N O T E

Giovanni Gentile.
- Filosofo e storico della filosofia (Castelvetrano, Trapani 1875 - Firenze 1944).
Professore nelle università di Palermo (1906-13), Pisa (1914-16), Roma (dal 1917).
Direttore scientifico della Enciclopedia Italiana (1925-38) e vicepresidente dell’Istituto (1933-38).
Direttore delle sezioni Storia della filosofia, Storia del Cristianesimo (1925-29) e della sezione Filosofia e Pedagogia (1930-37) della Enciclopedia Italiana.
Senatore del Regno (dal novembre 1922).
Ministro della Pubblica Istruzione (1922-24), realizzò la riforma della scuola (1923).
Autore del Manifesto degli intellettuali fascisti (1925).
Socio nazionale dell’Accademia dei Lincei (1932).
Presidente dell’Accademia d’Italia (1943).
Fondò il Giornale critico della filosofia italiana (1920).
Fu ucciso a Firenze da un gruppo di giovani aderenti ai GAP .
Approfondimento: G. Gentile e il fascismo.
Sommario di pedagogia (2 voll., 1913-14);
La riforma della didattica hegeliana (1913);
Teoria generale dello spirito come atto puro (1916);
I fondamenti della filosofia del diritto (1916);
Sistema di logica (2 voll., 1917-23);
Discorsi di religione (1920);
Studi sul Rinascimento (1923);
Filosofia dell’arte (1931);
Genesi e struttura della società (post. 1946).
[…] N. in S. Giorgio del Sannio il 12 febbraio 1880, muore in Roma il 20 novembre 1940. Fu prefetto di Brescia nel 1922 e in seguito di Bologna e di Genova.
Capo della Polizia (1926), consigliere di Stato e infine, senatore (18 nov. 1933). Riformò con moderne innovazioni il Corpo di pubblica sicurezza; creò in Caserta una Scuola di polizia e non mancò di equilibrio in difficili congiunture di politica interna ed estera. Non immemore della sua città nativa, volle che la sua villa in S. Giorgio del Sannio, fosse destinata all'istituzione di una scuola.[…] (cfr. Alfredo Zazo, Dizionario bio-bibliografico del Sannio, Fausto Fiorentino, Napoli 1973).
C. Rossi, Arturo Bocchini. Il superdittatore giocondo ovvero la storia della polizia fascista, in Personaggi di ieri e di oggi, Ceschina, Milano 1960, pp. 207-246
P. Carucci, Arturo Bocchini, in Uomini e volti del fascismo, a cura di F. Cordova, Bulzoni, Roma 1980, pp. 65-103
D. Carafoli, G. Padiglione, Il viceduce. Storia di Arturo Bocchini capo della polizia fascista, Rusconi, Milano 1987
Arturo Bocchini, in Dizionario biografico degli italiani, vol. XI, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1969
Arturo Bocchini, in Il Parlamento italiano, vol. XII (1929-1938), t. I, Nuova Cei, Milano 1990, p. 479
E. Dolmann, Roma nazista, Longanesi, Milano 1951, p. 60 e passim. cfr. Corriere di Napoli, 23 nov. 1940.
Pseudonimo dello scrittore Francois-Anatole Thibault
(Parigi 1844 - Saint Cyr-sur-Loire 1924). Figlio d'un libraio antiquario, si
occupò dapprima di ricerche bibliografiche e brevi saggi critici (raccolti
in Génie latin, 1913). Esordí come poeta parnassiano collaborando alla
seconda e alla terza serie del "Parnasse contemporain" e raccogliendo
in volume le sue poesie (Poémes dorés, 1873 ; Les noces corinthiennes,
1876, dramma, rappr. 1902).
