendo sull'argilla i gettoni che riproducevano in piccolo i beni del mercante, nacque la scrittura cuneiforme. Da questa condizione materiale prende origine la prima modalità d'uso della scrittura che fu essenzialmente archivistica, necessariamente questa modalità ebbe la possibilità di svilupparsi in quanto la situazione sociale delle organizzazioni statuali antiche lo permise e lo richiese. Così ad esempio gli edifici mentali, adoperati in tutta la tarda antichità, nascono condizionati dai vincoli che il papiro imponeva alla leggibilità e alla rapidità di accesso all'informazione, anche si motivano nelle esigenza di chi ne faceva uso di riuscire a dare unitarietà alle conoscenze a sua disposizione.

 In generale si può dire che il supporto materiale e le esigenze di organizzazione logica entrino fra loro in un rapporto di tipo dialettico. I supporti materiali sono scelti e si stabilizzano in una società e in una cultura, partendo dalle esigenze di organizzazione della conoscenza che essa esprime. Ovviamente le forme di strutturazione logica si inseriscono all'interno delle possibilità che i supporti tecnici disponibili concedono. Inoltre ogni supporto alla conoscenza, che si esprima nel papiro, nel volume, nel testo a stampa o nel computer, rappresentando la modalità di accesso alla conoscenza di chi lo utilizza, finisce per influenzarne le modalità cognitive.

 

Detto questo par comunque che l'aspetto logico debba avere una preminenza su quello materiale. I supporti materiali nascono dalle esigenze di organizzazione del sapere espresse da una cultura e da una società, anche se limitatamente alle sue capacità tecniche di realizzarli. Significativo è in questo senso l'esempio dell'ipertesto che venne prima proposto in una cultura dominata dal supporto a stampa e solo in seguito fece la sua apparizione in forma digitale. La base digitale ovviamente esprime il più appropiato supporto ad una organizzazione testuale di tipo ipertestuale. Già abbiamo mostrato come in essa le distanze fra le unità del testo siano pressoché inesistenti. Ovviamente un testo che non avesse fra le sue parti alcuna distanza e ordine apparirebbe inleggibile, ma poiché la leggibilità è affidata al  programma di interfaccia, possiamo dire che idealmente potrei costruirmi qualsiasi tipo di leggibilità. Essa in tutto dipende dal programma col quale si organizzano i dati, non più dal supporto fisico col quale i dati stessi sono costituiti. In realtà il supporto di lettura diventa non uno stato di cose, come inevitabilmente era quando si legava alla rigidità di una struttura materiale, ma piuttosto un organizzazione logica di lettura, un'idea, una struttura concettuale.

In questo senso il supporto digitale esprime proprio la preminenza dell'aspetto logico su quello materiale. Parrebbe che le uniche condizioni per l'organizzazione testuale debbano in questo caso considerarsi di tipo logico, visto che il supporto materiale teoricamente non proibisce nessuna correlazione, non esiste un limite fisico che impedisca a due elementi di essere collegati.

Questo forse rappresenta l'ipertestualità. La possibilità di creare una struttura di lettura libera da ogni costrizione materiale. Viene così rimessa in gioco l'organizzazione logica del sapere. Si può ridiscutere quale sia la  sua più utile strutturazione. E questo è l'intento che ci proponiamo nei prossimi capitoli.