| I. | II. | III. | IV. | V. |
| VI. | VII. | VIII. | IX. | X. |
| XI. | ||||
O nobili scienziati, io non posso rispondere ai vostri
sforzi con qualcosa che sia piú della morte!
VITALIANO BRANCATI, Minutario (27 luglio 1940)
Prediligeva Shakespeare e Pirandello.
EDOARDO AMALDI, Nota biografica di Ettore Majorana.
Roma, 16-4-38 XVI
Vi prego di ricevere e ascoltare il dott. Salvatore
Majorana, che ha bisogno di conferire con Voi pel
caso disgraziato del fratello, il professore scomparso.
Da una nuova traccia parrebbe che una nuova
indagine sia necessaria, nei conventi di Napoli e dintorni,
forse per tutta Italia meridionale e centrale. Vi
raccomando caldamente la cosa. Il prof. Majorana è stato
in questi ultimi anni una delle maggiori energie della
scienza italiana. E se, come si spera, si è ancora in
tempo per salvarlo e ricondurlo alla vita e alla scienza, non
bisogna tralasciar nessun mezzo intentato.
Con saluti cordiali e auguri di buona pasqua
Vostro
Questa lettera - carta intestata «Senato del Regno»,
sulla busta: da parte del sen. Gentile - Urgente - A
S.E. il sen. Arturo Bocchini - S. M. Bocchini, capo
della polizia, certamente l'ebbe nelle S. M. (sue mani)
lo stesso giorno in cui fu scritta. Due giorni dopo si
presentò nell'anticamera del suo ufficio il dottor
p. 4
Salvatore Majorana. Compilò la richiesta di udienza, e
nella parte del modulo in cui era la dicitura Oggetto
della visita (specificare), specificò: Riferire su
importanti tracce dello scomparso prof. E. Majorana.
Lettera del Sen. Giovanni Gentile.
Fu ricevuto, e forse con impazienza. Bocchini, che
aveva avuto il tempo di informarsi del caso, certo se
ne era fatta l'idea che l'esperienza e il mestiere gli
suggerivano: che come sempre vi giocassero due follie,
quella dello scomparso e quella dei familiari. La
scienza, come la
sia, si sa che sta ad un passo dalla
follia: e il giovane professore quel passo lo aveva fatto,
buttandosi in mare o nel Vesuvio o scegliendo un piú
elucubrato genere di morte. E i familiari, come sempre
accade nei casi in cui non si trova il cadavere, o si
trova casualmente piú tardi e irriconoscibile, ecco che
entrano nella follia di crederlo ancora vivo. E finirebbe
con lo spegnersi, questa loro follia, se continuamente
non l'alimentassero quei folli che vengono fuori a dire
di avere incontrato lo scomparso, di averlo
riconosciuto per contrassegni certi (che sono invece vaghi prima
di incontrare i familiari; e appunto i familiari, nelle
loro ansiose e incontrollate interrogazioni, glieli fanno
diventare certi). E cosí anche i Majorana erano arrivati
- inevitabilmente, come tutti - al convento: che il
giovane professore vi si fosse segregato. Di ciò convinti,
non c'era voluto molto - avrà pensato Bocchini a
convincere Giovanni Gentile: un filosofo che però il
capo della polizia non poteva trattar da filosofo.
L'esortazione a cercar nei conventi - di Napoli e
dintorni, dell'Italia meridionale e centrale: e perché
non anche dell'Italia settentrionale, della Francia, dell'
p. 5
Austria, della Baviera, della Croazia? sarebbe
insomma bastata al senatore Bocchini per mandare al
diavolo il caso; ma c'era di mezzo il senatore Gentile.
Dei conventi, comunque, nemmeno a parlarne: si
rivolgessero, i familiari dello scomparso, al Vaticano, al
Papa: il loro supplicare sicuramente sarebbe stato piú
efficace di una richiesta da parte della polizia italiana,
dello Stato italiano. Tutto quello che il senatore
Bocchini poteva fare, era di ordinare nuove e piú
approfondite indagini, sulla base di quelle testimonianze, di
quegli indizi, che il dottor Salvatore Majorana
credeva portassero alla certezza che il fratello non si era
suicidato.
Il colloquio trovò, sotto la penna del segretario di
Sua Eccellenza, sintesi ed esito. Sintesi mirabile, come
in tutti i carteggi della nostra polizia: dove quel che a
noi può sembrare - a filo di grammatica, di sintassi, di
logica - fuori di regola o di coerenza, è invece
linguaggio che allude o indica o prescrive. Cosí scrutandolo,
il documento che abbiamo davanti ci dà l'impressione,
senz'altro giusta, che dalla Div. Pol. (Divisione
Politica?) cui era diretto e dalle questure di Napoli e di
Palermo altro non si volesse che la conferma di quella
che era l'ipotesi piú attendibile e piú sbrigativa: che il
professor Ettore Majorana si era suicidato. L'esito del
supplemento d'indagine vi è, insomma, già scontato.
Oggetto: Scomparsa (con proposito di suicidio) del
Prof. Ettore Majorana.
Il Sig. Salvatore Majorana, fratello del Prof. Ettore
Majorana ora scomparso dal 26.3 u.s., riferisce su altri
particolari potuti accertare da loro stessi familiari:
Fatte le ricerche, con la collaborazione della Polizia
p. 6
(Questura di Napoli), a Napoli e Palermo non si è
potuto venire a capo di nulla. Il Prof. Majorana erasi
recato da Napoli a Palermo con proposito di suicidio
(come da lettere da lui lasciate) e quindi supponevasi
che fosse rimasto a Palermo. Però tale ipotesi viene
ora a scartarsi col fatto che è stato rinvenuto il
biglietto di ritorno alla Direzione della «Tirrenia» e perché
è stato visto alle ore cinque nella cabina del piroscafo
- durante il viaggio di ritorno - che dormiva ancora.
Poi ai primi di aprile è stato visto - e riconosciuto a
Napoli, tra il Palazzo Reale e la Galleria mentre veniva
su da Santa Lucia, da una infermiera che lo conosceva
e che ha anche visto ed indovinato il colore dell'abito.
Dato ciò, e siccome i familiari sono convinti ora che
il Prof. Majorana è ritornato a Napoli, si chiede da
parte loro che si rifaccia lo spoglio dei cartellini d'
albergo di Napoli e provincia (Majorana si scrive col
primo i lungo: Majorana, onde potrebbe darsi che sia
sfuggito il nome alle prime ricerche effettuate) e che
la Polizia di Napoli - che è già in possesso della
fotografia - intensifichi le ricerche. Possibilmente si
potrebbe fare qualche indagine per vedere se abbia
acquistato armi a Napoli dal 27 marzo in qua.
Colpisce subito l'evidente svista del primo i lungo
nel nome Majorana, dove di i ce n'è solo uno (una):
ma gli si può anche assegnare la funzione che di solito
si assegna ai lapsus. E cioè: guardate a che folle
dettaglio questi folli familiari si attaccano. Non è invece
da notare come svista o errore l'indovinato che segue
al visto riguardo al colore dell'abito. Si tratta di un
giudizio sulla testimonianza dell'infermiera: dice di aver
visto, ma ha soltanto indovinato. Peraltro, in tutta la
p. 7
«nota di servizio» è continuamente sottinteso l'
avvertimento: badate che sono i familiari a sollecitare altre
ricerche, badate che sono stati loro a raccogliere
queste testimonianze; noi siamo convinti che il
professore, chi sa dove e come, si è suicidato - e come non si è
potuto venire a capo di nulla prima, cosí non si verrà
a capo di nulla con nuove indagini.
La «nota» è attraversata da scritte grosse e
impazienti. La prima, a matita viola: Urge conf(erire). La
seconda, a matita verde: dire alla Div. Pol. che S. E.
desidera siano intensificate le ricerche. Queste due
annotazioni sono illeggibilmente siglate. Non lo è la
terza, a matita blu: fatto. Con ogni probabilità, i tre
colori indicano il digradare gerarchico: il viola, che
allora era segno di raffinatezza raffinatamente démodé
(aveva usato inchiostri viola
Anatole France; e un po'
tutti gli scrittori, tra il 1880 e il 1930, avevano
vergato quelli che i cataloghi delle librerie antiquarie
chiamano «invii» con inchiostri di un viola liturgico),
forse dello stesso Bocchini (uomo, a quanto allora si
diceva, raffinato, spregiudicato e gaudente); il verde, di
chi servilmente voleva adeguarsi all'originalità del
superiore, e dunque volgarmente: forse il segretario; e
infine lo scolastico, burocratico blu: del capo della
Div. Pol.?