I suoi primi racconti furono Jocaste - Le chat maigre 1879); il suo primo successo, Le crime de Sylvestre Bonnard (1881), seguito da Les désirs de jean Servien (1882), che fu però scritto prima. Dopo un periodo di giornalismo letterario, specie sul Temps, rappresentato da saggi personali, di cui raccolse i migliori nei quattro volumi La vie littéraire (1888-92), la sua opera narrativa si svolse secondo alcune vene riconoscibili, caratterizzate ognuna da un certa nota di stile modulata con una maestria ormai posseduta in pieno. Vi è la vena dei ricordi d'infanzia: Le livre de mon ami (1885), Pierre Noziére (1899), Le Petit Pierre (1918), La vie en feur (1922).
Altra vena è rappresentata da racconti o leggende, cristiani, medievali, squisitamente miniati, con una simpatia artistica che coesiste col suo scetticismo da discepolo di Renan: Balthasar (1889), L'étui de nacre (1892), Le nuits de Sainte-Claire (1895) ; nello stesso spirito è il romanzo Thays (1890), cui seguí La rotisserie de la Reine Pédauque (1893), affresco di costume del sec. 18º e uno dei suoi libri migliori, e Les opinions de M. Jerome Coignard (1893) . Il romanzo di psicologia mondana Le Lys rouge (1894) e Le jardin d'Epicure (1895) furono i due libri che aprirono all'autore le porte dell'Accademia (1896) e gli procurarono un larghissimo pubblico internazionale. Infine, la vena satirica contro la società del suo tempo si fa piú scoperta e volterriana nel ciclo di romanzi L'Histoire contemporaine (L'orme du mail, 1897 ; Le mannequen d'osier, 1897 ; L'anneau d'améthyste, 1899 ; M. Bergeret à Paris, 1901 ).
La satira sociale continua, piú o meno, in tutte le opere narrative che seguirono : L'affaire Crainquebille (1901), Histoire comique (1903), Sur la pierre blanche (1905), L'île des pingouins (1908), Les contes de Jacques Tournebroche e Les sept femmes de la barbe-Bleue (1908-1909), Les dieux ont soif (1912), La révolte des anges ( 1914).
Nel 1921 gli fu assegnato il premio Nobel per la letteratura.
Il France ha saputo esprimere con evidenza e ironia i suoi gusti, le sue predilezioni intellettuali, la sua visione ed esperienza della vita. Soprattutto è stato scrittore attento e raffinato, fedele a una tradizione di atticismo e di purezza formale che è propria della prosa classica francese.
La storia del Corriere della Sera fu fatta, sin dall’inizio, anche dai suoi supplementi. L’idea di abbinare una rivista al quotidiano venne a Luigi Albertini, che si ispirò ai magazine inglesi. L’ 8 gennaio 1899 esce il settimanale La Domenica del Corriere, dodici pagine vendute a 10 centesimi, oppure offerte gratis agli abbonati del quotidiano. La copertina è occupata dall’illustrazione di un pittore allora sconosciuto, poi divenuto famosissimo, Achille Beltrame. I suoi disegni - fece oltre 4.500 tavole - diventano l’elemento distintivo della rivista, che in breve riesce a sbaragliare la concorrenza. Il primo direttore fu il veneziano Attilio Centelli. L’ultimo numero esce il 12 ottobre 1989.
Gustave Flaubert (1821-1880),
Dizionario delle idee correnti
Gustave Flaubert nacque a Rouen nel 1821, secondo dei tre figli del chirurgo
primario della cittadina natale. Sin dall’adolescenza dimostrò una spiccata
propensione per la letteratura, cominciando a scrivere molto presto. Nel 1836
si innamorò, sulla spiaggia di Trouville, di una donna sposata, Elise Foucault;
la vicenda gli ispirò in seguito L’educazione sentimentale (1843-45).
Nel 1840 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza di Parigi ma si dedicò poco agli studi, preferendo frequentare gli ambienti artistici e letterari della città fino a che i sintomi di una grave malattia nervosa lo costrinsero a tornare a Rouen. Nel 1846, morti il padre e la sorella, si stabilí con la madre e la nipote nella villa di campagna che la famiglia possedeva a Croisset e che rimase la sua residenza definitiva ad eccezione di brevi soggiorni invernali a Parigi e alcuni viaggi all’estero. Nello stesso 1846 conobbe la scrittrice Louise Colet con cui strinse una relazione sentimentale che durò fino al 1855 e di cui ci è rimasta una intensa corrispondenza.
Nel 1848 fu a Parigi, durante la Rivoluzione; tra il 1849 e il 1851 viaggiò con un amico in Medio Oriente, Grecia e Italia. Al ritorno da questo lungo viaggio, tra il 1851 e il 1856 scrisse il romanzo che è considerato il suo capolavoro, Madame Bovary, pubblicato a puntate su la “Revue de Paris”. Il testo segna una vera e propria svolta nella letteratura europea: l’orizzonte degli ideali e dei modelli romantici viene superato attraverso la demistificazione delle idee moralistiche tipiche della società borghese del primo ottocento; la descrizione oggettiva dei fatti apre la strada al prossimo naturalismo.
Madame Bovary fu messo all’indice e Flaubert fu accusato di oltraggio alla morale e alla religione l’anno successivo alla pubblicazione (1857) e fortunatamente assolto dalla corte al processo. Nel 1862 pubblicò Salambô, ambientato nell’antica Cartagine; in seguito si dedicò alla riscrittura dell’Educazione sentimentale, lavoro che lo tenne impegnato dal 1863 al 1869. La guerra franco-prussiana lo costrinse a lasciare per qualche tempo Croisset con gravi conseguenze per il suo già fragile sistema nervoso. Nel 1875, per salvare dal fallimento il marito della nipote, vendette tutto il suo patrimonio, continuando a vivere con le scarse entrate della sua attività di scrittore e con una piccola pensione governativa che gli venne assegnata negli ultimi anni di vita.
Morí a Croisset nel 1880. Il suo ultimo romanzo Bouvard e Pecuchet, capolavoro dell’umorismo nero, uscí postumo e incompiuto nel 1881.
Storie e racconti che trattano di morti violente e misteriose e di colpevoli smascherati e puniti sono stati scritti fin dai tempi piú antichi, a partire dalla Bibbia e dalla tragedia greca fino al XVIII secolo. Per citare solo alcuni esempi, si possono ricordare l'Edipo Re di Sofocle, dove il protagonista che dà il nome alla tragedia si scopre l'ignaro colpevole dell'assassinio del padre, oppure Zadig, il protagonista dell'omonimo romanzo di Voltaire, dotato di eccezionali capacità deduttive, e infine l'Amleto di Shakespeare che smaschera l'uccisore del padre. Quindi, nella storia della letteratura si ritrovano sparsi tutti quegli elementi che, riuniti insieme, danno origine al genere poliziesco, e cioè un delitto misterioso all'apparenza di difficile risoluzione, la brillante capacità deduttiva e investigativa di uno dei personaggi e infine lo smascheramento del colpevole.
Ecco, verso la metà del XIX secolo lo scrittore americano Edgar Allan Poe, dalla vita sregolata e anche un po' ubriacone, organizza in maniera geniale tutti questi elementi creando un nuovo modello letterario: il racconto poliziesco.
Tra il 1841 e il 1845 scrive infatti tre brevi storie che costituiscono il modello del nuovo genere letterario. Il primo racconto è
The Murders in the Rue Morgue: in un appartamento di Parigi vengono trovate morte due donne, orribilmente uccise da qualcuno o qualcosa di difficile identificazione; i sospettati sono molti, ma nessuno sembra essere il vero colpevole, finché un giorno il cavalier Dupin, grazie alle sue eccezionali capacità analitiche e basandosi soltanto sull'osservazione e sul ragionamento, scopre che il vero assassino è un enorme scimmione giunto nella capitale francese a bordo di una nave.
In
The Purloined Letter Dupin riesce con gli stessi mezzi a recuperare una lettera molto compromettente rubata ad una donna; là dove la polizia fallisce, lui si mostra tanto abile da sottrarla a sua volta al ladro.