Sul verso del secondo foglio è poi, a penna, l'
annotazione: Parlato col Dr. Giorgi che ha preso nota ed
ha provveduto. 23/4. ATTI.
Appena cinque giorni dopo il colloquio del dottor
Salvatore Majorana col senatore Bocchini, questa
parola atti praticamente chiude il caso e lo tramanda
agli archivi. Andrà piú tardi a inserirsi nel fascicolo
p. 8
una comunicazione anonima (siglata in basso dal
funzionario che ne prese visione) datata Roma, 6 agosto
1938 (ed è da notare la mancanza dell'anno dell'Era
Fascista: strana e grave omissione, se da parte di un
ufficio): Sempre a proposito di movimenti contro gli
interessi italiani si prospetta in qualche ambiente, che
la scomparsa del Majorana, uomo di grandissimo
valore nel campo fisico e specialmente radio, l'unico che
poteva seguitare gli studi di Marconi, nell'interesse
della difesa nazionale, sia vittima di qualche oscuro
complotto, per levarlo dalla circolazione¹.
L'anonimo informatore, evidentemente
specializzato a fiutare nei movimenti contro gli interessi italiani,
era in anticipo di qualche anno; e come tutti gli
anticipatori, nessuno l'avrà preso sul serio. Questo genere
di informazione, nel 1938, non l'avrebbero preso sul
serio nemmeno i servizi segreti tedeschi o americani;
forse, appena, quelli inglesi o francesi. Per la polizia
italiana, c'è da credere sia stata addirittura la pietra
tombale sul caso Majorana: tanto doveva apparire
pazzesca una simile ipotesi. Vero. è che gli italiani
favoleggiavano di scoperte lasciate da Marconi a buon
punto e che avrebbero reso - in mancanza d'altro, per
¹ Questa breve comunicazione eloquentemente dice della
estrazione e livello della generalità dei «confidenti». Gli ambienti in
cui allora poteva nascere il sospetto che nella scomparsa di
Majorana ci fosse un intrigo spionistico contro gli interessi italiani, altri
non potevano essere che quelli della burocrazia infima, dei portieri
(categoria alla quale molto probabilmente l'anonimo «confidente»
apparteneva), dei bottegai; non certo quelli dei fisici, dei
diplomatici, delle alte gerarchie militari o ministeriali. Ed è facile pensare
che il sospetto sia nato dopo che
La Domenica del Corriere
pubblicò l'annuncio della scomparsa: e tra i lettori di quel settimanale.
come si andava prendendo coscienza - invincibile l'Italia
nella guerra che si temeva prossima. E specialmente
si favoleggiava di un «
raggio della morte» che da
Roma, per esperimento, era stato lanciato a fulminare
una vacca situata a riceverlo in una radura nei pressi
di Addis Abeba. Ne resta memoria in quella specie di
«dizionario delle idee correnti» sotto il regime
fascista che è la commedia Raffaele di Vitaliano Brancati:
- In Etiopia è morta una vacca!
- Una vacca? In Etiopia?... E che c'è di strano?
- Ma bisogna vedere perché è morta e di che cosa
è morta!
- E perché è morta?
- Pare che Marconi abbia sperimentato in Etiopia
un raggio della morte che uccide senza misericordia
tutti gli animali e tutti gli uomini che incontra nella
sua strada!
- Ah, sí? Allora siamo a cavallo!
Ma era, appunto, un favoleggiare. E ben lo sapeva
Arturo Bocchini.
Il cittadino che nulla ha mai fatto contro le leggi né
da altri ha subito dei torti per cui invocarle; il
cittadino che vive come se la polizia soltanto esistesse per
degli atti amministrativi come il rilascio del
passaporto o del portodarme (per la caccia), se i casi della vita
improvvisamente lo portano ad avervi a che fare, ad
averne bisogno per quel che istituzionalmente è, un
senso di sgomento lo prende, di impazienza, di furore
in cui la convinzione si radica che la sicurezza
pubblica, per quel tanto che se ne gode, piú poggia sulla poca
e sporadica tendenza a delinquere degli uomini che
sull'impegno, l'efficienza e l'acume di essa polizia.
Convinzione che ha una sua parte di oggettività: piú o
meno secondo i tempi, piú o meno secondo i paesi. Ma
nel caso di una persona scomparsa, nell'ansietà e
impazienza di coloro che vogliono ritrovarla, può
anch'essere del tutto soggettiva - dunque ingiusta. E
senz'altro riconosciamo di essere anche noi ingiusti nei
riguardi della polizia italiana, del modo - che ci
appare svogliato e senza acutezza - in cui la polizia italiana
condusse le indagini per la scomparsa di Ettore
Majorana. Non le condusse affatto, anzi: lasciò che le
conducessero i familiari, limitandosi - come nella «nota»
è evidente - a «collaborare» (e ad un certo punto, è
facile immaginarlo, a fingere di collaborare). E lo
p. 11
siamo anche noi, ingiusti, perché anche noi, dopo
trentasette anni, vogliamo «ritrovare» Majorana - e per
«ritrovarlo» non abbiamo che poche carte, e
pochissime nel fascicolo della Direzione Generale di
Pubblica Sicurezza a lui intestato.
Su questi pochissimi fogli riviviamo l'ansietà, l'
impazienza, la delusione, il giudizio sulla inintelligenza
e inefficienza della polizia che certamente allora, e piú
dolorosamente, e piú drammaticamente, vissero i
familiari di Ettore Majorana.
Ma ci sono anche le ragioni degli altri, le ragioni
della polizia. Il caso era, per come definito
burocraticamente «in oggetto», e dunque oggettivamente, quello
di una scomparsa con proposito di suicidio. C'erano
due lettere - una alla famiglia, l'altra ad un amico -
che dichiaravano nettamente il proposito; e in quella
all'amico anche il modo e l'ora in cui sarebbe stato
attuato. Che poi il proposito non fosse stato attuato la
sera del 25 marzo, alle undici, nel golfo di Napoli, alla
polizia diceva soltanto - per esperienza, per statistica
- che era stato attuato dopo e altrove. Impegnarsi a
scoprire dove e quando, sarebbe stata una pura perdita
di tempo. Non c'era da prevenire né da punire: il
problema era solo quello di trovare un cadavere. Ora la
soluzione di un tale problema era importante per la
famiglia - e veniva pirandellianamente a consistere
nella dolorosa e rassegnata (sempre piú rassegnata negli
anni) certezza, nei funerali, nei necrologi, negli abiti da
lutto da indossare, nella tomba da elevare e visitare;
non era importante per la polizia né, americanamente
parlando, per la totalità dei contribuenti. E anche ad
ammettere che Ettore Majorana non si fosse suicidato,
p. 12
che si fosse nascosto: il problema diventava quello di
trovare un folle. Insomma: non valeva la pena
«distrarre» uomini per cercare un cadavere che solo per
caso poteva esser trovato o un folle che presto o tardi
sarebbe stato notato e segnalato (ancora l'esperienza,
ancora la statistica).
Che Majorana non fosse morto o che, ancora vivo,
non fosse pazzo, non si sapeva né si poteva concepire:
e non soltanto da parte della polizia. L'alternativa che
il caso poneva stava tra la morte e la follia. Se da
questa alternativa fosse uscita, per darsi alla ricerca di
Ettore Majorana vivo e, come si suol dire, nel pieno
possesso delle proprie facoltà mentali, sarebbe stata
la polizia a entrare nella follia. Peraltro, nessuna
polizia in quel momento, e tantomeno quella italiana,
poteva essere in grado di sospettare un razionale e lucido
movente nella scomparsa di Majorana; e nessuna
polizia sarebbe stata in grado di far qualcosa «contro» di
lui. Perché di questo si trattava: di una partita da
giocare contro un uomo intelligentissimo che aveva
deciso di scomparire, che aveva calcolato con esattezza
matematica il modo di scomparire.
Fermi
dirà: con la
sua intelligenza, una volta che avesse deciso di
scomparire o di far scomparire il suo cadavere, Majorana
ci sarebbe certo riuscito. Soltanto un investigatore
avrebbe accettato di giocare una simile partita: il
cavaliere Carlo
Augusto Dupin
, nelle pagine di un
racconto di Poe. Ma la polizia com'era, com'è, come non
può non essere... Ecco: è un po'come il discorso sul
professor Cottard, sul medico, sui medici, che
Bergotte fa nella Recherche: È un imbecille.
Ammettendo che ciò non impedisca di essere un buon medico,
p. 13
il che mi pare difficile, certo impedisce di essere un
buon medico per artisti, per persone intelligenti... Le
malattie delle persone intelligenti per tre quarti
provengono dalla loro intelligenza. Per loro ci vuole un
medico che almeno si renda conto di ciò. Come volete
che Cottard vi possa curare? Ha previsto la difficoltà
di digerire le salse, l'imbarazzo gastrico; ma non ha
previsto la lettura di Shakespeare... Vi troverà una
dilatazione di stomaco, non ha bisogno di visitarvi per
trovarla, poiché l'ha già da prima negli occhi. Potete
vederla, gli si riflette negli occhiali.
Proust non era dell'opinione che Cottard fosse un
imbecille; né noi vogliamo dire che la polizia da
imbecillità sia affetta. Ma ci riesce impossibile immaginare
che il dramma di un uomo intelligente, la sua volontà
di scomparire, le sue ragioni, possano avere avuto
altro riflesso, negli occhiali di un commissario di polizia,
negli occhiali dello stesso Bocchini, che quello del
dissenno, della pazzia.
Che Mussolini, informato e sollecitato da una
«supplica» della madre di Ettore e da una lettera di
Fermi, abbia chiesto a Bocchini il fascicolo dell'inchiesta
e vi abbia sciabolato sulla copertina un voglio che si
trovi cosí poi postillato, con grafia piú dimessa, da
Bocchini: I morti si trovano, sono i vivi che possono
scomparire; che sia stato sospettato il rapimento o la fuga
all'estero; che del caso si sia interessato il servizio
segreto; che le ricerche siano state particolarmente
alacri e persino febbrili - di tutto questo altri documenti
p. 14
non restano, presso la famiglia, che copie della
«supplica» della signora Majorana e della lettera di Fermi.
Ed è possibile la «supplica» abbia avuto un certo
effetto su Mussolini; ma certamente non ne ebbe la
lettera di Fermi.
Siamo alla fine di luglio del 1938. Il 14era stato
pubblicato il
manifesto della razza.
Fermi si sentiva
insicuro, pensava già di emigrare. E il regime era, nei
suoi riguardi, in un certo imbarazzo: come
Meazza
nel «primato» del calcio, Fermi era nel «primato»
della fisica; e poi accademico d'Italia, e il piú giovane.
Un nodo da sciogliere o da tagliare: e c'è da
immaginare il sollievo, quando Fermi prese il Nobel senza
fare il saluto romano¹ e filò negli Stati Uniti. La
¹ Sul mancato saluto romano di Fermi, sulla sua stretta di mano
al re di Svezia, ci furono allora acri commenti sui giornali italiani.
È difficile immaginare, a chi non è vissuto sotto il fascismo, i guai
che potevano nascere per chi distrattamente stringesse la mano in
luogo di fare il saluto romano. Ecco, ancora nella commedia
Raffaele, quale angoscioso e insolubile problema poteva diventare l'
abolizione della stretta di mano:
- Scusatemi, federale, se il re viene al mio paese, come pare
debba venire, e mi porge la mano, io che cosa devo fare?
- Se vi porge la mano?... Certo, è un caso da studiarsi... Se vi
porge la mano... Venite un po' qui! Supponiamo che io sia il re.
- E io che cosa sono? Lo domando per sapermi regolare.
- Voi siete voi stesso: il segretario politico... Come vi chiamate?
- Gorgoni.
- Il segretario politico Gorgoni!... Salutatemi!... Dico,
salutatemi!
- Saluto al re!
- No, no, no, no!... Voi dovete dire: saluto al duce!
- Ma voi siete il re.
- Ma questo, a voi, non v'interessa! Dovete dire: saluto al duce!
- Bene, dirò cosi.
- Rimanete col braccio levato!... Io vi porgo la mano... Ma no,
lettera di Fermi, dunque, era in quel momento
inopportuna, controproducente. Ed anche per come era
scritta: da addetto ai lavori che si rivolge al non addetto.
Io non esito a dichiararvi, e non lo dico quale
espressione iperbolica. che fra tutti gli studiosi italiani e
stranieri che ho avuto occasione di avvicinare, il Majorana
è quello che per profondità di ingegno mi ha
maggiormente colpito. Capace nello stesso tempo di svolgere
ardite ipotesi e di criticare acutamente l'opera sua e
degli altri, calcolatore espertissimo e matematico
profondo che mai per altro perde di vista dietro il velo
delle cifre e degli algoritmi l'essenza reale del
problema fisico, Ettore Majorana ha al massimo grado quel
raro complesso di attitudini che formano il tipico
teorico di gran classe... Piú azzeccato, per quel che si
voleva conseguire, sarebbe stato scrivere: Voi benissimo
sapete chi è Ettore Majorana...; poiché nessuno in
Italia, in quel 1938, poteva essere sfiorato dal dubbio che
Mussolini non sapesse qualcosa.
È facile immaginare come tutto si sia esaurito in
no, no!... Guardate: cambiamo!
Io sono voi. Io sono il segretario
politico Gorgoni - osservatemi attentamente! - e voi siete il re...
No: siete troppo alto! Andate a sedere! Venite voi, Scarmacca. Voi
siete il re... No: io sono il re, e voi siete il segretario politico
Gorgoni.
- Perché devo essere Gorgoni? Io vorrei essere io stesso..,
davanti al re!
- E va bene. Siete voi stesso. Levate il braccio. Io vi porgo la
mano, cosi... Voi levate ancora piú su il braccio!
- E se il re, Dio ce ne scampi, crederà che io non voglia
stringergli la mano per superbia, e si riterrà offeso?
- Sua Maestà il Re Imperatore non penserà mai... Insomma
queste sono inezie..., casi che non succedono mai... Andate a sedere!...
Ma chi è che suscita questioni tanto stupide?
poche battute, durante uno dei quotidiani rapporti che
il capo della polizia portava al capo del governo.
Mussolini avrà domandato del caso Majorana, del punto
cui erano arrivate le indagini. E Bocchini avrà risposto
che si era ormai a un punto morto: nel doppio senso
della polizia ormai rassegnata all'impossibilità di
risolvere il caso e della convinzione sua e della polizia che
il professor Majorana fosse morto. Avrà anche detto
che alle normali indagini seguite alla denuncia della
scomparsa, altre se ne erano aggiunte, piú accurate,
per raccomandazione di Giovanni Gentile: e da parte
della polizia politica, di cui il duce ben conosceva ed
apprezzava la sottigliezza e lo scrupolo.
Se Mussolini non si contentò, se ordinò che si
cercasse ancora, se davvero disse voglio che si trovi,
Bocchini anche questa velleità gliela avrà messa in conto
della pazzia da cui, con crescente apprensione, lo
vedeva ormai preso.
Sono nato a Catania il 5 agosto 1906. Ho seguito gli
studi classici conseguendo la licenza liceale nel 1923;
ho poi atteso regolarmente agli studi di ingegneria in
Roma fino alla soglia dell'ultimo anno.
Nel 1928, desiderando occuparmi di scienza pura,
ho chiesto e ottenuto il passaggio alla Facoltà di Fisica
e nel 1929 mi sono laureato in Fisica Teorica sotto la
direzione di S. E. Enrico Fermi svolgendo la tesi: «La
teoria quantistica dei nuclei radioattivi» e ottenendo
i pieni voti e la lode.
Negli anni successivi ho frequentato liberamente
l'Istituto di Fisica di Roma seguendo il movimento
scientifico e attendendo a ricerche teoriche di varia
indole. Ininterrottamente mi sono giovato della guida
sapiente e animatrice di S. E. il prof. Enrico Fermi.
Queste notizie sulla carriera didattica Ettore
Majorana le scrisse nel maggio del 1932: evidentemente ad
uso burocratico e molto probabilmente in
accompagnamento alla domanda di una sovvenzione, al
Consiglio Nazionale delle Ricerche, per quel viaggio in
Germania e in Danimarca che Fermi lo aveva convinto a
fare. E vi si nota, affatto negativa secondo burocrazia,
la nonchalance con cui accenna alle proprie ricerche
(di varia indole: e altri le avrebbe invece
minuziosamente elencate) e il liberamente che un po'
p. 18
contraddice l'affermazione di essersi ininterrottamente
giovato della guida sapiente e animatrice di Fermi. Si
sente in queste poche righe come una costrizione, una
forzatura: il dover rispondere alle premure e
sollecitazioni degli amici, il dover fare quel che gli altri
facevano o quel che gli altri da lui si aspettavano, e
insomma il dover adattarsi di un uomo inadatto.