Nel terzo ed ultimo racconto l'investigatore Dupin riesce a risolvere l'enigma della morte di una giovane donna (
The Mystery of Marie Roget).
In numerosi racconti, Edgar Allan Poe premette alla vicenda narrata uno o piú paragrafi dedicati a considerazioni di carattere generale, nate da un'intuizione, una massima, una riflessione filosofica. Queste "istruzioni" sono particolarmente importanti in The Murders in the Rue Morgue, il racconto che inaugura la trilogia Dupin. Qui la struttura è tripartita, secondo un criterio formativo: alla definizione teorica delle facoltà analitiche segue una prima dimostrazione del talento di Dupin e, infine, l'applicazione delle sue doti investigative a un caso d'omicidio.
La voce narrante inizia col distinguere il calcolo dall'analisi, categorie di ragionamento riconducibili rispettivamente agli scacchi e alla dama, passatempi che chiamano in causa da un lato l'attenzione e dall'altro l'acume. L'elevato numero di pezzi che si fronteggiano in una partita a scacchi, infatti, impegna sí le doti mnemoniche, ma certamente una capacità d'analisi molto inferiore a quella necessaria per vincere una partita a dama ove restino in campo solo quattro regine. In un confronto del genere, essendo la gamma di movimenti e valori quanto mai semplificata, la possibilità di sviste è ridotta al minimo e per assicurarsi la vittoria è necessario sapersi identificare con lo spirito dell'avversario. Ma una prova ancor piú forte per le facoltà analitiche è rappresentata dal gioco del whist, in cui non basta osservare attentamente, aver buona memoria e conoscere a fondo la condotta di gioco, ma è necessario sapere "cosa osservare". Il modo di reggere una carta, il gesto con cui viene calata, le espressioni d'un giocatore, sono tutti segni rivelatori di cui l'analitico s'avvale.
Terminata la trattazione teorica, Poe entra nel vivo della narrazione introducendo il cavalier Auguste Dupin, incontrato dal narratore in un "oscuro gabinetto di lettura di rue Montmartre". Rampollo decaduto di un'illustre famiglia, Dupin è un uomo di abitudini frugali, che deve alla generosità dei creditori il fatto d'avere "un piccolo resto di patrimonio", e il cui unico lusso risiede nei libri. Tra lui e il narratore nasce un sodalizio, sanzionato dalla scelta di stabilirsi in una dimora cadente, oggetto d'imprecisate superstizioni. I due trascorrono le ore diurne nell'oscurità piú completa, uscendo al calar delle tenebre, quando la città, deposta la maschera borghese, rivela il suo volto criminale, perverso e inebriante. Il detective sonda implacabile le ombre della notte e, nella seconda parte del racconto, si dimostra anche capace di leggere nei cuori.
Senza dubbio, il metodo investigativo di Dupin ricalca alcune caratteristiche tipiche del procedere scientifico: la capacità di ricostruire il tutto da una parte; la convinzione che dietro l'apparente complessità d'un enigma si celi una soluzione semplice; l'attenzione data a indizi e circostanze che appaiono marginali.
Con la trilogia Dupin, Poe crea la prima figura di eroe seriale, un modello destinato a diventare, attraverso l'opera di Conan Doyle e i serial televisivi, la forma narrativa dominante del ventesimo secolo. I tre racconti, tuttavia, presentano una chiara progressione: nel primo, Dupin si confronta con un omicidio privo di movente; nel secondo, Poe tenta di mescolare realtà e finzione, misurandosi con un autentico caso di cronaca; nel terzo, il geniale detective si scontra con un avversario suo pari, secondo un disegno che prelude alla celebre coppia di antagonisti Holmes-Moriarty.
W. Shakespeare, Amleto (atto V, scena II)
HAMLET
O, I die, Horatio;
The potent poison quite o'er-crows my spirit:
I cannot live to hear the news from England;
But I do prophesy the election lights
On Fortinbras: he has my dying voice;
So tell him, with the occurrents, more and less,
Which have solicited. The rest is silence.
Dies.
AMLETO: Muoio, Orazio. Il veleno potente artiglia la mia anima.
Non potrò sentire le notizie dall'Inghilterra, ma predico che il
re eletto sarà Fortebraccio. Morendo gli do il mio voto.
Diglielo, e digli i fatti gravi e minori che mi hanno spinto...
Il resto è silenzio.
(Muore.)
Le invenzioni dell’Asse.
Il "raggio della morte" appartiene all'abbondante filone di dicerie, nato a scopi di propaganda, riguardo ipotetiche armi segrete prodotte - ma mai utilizzate - dai fascisti e dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Secondo una diceria popolare negli anni '30, Guglielmo Marconi stava mettendo a punto un “raggio della morte” in grado di uccidere a distanza. La voce era probabilmente nata dopo che alcuni giornalisti avevano visto Marconi sperimentare un prototipo di radar; si diffuse a tal punto che l’inventore della radio fu costretto a smentirla pubblicamente nel New York Herald del 1935. Nonostante la smentita la voce si ingigantí, e continuò anche dopo la morte dello scienziato (1937); si diffusero anche le notizie che Marconi aveva interrotto gli esperimenti sul raggio dopo che Papa Pio XI l’aveva convinto che si trattava di un’arma troppo disumana, e che la morte improvvisa dello scienziato fosse dovuta a un suicidio (determinato dai sensi di colpa) o a un omicidio (per non aver portato avanti gli esperimenti).
Durante la Seconda Guerra Mondiale si diffusero notizie su raggi di ogni genere. I tedeschi avrebbero inventato il “Raggio Z”, in grado di interrompere le comunicazioni e fare esplodere le munizioni a distanza, mentre un altro raggio avrebbe arrestato i motori a scoppio; un certo Bellaschi, italo americano, avrebbe realizzato il “fulmine artificiale”, e un certo Chadfield il misterioso e temibile “Raggio ultravioletto, o gamma, o X”. Un numero di Signal, il settimanale propagandistico del Terzo Reich, pubblicò addirittura una sequenza fotografica, tecnicamente molto ben realizzata, che illustrava gli effetti di un raggio in grado di rendere invisibili truppe e carri armati.
Anche a guerra finita, le dicerie sulle armi segrete naziste continuarono, alimentate dalla scoperta da parte degli Alleati di prototipi di veicoli aerei a forma di disco, e dalla comparsa dei primi UFO nei cieli degli Stati Uniti. Il volume La distruzione del mondo - ? - Hitler prepara... (il titolo è proprio scritto cosí), realizzato nel 1948 da un non meglio identificato Darius Caasy, “giornalista che si è fatto conoscere in Italia per alcuni suoi articoli sensazionali pubblicati sui quotidiani”, dimostra “come i nazisti, avendo preventivamente contemplata la possibilità di una sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, abbiano apprestato uomini e mezzi per preparare, con un’adeguata organizzazione, una clamorosa rivincita, realizzando un piano che, come annunciato nelle profezie, potrebbe portare alla distruzione del mondo”. Dopo aver dimostrato che HITLER era ancora vivo (all’epoca non esistevano ancora prove certe della sua fine), Caasy descrive con ricchezza di dettagli i piani e le basi segrete del dittatore. Si tratta di enormi città sotterranee disseminate in tutta Europa, in grado di ospitare per anni migliaia di persone; alcuni di questi centri sono adibiti agli esperimenti nucleari; in altri si svolge “lo studio di altre scienze, delle quali nessuna viene lasciata indietro: dalla medicina, alla meccanica, alla chirurgia, alle costruzioni (...); speciali pubblicazioni vengono distribuite per dar modo a ogni attività scientifica di rendersi ragione dei continui progressi delle altre scienze”. E a questa specie di Utopia fantascientifica volta al male che si deve “il passaggio dei bolidi, delle sfere volante, dei dischi, delle luci azzurre nei cieli d’Europa e d’America, la comparsa misteriosa di aerei e mezzi subacquei, e certi strani fenomeni(...) che tengono in allarme le profezie dei vari paesi”.