In verità, l'Istituto di Fisica Majorana l'aveva
davvero frequentato liberamente; né Fermi era stato sua
guida. Amaldi racconta: Nell'autunno 1927 e all'
inizio dell'inverno 1927-28 Emilio Segrè, nel nuovo
ambiente che si era formato da pochi mesi attorno a
Fermi, parlava frequentemente delle eccezionali qualità
di Ettore Majorana e, contemporaneamente, cercava
di convincere Ettore Majorana a seguire il suo
esempio, facendogli notare come gli studi di fisica fossero
assai piú consoni di quelli di ingegneria alle sue
aspirazioni scientifiche e alle sue capacità speculative. Il
passaggio a Fisica ebbe luogo al principio del 1928
dopo un colloquio con Fermi, i cui dettagli possono
servire assai bene a tratteggiare alcuni aspetti del
carattere di Ettore Majorana. Egli venne all'Istituto di
Fisica di via Panisperna e fu accompagnato nello studio
di Fermi ove si trovava anche Rasetti.
Fu in quell'
occasione che io lo vidi per la prima volta. Da lontano
appariva smilzo, con un'andatura timida, quasi
incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la
carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi
vivacissimi e scintillanti: nell'insieme, l'aspetto di un
saraceno (somigliava, a giudicare dalle fotografie, a
Giuseppe Antonio Borgese: e anche di Borgese si disse
che aveva l'aspetto di un saraceno). Fermi lavorava
p. 19
allora al modello statistico che prese in seguito il nome
di modello Thomas-Fermi. Il discorso con Majorana
cadde subito sulle ricerche in corso all'Istituto e
Fermi espose rapidamente le linee generali del modello e
mostrò a Majorana gli estratti dei suoi recenti lavori
sull'argomento e, in particolare, la tabella in cui erano
raccolti i valori numerici del cosidetto potenziale
universale di Fermi. Majorana ascoltò con interesse e,
dopo aver chiesto qualche chiarimento, se ne andò senza
manifestare i suoi pensieri e le sue intenzioni. Il
giorno dopo, nella tarda mattinata, si presentò di nuovo
all'Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli
chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che
gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il
giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un
fogliolino su cui era scritta una analoga tabella da lui
calcolata a casa nelle ultime ventiquattr'ore,
trasformando, secondo quanto ricorda Segrè, l'equazione del
secondo ordine non lineare di Thomas-Fermi in una
equazione di Riccati che poi aveva integrato
numericamente. Confrontò le due tabelle e, avendo
constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la
tabella di Fermi andava bene... Non era andato dunque
per verificare se andava bene la tabella da lui calcolata
nelle ultime ventiquattr'ore (in cui avrà anche
dormito), ma se andava bene quella che Fermi aveva
calcolato in chi sa quanti giorni. La trasformazione dell'
equazione Thomas-Fermi in equazione Riccati, non
sappiamo poi se gli fosse venuta naturalmente,
involontariamente, o se non implicasse un giudizio.
Comunque, superata Fermi la prova, Majorana passò a
Fisica e cominciò a frequentare l'Istituto di via
p. 20
Panisperna: regolarmente fino alla laurea, molto meno
dopo. Ma il suo rapporto con Fermi c'è da credere sia
rimasto sempre per come stabilito dal primo incontro:
non solo da pari a pari (Segrè dirà che a Roma solo
Majorana poteva discutere con Fermi), ma distaccato,
critico, scontroso. Qualcosa c'era, in Fermi e nel suo
gruppo, che suscitava in Majorana un senso di
estraneità, se non addirittura di diffidenza, che a volte
arrivava ad accendersi in antagonismo. E per sua parte,
Fermi non poteva non sentire un certo disagio di
fronte a Majorana. Le gare tra loro di complicatissimi
calcoli - Fermi col regolo calcolatore, alla lavagna o su
un foglio; Majorana a memoria, voltandogli le spalle:
e quando Fermi diceva sono pronto, Majorana dava il
risultato - queste gare erano in effetti un modo di
sfogare un latente, inconscio antagonismo. Un modo
quasi infantile (non bisogna dimenticare che erano
entrambi molto giovani).
Come tutti i siciliani «buoni», come tutti i siciliani
migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a
stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani
peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della
«cosca»). E poi, tra il gruppo dei «ragazzi di via
Panisperna» e lui, c'era una differenza profonda: che Fermi e
«i ragazzi» cercavano, mentre lui semplicemente
trovava. Per quelli la scienza era un fatto di volontà, per
lui di natura. Quelli l'amavano, volevano raggiungerla
e possederla; Majorana, forse senza amarla, «la
portava». Un segreto fuori di loro - da colpire, da aprire,
da svelare - per Fermi e il suo gruppo. E per Majorana
era invece un segreto dentro di sé, al centro del suo
essere; un segreto la cui fuga sarebbe stata fuga dalla
p. 21
vita, fuga della vita. Nel genio precoce - quale
appunto era Majorana¹ - la vita ha come una invalicabile
misura: di tempo, di opera. Una misura come
assegnata, come imprescrittibile. Appena toccata, nell'opera,
una compiutezza, una perfezione; appena svelato
compiutamente un segreto, appena data perfetta forma, e
cioè rivelazione, a un mistero - nell'ordine della
conoscenza o, per dirla approssimativamente, della
bellezza: nella scienza o nella letteratura o nell'arte -
appena dopo è la morte. E poiché è un «tutt'uno» con la
natura, un «tutt'uno» con la vita, e natura e vita un
«tutt'uno» con la mente, questo il genio precoce lo sa
senza saperlo. Il fare è per lui intriso di questa
premonizione, di questa paura. Gioca col tempo, col suo
tempo, coi suoi anni, in inganni e ritardi. Tenta di dilatare
la misura, di spostare il confine. Tenta di sottrarsi
¹ Della precocità di Majorana si è tanto parlato negli articoli
pubblicati in questi ultimi anni da giornali, settimanali e riviste.
Ne parla anche Amaldi, nella Nota biografica a cui frequentemente
ci riferiamo (è stata pubblicata a Roma, dall'Accademia Nazionale
dei Lincei, nel 1966: nel volume La vita e l'opera di Ettore
Majorana). Come ad altri bambini si facevano allora recitare, ai parenti
e agli amici in visita, le poesie - e di preferenza
La vispa Teresa,
tanto che Trilussa si divertí ad allungarla: Se questa è la storia |
che sanno a memoria | i bimbi d'un anno | pochissimi sanno | quel
che le avvenne | quand'era ventenne... - a Ettore si davano delle
prove di calcolo: moltiplicare tra loro due numeri di tre cifre
ciascuno; estrarre radici quadrate e cubiche. A tre-quattro anni,
quando ancora i numeri non sapeva leggerli. Quando uno gli chiedeva
di fare un calcolo, il piccolo Ettore si infilava sotto un tavolo quasi
cercasse di isolarsi e da lí dava, pochi secondi dopo, la risposta.
Sotto il tavolo per concentrarsi e perché, come tutti i bambini
costretti ad esibirsi, si vergognava. E forse un po' della vergogna
sentita da bambino ancora stingeva nella sua ritrosia e difficoltà a
comunicare, da adulto, i risultati delle sue ricerche.
all'opera, all'opera che conclusa conclude. Che conclude
la sua vita.
Prendiamo
Stendhal.
È un caso, il suo, di precocità
ritardata al possibile. Un caso anche di doppia
precocità, poiché precoci sono pure i suoi libri in rapporto
al tempo in cui vengono pubblicati, in rapporto alla
contemporaneità. Di questa seconda precocità
Stendhal è cosciente. All'altra, di cui ha premonizione e
paura, tenta di sfuggire in tutti i modi. Perde tempo.
Si finge ambizioni carrieristiche e mondane. Si
nasconde. Si maschera. Rampa per plagi e pseudonimi (che
sono poi il rovescio e il dritto della stessa paura). Ed
è un gioco che fino ad un certo punto gli riesce.