D'altro canto, è anche vero che Guglielmo Marconi pare aver realmente scoperto il "raggio della morte":
"... Non è nota invece l'ultima scoperta: il cosiddetto «raggio della morte», ennesimo derivato della prima invenzione. Forse, era uno speciale laser o un congegno che bloccava a distanza i motori. Se ne favoleggiò verso la fine degli anni '30. Un giorno Mussolini ne accennò alla moglie Rachele che presso Ostia era rimasta bloccata, insieme con tutti gli altri automezzi in circolazione, per una panne inspiegabile. «Marconi - le confidò - sta sperimentando un'arma che potrebbe renderci invincibili». In quei giorni si parlò pure di intere greggi carbonizzate a Castelporziano e di aerei radioguidati distrutti in volo sul cielo di Orbetello. Nel '37 Marconi morí, nel '40 scoppiò la guerra che avremmo perduto. Nessuno si chiese che fine avesse fatto l'arma che poteva renderci invincibili.
Il mistero fu svelato dallo stesso Mussolini al giornalista Ivanoe Fossati il 20 marzo 1945 che lo intervistava sul lago di Garda, a Gargnano. Marconi, un po' per gratitudine verso il Vaticano (la Sacra Rota gli annullò il primo matrimonio) e molto per sopravvenuti scrupoli religiosi aveva ceduto alle pressioni di Pio XI e aveva rinunciato alla scoperta.
Il Duce fece appello al suo patriottismo, dicendogli che «la scoperta potevano farla altri contro di noi» e rassicurandolo che «il raggio della morte non sarebbe stato usato se non come estrema soluzione». Lo scienziato era perplesso. «Avevo ancora fiducia di convincerlo quando invece Marconi improvvisamente moriva, forse di crepacuore», raccontò Mussolini.
E meditò triste: «Da quel momento temetti che la mia stella cominciasse a spegnersi». Mancava un mese allo scempio di piazzale Loreto."
(Da Il Giornale, 13.XII.2001: F. Chiocci, Raggio della morte: la scoperta segreta del papà della radio)
Trilussa
(C.A. Salustri - 1871-1950)
Trilussa è il poeta romano Carlo Alberto Salustri, il quale scelse questo pseudonimo
da un anagramma del proprio cognome. È autore di un gran numero di poesie in dialetto
romanesco, alcune delle quali in forma di sonetti. Dopo la pubblicazione dei versi belliani,
verso la fine del 19º secolo diversi poeti romani avevano cominciato a scrivere in dialetto.
Lungi dall'essere un intellettuale - Trilussa non aveva brillato negli studi - fonte della
sua ispirazione erano le strade di Roma, assai piú che i libri. Quando un giornale locale gli
pubblicò i primi versi, questi conobbero presto il consenso dei lettori e furono in seguito
pubblicati nella prima delle sue molte raccolte di poesie. La sua fama crebbe, e tra il 1920
e il 1930 la sua notorietà raggiunse il culmine; tuttavia non frequentò mai i circoli
letterari, ai quali continuava a preferire le osterie.
Negli anni successivi, però, la struttura sociale della città doveva cambiare profondamente; l'ispirazione che il poeta traeva cosí intimamente dalle vecchie atmosfere romane era destinata pian piano ad abbandonarlo. I suoi anni migliori giungevano cosí al termine. Eppure, a soli pochi giorni dalla sua morte, gli veniva riconosciuto il titolo di senatore a vita per alti meriti in campo letterario e artistico: "Siamo ricchi!" fu il suo ironico commento alla vecchia governante nell'apprendere la notizia, ben sapendo che tale titolo non era molto piú che una carica onorifica. Circa 80 anni prima, Belli era stato ispirato dal netto contrasto fra le classi sociali piú alte e quelle piú basse, e dalla lotta per l'essenziale che quest'ultime quotidianamente sostenevano; ma la Roma fin de siècle aveva ben altra struttura sociale: la piccola borghesia (dalla quale Trilussa stesso proveniva) era ora cresciuta, era la classe piú rappresentata. Le sue poesie sono dunque popolate da tipici personaggi di un mondo piccolo-borghese (la casalinga, il commesso di negozio, la servetta, ecc.).
Oltre a comporre versi, il poeta illustrava anche alcuni dei suoi sonetti e poesie con disegni, una piccola selezione dei quali è mostrata nella pagina, rivelando un altro lato del suo temperamento artistico. La lingua usata da Trilussa è differente da quella originale dei "Sonetti" belliani, molto piú limata nei suoi tratti dialettali e assai piú vicina all'italiano, come d'altronde veniva parlata in quegli anni quale risultato di un innalzamento del livello culturale medio della popolazione al volgere del secolo. Per questo motivo ricevette anche critiche da alcuni poeti dialettali piú "puristi". Dunque, le poesie di Trilussa risultano forse meno pungenti, meno caustiche di quelle di Belli, ma lo spirito umoristico che le sostiene è esattamente lo stesso. Un'altra caratteristica delle opere di Trilussa sono gli animali: in molte delle sue poesie leoni, scimmie, gatti, cani, maiali, topi, ecc. danno vita a divertenti situazioni, mettendo in ridicolo i molti vizi e difetti dell'uomo.
Fra i suoi meriti artistici, di Trilussa viene anche ricordata una sua collaborazione col famoso fantasista Ettore Petrolini (1884-1936), per il quale scrisse alcuni testi brillanti.
La novella
del Grasso Legnaiuolo / introduzione di Paolo Procaccioli ;
prefazione di Giorgio Manganelli. - Milano : Garzanti, 1998. - xliv, 97 p. -
(I grandi libri Garzanti ; 759):
Antonio di Tuccio Manetti, biografo del Brunelleschi, narra nel 1489 la Novella del Grasso Legnaiuolo, (novella che di solito viene citata anonima poiché incerta è la paternità del Manetti), resoconto della beffa architettata intorno al 1409 da Filippo Brunelleschi ai danni dell'intarsiatore Manetto Ammannatini, con la collaborazione di Donatello e di Giovanni Rucellai. Brunelleschi decide di punire l'intarsiatore perché assente ad una cena organizzata da una brigata di artisti fiorentini: la beffa consisterà nel far credere al Manetto di essere diventato un'altra persona. Cercando complicità negli amici e conoscenti, inizia la "derealizzazione e depersonalizzazione" del "grasso legnaiuolo", che tutti salutano come Matteo Mannini. Poi comincia il corteo dei creditori di questo tal Matteo che mettono in difficoltà il ns. Manetto, che addirittura ripara in Ungheria. Ritornato, la beffa non finisce qui: il beffato viene contattato dal Brunelleschi e sollecitato piú volte a raccontare ogni particolare della beffa vissuta. Ne è che ..."la maggior parte della cose da ridere erano state, come si dice, nella mente del Grasso": senza questo racconto delle trasformazioni subite dalla coscienza del povero malcapitato la beffa non sarebbe completa.
Didier Barra e/o François de
Nomé detto Monsú Desiderio
Monsú Desiderio è il soprannome che viene
dato a Didier Barra e François Didier de Nomé, entrambi pittori
Lorenesi.
Nonostante abbiano lavorato entrambi nel '600, a Napoli, e abbiano
lo stesso soprannome, essi non vengono confusi, perché sono due personaggi
ben distinti. Didier Barra, infatti, rappresentò minuziose
vedute poetiche a volo d'uccello, soprattutto di Napoli. François de Nomé è invece attratto dal bizzarro: raffigurò
città fantastiche e irreali, composte da rovine, macerie ed edifici
che richiamano l'arte gotica.
Entrambi i pittori trascorsero gli anni della loro attività a Napoli, ma non assimilarono influenze locali, conservando un manierismo arcaicizzante simile a quello di Claude Deruet. Le migliori opere di François de Nomé colpiscono per la loro forza espressiva, anche se paiono infrangere ogni regola artistica.