Diciamo che gli riesce fino a De l'amour. Ma quando scrive
questo libro, è chiaro che non ha piú molte chances a
prolungare il gioco. Ancora alcuni anni di resistenza:
e in un breve giro di tempo è costretto a scrivere
«tutto». Non può piú ritardare, né piú gli vale il dire io
non sono io. Continua a dirlo, come per forza di
inerzia: ma Henry Brulard ha la precisa funzione di
consegnare Henri Beyle, di costituirlo alla morte - di
costituirlo com'era tra l'infanzia e la giovinezza, tra
Grenoble negli anni della Rivoluzione e Milano negli anni
della campagna napoleonica; nel tempo cioè che gli
era stato assegnato per l'opera e che lui è riuscito a
rimandare, a ritardare, ad evadere: al limite del
possibile. Ed è da questa incongruenza, da questa precocità
rimandata alla maturità, da questo nucleo di vita
preservato intatto e nitido come in vitro, da questa età
che urge ed erompe in un'altra, che viene l'incanto di
ogni pagina stendhaliana. Possiamo aggiungere che
p. 23
segno per noi certo della precocità di Stendhal, della sua
«rimossa» precocità, è la natura della sua mente (e
potremmo anche rovesciare l'espressione: la mente
della sua natura): identica a quella di altri precoci.
Giorgione, Pascal, Mozart: per limitarci ai casi piú
conclamati. Una mente matematica, una mente
musicale. Una mente «calcolatrice»¹.
A fronte di quello di Stendhal, opposto ma
dimostrativo della stessa verità, sta il caso di
Evaristo
Galois. E come Stendhal fa di tutto per ritardare, Galois
- ventenne - passa la notte che precede il duello, in
cui «sa» che morirà, ad anticipare: e febbrilmente
condensa in una lettera al suo amico Chevallier l'
opera che gli era assegnata, l'opera che non può non
¹ Tanti altri segni si possono reperire nella biografia e nell'opera
di Stendhal. Confusamente ne elenchiamo alcuni.
Fin dalla prima giovinezza Stendhal sa di essere lo scrittore che
sarà. Il suo comportamento sarebbe di vera e propria megalomania,
maniacale, persino con punte di delirio, se non poggiasse sulle
opere che scriverà «dopo». Sa perfettamente che ha molto da dire. Ed
ha la volontà e la coscienza di perder tempo: anche se non sa
precisamente perché, anche se crede di poter motivare il perder tempo
col troppo da dire (1804, Journal: J'ai trop à écrire, c'est pourquoi
je n'écris rien). La sua grafomania è poi come un modo di
espandere nello spazio una vita che sente minacciata di brevità nel
tempo: un lasciare «tracce di vita» su qualsiasi spazio si trovi a
portata della sua mano (commuove, tra le cose del «fondo Bucci» ora
alla Sormani di Milano, la scatola della cipria - o del tabacco -
all'interno tutta scritta). E la sua criptografia è un modo di
rendere evidenti quelle tracce nascondendole, di renderle interessanti
ed amplificate nel segreto, nella problematicità. Entrambe poi -
grafomania e criptografia - s'appartengono all'infanzia e all'
adolescenza rispettivamente: alla scoperta della scrittura e alla
interiorizzazione e reinvenzione di essa. Un bambino scrive
dovunque. E un adolescente sempre tende all'invenzione di una scrittura
«segreta».
essere un «tutt'uno» con la sua vita: la teoria dei gruppi
di sostituzioni.
Senza saperlo, senza averne coscienza, come
Stendhal Majorana tenta di non fare quel che deve fare,
quel che non può non fare. Direttamente e
indirettamente, con le loro esortazioni e col loro esempio, sono
Fermi e «i ragazzi di via Panisperna» che lo
costringono a fare qualcosa. Ma la fa come per scherzo, per
scommessa. Con leggerezza, con ironia. Con l'aria di
chi in una serata tra amici si improvvisa giocoliere,
prestigiatore: ma se ne ritrae appena scoppia l'
applauso, se ne scusa, dice che è un gioco facile a farsi, che
chiunque può fare. Oscuramente sente in ogni cosa
che scopre, in ogni cosa che rivela, un avvicinarsi alla
morte; e che «la» scoperta, la compiuta rivelazione
che la natura di un suo mistero gli assegna, sarà la
morte. È «tutt'uno» con la natura come una pianta,
come un'ape; ma a differenza di queste ha un margine,
sia pure esiguo, di gioco; un margine in cui aggirarla e
raggirarla, in cui cercare - anche se vanamente - un
valico, un punto di fuga.
Non uno di coloro che lo conobbero e gli furono
vicini, e poi ne scrissero o ne parlarono, lo ricorda
altrimenti che strano. E lo era veramente: stranio,
estraneo. E soprattutto all'ambiente di via Panisperna.
Laura Fermi dice: Majorana aveva però un carattere
strano: era eccessivamente timido e chiuso in sé. La
mattina, nell'andare in tram all'Istituto, si metteva a
pensare con la fronte accigliata. Gli veniva in mente
un'idea nuova, o la soluzione di un problema difficile,
p. 25
o la spiegazione di certi risultati sperimentali che
erano sembrati incomprensibili: si frugava le tasche, ne
estraeva una matita e un pacchetto di sigarette su cui
scarabocchiava formule complicate. Sceso dal tram se
ne andava tutto assorto, col capo chino e un gran
ciuffo di capelli neri e scarruffati spioventi sugli occhi.
Arrivato all'Istituto cercava di Fermi o di Rasetti e,
pacchetto di sigarette alla mano, spiegava la sua idea.
Ma appena gli altri approvavano, se ne
entusiasmavano, lo esortavano a pubblicare, Majorana si
richiudeva, farfugliava che era roba da bambini e che non
valeva la pena discorrerne: e appena fumata l'ultima
sigaretta (e non ci voleva molto, per lui fumatore
accanito, arrivare all'ultima delle dieci «macedonia» del
pacchetto), buttava il pacchetto - e i calcoli, e le
teorie - nel cestino. Cosí finí, pensata e calcolata prima
che Heisenberg la pubblicasse, la teoria, che da
Heisenberg prese nome, del nucleo fatto di protoni e
neutroni.
Non si può escludere (e pare anzi che un attento
esame dei suoi quaderni lo confermerebbe) ci fosse in lui
anche un certo gusto mistificatorio e teatrale: nel
senso che le teorie non gli venivano per improvvisa
folgorazione né quei calcoli che stupivano i colleghi li
faceva soltanto in tram; ed anche nel senso che
probabilmente si divertiva a versar per terra e disperdere
l'acqua della scienza sotto gli occhi di coloro che ne
erano assetati. Ma il fatto che davvero la versasse e
disperdesse, buttando nel cestino della carta straccia
teorie da premio Nobel, della cui novità e portata era
indubbiamente consapevole, ci può dare il sospetto
della mistificazione, della teatralità, per il modo in cui
p. 26
lo faceva, ma non per le ragioni. Le ragioni erano
profonde, oscure, «vitali». S'appartenevano all'istinto di
conservazione. Doppiamente, possiamo oggi dire, s'
appartenevano all'istinto di conservazione: per sé,
per la specie umana.
Questo episodio - di Majorana che prima di
Heisenberg elabora la teoria del nucleo fatto di protoni e
neutroni e non solo rifiuta di pubblicarla ma proibisce
a Fermi di parlarne in un congresso di fisica che
doveva tenersi a Parigi (a meno che - assurda condizione
- non si prestasse Fermi allo scherzo di attribuire la
teoria a un professore di elettrotecnica, italiano e forse
dell'Università di Roma, che Majorana totalmente
disistimava: e si sapeva che quel professore sarebbe
stato presente al congresso); questo episodio ci appare
come in una luce di «superstitio» profonda, di quella
da cui scatta la nevrosi: e appunto la mistificazione, la
teatralità, lo scherzo ne sono controparte - come in
ogni nevrosi. E Majorana non solo, quando la teoria
di Heisenberg viene accettata e celebrata, non
condivide il rammarico degli altri fisici dell'Istituto romano
per non averla lui tempestivamente pubblicata, ma
concepisce nei riguardi del fisico tedesco un
sentimento di ammirazione (e in ciò concorre la coscienza di sé)
e di gratitudine (e in ciò concorre la sua paura).
Heisenberg gli è come un amico sconosciuto: uno che
senza saperlo, senza conoscerlo, l'ha come salvato da un
pericolo, gli ha come evitato un sacrificio.
Questa è forse la ragione per cui facilmente cede
alle sollecitazioni di Fermi: e va in Germania, a Lipsia.
Da Heisenberg.
Qualche mese prima che Ettore partisse per la
Germania, si era finalmente chiuso per i Majorana il
mostruoso caso cui resta, negli annali giudiziarî, legato il
loro nome. Il caso Majorana. Il processo Majorana. E
lo diciamo mostruoso - sulle carte di allora, sulle
arringhe di accusa e di difesa - perché, piú del delitto da
cui prese avvio, mostruoso ci appare l'ingranaggio
ambientale e giudiziario in cui per otto anni persone
evidentemente incolpevoli si trovarono prese fino all'
annientamento, fino alla follia.
Nell'estate del 1924, in casa di Antonino Amato,
benestante catanese, un bambino - unico figlio dell'
Amato - brucia nella culla: tra il fuoco del
materassino e quello della zanzariera. Non si pensa a un
delitto se non quando dai resti della combustione viene il
sospetto e poi la certezza che del liquido
infiammabile era stato sparso. Da chi, si arriva subito a
scoprirlo: una cameriera di sedici anni, Carmela Gagliardi.
E perché un delitto cosí tremendo? La ragazza spiega:
perché mia madre si ostinava a tenermi a servizio in
casa Amato, mentre io volevo tornare a servire dai
Platania, ai quali mi ero affezionata e che mi volevano
bene. La spiegazione, appunto perché convincente,
non convince. L'enorme sproporzione tra il movente
e l'atto, tipica dei «delitti ancillari», per come un
p. 28
criminologo francese li aveva denominati e studiati,
accende il sospetto, prima che della polizia, dell'Amato.
Aveva avuto questione, per l'eredità paterna da
dividere, con le sorelle e coi cognati; e i cognati - i fratelli
Giuseppe e Dante Majorana, giuristi, persone d'
autorità e di prestigio nella città e fuori - lo avevano
legalmente costretto al risarcimento di quella parte dell'
eredità che non può essere sottratta ai figli nemmeno
dalla contraria volontà di chi la lascia e che è -
sostantivato aggettivo - «la legittima». La vicenda si era
svolta in questi termini: per una bonaria
composizione le sorelle, e cioè i cognati, avevano chiesto diciamo
cinque; il fratello aveva controfferto uno; fatto
ricorso alla legge, avevano avuto - e il fratello era stato
costretto a pagare - sette. Dalla parte delle sorelle e
dei cognati c'era stata dunque la soddisfazione di
avere avuto piú di quel che avevano chiesto. Era dalla
parte dell'Amato che poteva esserci il rancore, l'astio:
per aver pagato. E c'era senz'altro, questo sentimento,
questo risentimento, se irragionevolmente, nel dolore
per il suo bambino atrocemente morto, l'Amato lo
specchiò nelle sorelle, nei cognati: insinuando in
coloro che indagavano il sospetto che la ragazza potesse
avere agito per mandato.
Non ci volle molto a far dire a una ragazza di sedici
anni - non amata dai familiari e anzi loro vittima,
sola, smarrita, presa dalla vergogna di quel che aveva
fatto piú che dal rimorso - che aveva agito per
mandato. L'idea - fatta balenare a portata della sua mente
negli interrogatori - che l'esistenza di un mandante
attenuasse o addirittura cancellasse la sua colpa, unita
allo scatenarsi di un sentimento di vendetta nei
p. 29
riguardi dei familiari (la madre che la costringeva a servire
dagli Amato e la picchiava quando osava protestare; il
fratello che aveva tentato di violentarla; la sorella che
se ne stava ad oziare in casa, fidanzata a un giovane di
cui lei, Carmela, si era invaghita e che le mostrava una
qualche attenzione), la portarono ad accusare, ad
accusare. E per primo accusò Rosario Sciotti, il fidanzato
della sorella: che entrasse in carcere anche lui, che la
sorella non lo avesse. Era stato lo Sciotti, disse, a darle
la bottiglia del liquido infiammabile da spargere nella
culla. Ed erano stati il fratello e la madre a costringerla
ad obbedire allo Sciotti.
Ma agli inquirenti non bastava. Lo Sciotti,
benissimo, aveva dato mandato a lei; le aveva consegnato
la bottiglia (di vetro bianco, da un quarto di litro,
piena di un liquido che pareva all'odore petrolio). Ma da
chi aveva avuto mandato, lo Sciotti, se personalmente
non aveva motivo alcuno di volere la morte del
bambino?
Sussurrato da ogni parte, la ragazza coglie un nome:
Majorana. Ma Giuseppe o Dante, quale dei due
cognati dell'Amato? Ci sono giorni, crediamo
addirittura mesi, di indecisione. Poi la scelta cade su Dante.
Si arresta lo Sciotti. Si arrestano Giovanni
Gagliardi, fratello di Carmela, e la madre, Maria Pellegrino.
Negano. Disperatamente continuano a negare. E
fintanto che loro negano, è impossibile arrestare il
Majorana.
Passano i mesi, gli anni. In carcere, i tre fanno le
loro amicizie, trovano i loro consiglieri. Consiglieri
non disinteressati, se la difesa Majorana
esplicitamente accusò l'Amato di aver fatto nel carcere, per tramite
p. 30
della malavita catanese, opera di facile corruzione. E
furono persuasi - lo Sciotti, il Gagliardi, la Pellegrino
- ad arrendersi alle accuse della ragazza. Ed ecco che,
nell'incombere del processo che avrebbe dato loro l'
ergastolo, si dichiarano colpevoli e inesauribilmente si
abbandonano a far nomi di complici, di istigatori, di
mandanti. Una lunga catena. E al primo anello, Dante
e Sara Majorana. I quali non solo, a parola dello
Sciotti, gli avevano commissionato il delitto, ma anche gli
avevano consegnato la bottiglia del liquido
infiammabile: verdognola, e piena di benzina. Come la bottiglia
fosse poi diventata bianca, passando in mano a
Carmela, e odorando piú di petrolio che di benzina; e
come, contraddicendo entrambi, dall'analisi dei residui
della combustione, i periti avessero certificato l'
impiego di alcool denaturato - questo nodo polizia e giudici
d'istruzione non si curarono mai di scioglierlo.
E qui bisogna riconoscere che, per quanto non
disinteressati, i carcerati legulei che persuasero lo
Sciotti, il Gagliardi e la Pellegrino ad accusarsi e ad
accusare, diedero in effetti - tecnicamente, a parte ogni
considerazione morale - l'unico consiglio che valesse
a sbloccare la loro disperata situazione. Inchiodati
dalle accuse della ragazza (ritenute veritiere
doppiamente, in ordine a due criteri che possiamo dire consueti
nell'amministrazione della giustizia: che i minori in
età, e specialmente i bambini, sempre dicono la verità;
e che un imputato o un testimone è piú facile menta
nella prima dichiarazione che nella seconda), altra
salvezza per loro non c'era che accusare, che coinvolgere
quante piú persone potevano: fino al parossismo, fino
all'assurdo. Soltanto raggiungendo l'assurdità il
p. 31
processo poteva - enorme mongolfiera - ricadere sul
terreno del buon senso, della verità.
E cosí fu. Dal 4 aprile al 13 giugno del 1932 -
Dante e Sara Majorana da tre anni in carcere, gli altri da
otto; e Giovanni Gagliardi era intanto impazzito - la
Corte d'Assise di Firenze tornò a quel piccolo grumo
di verità, alla miserabile (commiserabile) verità del
«delitto ancillare». Disperatamente piangendo, ormai
donna, Carmela Gagliardi per la seconda volta, dopo
otto anni, la confessò: Io sola sono colpevole. E
soltanto il suo pianto, il suo rimorso, ricordarono che al
centro di quel labirinto di odio, di menzogna, di
disperazione, c'era il piccolo Cicciuzzu Amato, il bambino
bruciato nella culla.
Laura Fermi dice: Majorana aveva continuato a
frequentare l'Istituto di Roma e a lavorarvi
saltuariamente, nel suo modo peculiare, finché nel 1933 era
andato per qualche mese in Germania. Al ritorno non
riprese il suo posto nella vita dell'Istituto; anzi, non
volle piú farsi vedere nemmeno dai vecchi compagni.
Sul turbamento del suo carattere dovette certamente
influire un fatto tragico che aveva colpito la famiglia
Majorana. Un bimbo in fasce, cugino di Ettore, era
morto bruciato nella culla, che aveva preso fuoco
inspiegabilmente. Si parlò di delitto. Fu accusato uno
zio del piccino e di Ettore. Quest'ultimo si assunse la
responsabilità di provare l'innocenza dello zio. Con
grande risolutezza si occupò personalmente del
processo, trattò con gli avvocati, curò i particolari. Lo zio
fu assolto; ma lo sforzo, la preoccupazione continua,
Il ricordo è impreciso. Nessuna parentela tra Ettore
Majorana e il bambino. La culla non aveva preso fuoco
inspiegabilmente. Il giovanissimo Ettore non si
assunse - né poteva, appunto perché giovanissimo e
considerando la struttura di una famiglia siciliana - il ruolo
di investigatore, di coordinatore, di guida del
collegio di difesa. Avrà, senza dubbio, «meditato»
(espressione che ricorre nelle sue lettere quando parla di una
qualche difficoltà da superare) sul problema: ma
proprio nel porselo come problema è da credere riuscisse
a vivere il caso con piú distacco e minore ansietà degli
altri familiari. Che poi delle sue deduzioni, della sua
soluzione del problema, gli avvocati si avvalessero, è
del tutto improbabile. Quasi tutti «principi del foro»
- e l'unico che non lo fosse era Roberto Farinacci: ma
la sua nullità professionale era ad usura compensata
dalla temibilità politica - c'è da immaginarsi con
quale freddezza o addirittura spregio avrebbero accolto
ogni «profano» suggerimento.
Nel ricordo di Laura Fermi si nota anche una certa
indecisione a collocare nel tempo l'episodio: se prima
o dopo il viaggio di Ettore in Germania. Ma appunto
perché tutto si era concluso prima noi possiamo dire,
sulle lettere dalla Germania oltre che sulle
testimonianze dei familiari, che l'avvenimento, per quanto
lungamente avesse tenuto in pena ed ansietà tutta la
famiglia, non aveva lasciato in Ettore Majorana -
come invece tendono a credere, con Laura Fermi, quelli
che gli erano stati vicini nell'Istituto romano - traccia
La tentazione di avanzare l'ipotesi che queste
imprecisioni, queste incertezze, abbiano una profonda
ragione e funzione, è piuttosto forte. Rifuggendo, coloro
che gli furono vicini e «ricordano», dall'idea che
Ettore Majorana possa, nella scienza che maneggiava e
calcolava, nella scienza che «portava», aver visto
(intravisto, previsto) qualcosa di terribile, qualcosa di
atroce, una immagine di fuoco e di morte: ecco quel
che a livello di coscienza e di competenza rifiutano di
ammettere, che recisamente negano, riemergere in una
specie di lapsus della memoria, in un vero e proprio
qui pro quo, in un oscuro «questo per quello». Si
trovano cosí ad avvicinare Ettore Majorana ad una
immagine che allude a «quell'altra»; ad una immagine che
emblematicamente, simbolicamente, contiene «quell'
altra».
Il bambino bruciato nella culla. L'immagine ha, per
dirla con una espressione che s'appartiene alla fisica
nucleare e alle ricerche di Majorana, una «forza di
scambio» incontenibile. E non soltanto per coloro che
hanno vissuto la storia delle ricerche nucleari e ne
L'incontro con Heisenberg crediamo sia stato il piú
significativo, il piú importante, che Majorana abbia
fatto nella sua vita: e piú sul piano umano che su
quello della ricerca scientifica. E si capisce: per quel che
della sua vita documentatamente sappiamo, poiché di
quel che non sappiamo siamo portati a immaginare un
altro e piú importante incontro.
A Lipsia arriva il 20 gennaio del 1933. Brutta città,
ma gli basta andare all'Istituto di Fisica per scoprirla
simpatica. Il 22 scrive alla madre: All'Istituto di
Fisica mi hanno accolto molto cordialmente. Ho avuto
una lunga conversazione con Heisenberg che è
persona straordinariamente cortese e simpatica. (Nella
stessa lettera dice della posizione ridente dell'Istituto: fra
il cimitero e il manicomio). Il 14 febbraio, ancora alla
madre: Sono in ottimi rapporti con Heisenberg. E il
18 dello stesso mese, al padre: Ho scritto un articolo
sulla struttura dei nuclei che a Heisenberg è piaciuto
molto benché contenesse alcune correzioni a una sua
teoria. Quattro giorni dopo, alla madre: Nell'ultimo
«colloquio», riunione settimanale a cui partecipano
un centinaio tra fisici, matematici, chimici, etc.,
Heisenberg ha parlato della teoria dei nuclei e mi ha
fatto molta réclame a proposito di un lavoro che ho fatto
qui. Siamo diventati abbastanza amici in seguito a
Di Heisenberg scrive quasi in ogni lettera. Il 28
febbraio, al padre, dice che si deve fermare ancora per due
o tre giorni a Lipsia, prima di andare a Copenaghen,
perché ha bisogno di chiacchierare con Heisenberg:
La sua compagnia è insostituibile e desidero
approfittare finché egli rimane qui. Il chiacchierare riaffiora in
una lettera di tre mesi dopo: Heisenberg, dice, ama le
mie chiacchiere e mi insegna pazientemente il tedesco.
L'uso di queste espressioni - chiacchierare,
chiacchiere - crediamo abbia una duplice funzione: quella,
certa, di sminuire, di degradare, gli argomenti di cui
tratta con Heisenberg (atteggiamento che tiene
costantemente nei riguardi della scienza e che dimostra in
effetti un contrario sentimento); e quella, probabile, di
Se con Heisenberg avesse parlato di letteratura o di
problemi economici, di battaglie navali o di
scacchistica, cose che lo appassionavano e alle quali
speculativamente spesso si applicava, non sarebbe stato un
chiacchierare. Parlava, certamente, di fisica nucleare. Ma,
altrettanto certamente, in modo diverso, con diverse
implicazioni, di come avrebbe potuto (ed
evidentemente non voleva) parlarne con Fermi o con
Bohr, coi
fisici dell'Istituto di Lipsia o con quelli dell'Istituto
romano. Con gli altri fisici, il suo tipo di
comunicazione ideale era quello che aveva stabilito all'Istituto di
Roma, e proseguito a Lipsia, con l'americano
Feenberg: Majorana non parlava l'inglese e Feenberg non
parlava l'italiano, ma stavano sempre assieme,
studiavano allo stesso tavolo; e comunicavano, mostrandosi
qualche formula scritta su di un pezzo di carta,
soltanto a lunghi intervalli (Amaldi). Con Heisenberg, il
rapporto era del tutto diverso. E la ragione crediamo
di intravederla, retrospettivamente, nel fatto che
Heisenberg viveva il problema della fisica, la sua ricerca
di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di
pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo.
Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per
mettere le mani avanti), conosce la storia dell'atomica,
della bomba atomica, è in grado di fare questa
semplice e penosa constatazione: che si comportarono
liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per
condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono
da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece
godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono
liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la
fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la
fecero o la fecero - il che verrebbe a limitare la questione
alle possibilità pratiche di farla che quelli non avevano
e questi invece avevano - ma precipuamente perché
gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia;
mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con
punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a
punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni (la
cui piú che possibile inosservanza avrebbe almeno
attenuato la loro responsabilità), la consegnarono ai
politici e ai militari. E che gli schiavi l'avrebbero
consegnata a Hitler, a un dittatore di fredda e atroce follia,
mentre i liberi la consegnarono a Truman, uomo di
«senso comune» che rappresentava il «senso
comune» della democrazia americana, non fa differenza: dal
momento che Hitler avrebbe deciso esattamente come
Truman decise, e cioè di fare esplodere le bombe
disponibili su città accuratamente, «scientificamente»
scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico;
città della cui totale distruzione si era potuto far calcolo
(tra le «raccomandazioni» degli scienziati: che l'
obiettivo fosse una zona del raggio di un miglio e di dense
Tra quelli che avrebbero potuto fare per Hitler l'
atomica, Werner Heisenberg era senz'altro il piú
importante. I fisici che lavoravano a farla in America
credevano, fino all'ossessione, che stesse facendola: e uno
di loro, al seguito delle avanguardie americane
delegato alla caccia dei fisici tedeschi, nell'idea che dove
era Heisenberg doveva anche esserci l'officina dell'
atomica, lo cercò poi febbrilmente in tutta quella parte
¹ La struttura organizzativa del «
Manhattan Project» e il luogo
in cui fu realizzato per noi si sfaccettano in immagini di
segregazione e di schiavitú, in analogia ai campi di annientamento
hitleriani. Quando si maneggia, anche se destinata ad altri, la morte
- come la si maneggiava a Los Alamos - si è dalla parte della morte
e nella morte. A Los Alamos si è insomma ricreato quello appunto
che si credeva di combattere. Il rapporto tra il generale Groves,
amministratore con pieni poteri del «Manhattan Project», e il
fisico Oppenheimer, direttore dei laboratori atomici, è stato di fatto
il rapporto che frequentemente si istituiva nei campi nazisti tra
qualcuno dei prigionieri e i comandanti. Per questi prigionieri, il
«collaborazionismo» era un modo diverso di esser vittime,
rispetto alle altre vittime. Per gli aguzzini, un modo diverso di essere
aguzzini. Oppenheimer è infatti uscito da Los Alamos annientato
quanto un prigioniero «collaborazionista» dal campo di sterminio
di Hitler. Il suo dramma - che non ci commuove affatto, a cui
soltanto riconosciamo un valore di parabola, di lezione, di
ammonizione per gli altri uomini di scienza - è propriamente il dramma,
vissuto a livello individuale, soggettivo, di un nefasto
«collaborazionismo» che molte migliaia di persone hanno vissuto (nel senso
che ne sono morte) oggettivamente, in quanto ne sono stati
oggetto, bersaglio. E speriamo che altre e piú vaste vendemmie di morte
non vengano da questo, non ancora infranto, «collaborazionismo».
¹ Benché Majorana dia altri dettagli del rimbambimento di Bohr,
il fatto che gli alleati abbiano fatto tanto, durante la guerra,
per portarlo via dalla Danimarca occupata dai tedeschi, dimostra
che proprio rimbambito non era. Forse sembravano sconfinare nel
rimbambimento le sue continue ed eccessive distrazioni.
Comunque, in un mondo piú umano, piú attento e
piú giusto nella scelta dei suoi valori, dei suoi miti, la
figura di Heisenberg piú dovrebbe e nobilmente aver
spicco di altre che nel campo della fisica nucleare
operarono negli stessi suoi anni - piú di coloro che la
bomba la fecero, la consegnarono, con esultanza accolsero
la notizia degli effetti e soltanto dopo (ma non tutti)
ne ebbero smarrimento e rimorso.
In Germania, sollecitato da Heisenberg, aveva
pubblicato sulla Zeitschrift für Physik il lavoro sulla
teoria del nucleo di cui parla in una delle lettere. Non fece
altro. Né altro aveva da apprendere che il tedesco.
Di quel che avviene in quei mesi in Germania -
Hitler al potere, le leggi razziali e antisemite, la
catastrofica situazione economica, la propizia al nazismo
indifferenza della gente - è osservatore apparentemente
impassibile. Quando si lascia andare a un giudizio, è
di generica ammirazione per la Germania, per la sua
efficienza. Ovviamente, se consideriamo che aveva
ventisei anni e che era cresciuto nel clima e nelle
illusioni del fascismo, tutto quello che si dice dell'Italia
da parte di Hitler e dei giornali tedeschi -
ammirazione per il fascismo, per Mussolini, per i progressi del
paese - non può non toccarlo. Ma da questo a dire,
come è stato detto, che fu entusiasta del nazismo, c'è
differenza. Siamo nel 1933. E in Italia gli antifascisti
è possibile incontrarli soltanto in carcere. Quattro
anni prima c'era stata la «conciliazione» tra Stato e
Chiesa: i cattolici avevano sciolto le loro riserve nei
riguardi del fascismo, i vescovi benedivano i gagliardetti e
proclamavano Mussolini «uomo della Provvidenza».
L'anno prima anche Pirandello aveva montato la
guardia alla mostra del decennale della «rivoluzione
Bisogna poi tener conto che le lettere provenienti da
altri paesi frequentemente venivano aperte e lette, se
non regolarmente; e se qualcosa c'era di contrario al
fascismo o a cui si poteva dare in tal senso
interpretazione, venivano fermate o copiate e, quando non ne
Non pare ci sia una sola vibrazione d'entusiasmo, in
questo quadro. L'impassibilità, che crediamo voluta,
gli conferisce anzi una tetraggine che invano
cercheremmo in altre testimonianze di quel periodo (che non
siano, si capisce, di avversari dichiarati del nazismo).
E in quanto al riconoscimento della necessità storica
¹ In una precedente lettera nettamente aveva scritto: La
situazione politica interna appare permanentemente catastrofica, ma
non mi sembra che interessi molto la gente. Nella stessa lettera,
caricaturalmente delinea la figura di un ufficiale dell'esercito che
non può fare un movimento senza sbattere insieme con forza i
talloni: pronto sempre ad accendergli la sigaretta, ma appunto tanta
meccanica cortesia gli impedí per tutto un viaggio di scambiare
altre parole che i saluti.
Ma su questo dettaglio - delle impressioni di
Majorana di fronte al nazismo - ci siamo soffermati
alquanto gratuitamente. Per l'uomo che Majorana era, non
conta poi molto che si sia lasciato o no ingannare dalla
propaganda nazista. In ogni caso, si sarebbe trattato
di un inganno. Ma non si è lasciato ingannare - o
almeno non nella misura in cui altri, piú di lui avvertiti,
piú di lui maturi, si sono (a dar loro credito di
buonafede) lasciati ingannare.
Dalla Germania, torna a Roma nei primi di agosto.
Nei giorni che precedono la sua partenza da Lipsia,
c è uno scambio di lettere con la madre sul fatto che a
casa si troverà solo, poiché tutta la famiglia si prepara
a partire per Abbazia. La madre se ne preoccupa, si
propone di tornare a Roma: piccolo ricatto per
convincerlo a raggiungerli ad Abbazia. Ma lui non cede:
Mi daresti un dispiacere inutile se intraprendessi un
viaggio cosí lungo e faticoso senza alcuno scopo e
alcuna giustificazione. Ma io non intendo cambiare il
mio programma per il timore che tu mandi ad effetto
una minaccia cosí irragionevole. Non è,
evidentemente, un «mammista» (e bisognerebbe tenerne conto, se
mai si volesse banalmente psicanalizzarlo).
Premuroso, affettuoso, apprensivo nei riguardi di tutti i
familiari e particolarmente della madre: ma nelle sue
decisioni, piccole o grandi che siano, irremovibile.
Torna dunque da Lipsia forse con un programma di
lavoro, ma certamente vagheggiando la solitudine. E
dal momento in cui torna a Roma, da quell'agosto
romano in cui certo sarà riuscito a spuntarla a restare
solo in casa, ad essere come solo nella città, farà di
tutto per vivere, pirandellianamente, da «uomo solo».
Per quattro anni - dall'estate del '33 a quella del
'37 - raramente esce di casa e ancora piú raramente si
Majorana evitava accuratamente ogni discorso sulla
fisica. Parlava di flotte e battaglie navali, di medicina,
di filosofia. Gli interessi filosofici, che erano sempre
stati vivi in lui, si erano fortemente accentuati. Ma il
non voler parlare di fisica appunto dimostra che non
l'aveva abbandonata, e anzi che ne era ossessionato.
Nessuno di noi - dice ancora Amaldi - riuscí però mai
a sapere se facesse ancora della ricerca in fisica teorica;
penso di sí, ma non ne ho alcuna prova.
Lavorava molto, per un numero di ore del tutto
eccezionale. A che cosa lavorava, se di tutto quel periodo
restano la Teoria simmetrica dell'elettrone e del
positrone, da lui pubblicata nel '37, e il saggio sul Valore
delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali,
pubblicato quattro anni dopo la sua scomparsa?
Coloro che sono dell'opinione che non facesse piú nulla
nel campo della fisica, possono anche avere ragione;
ma alla pari con coloro che sono dell'opinione
esattamente opposta. Scriveva per ore, per molte ore del
giorno e della notte: e che scrivesse di fisica o di
filosofia, il fatto è che di tutte quelle carte restarono due
soli, brevi scritti. Indubbiamente, distrusse tutto
poco prima di scomparire: casualmente lasciando, o
volontariamente, il saggio che Giovanni Gentile junior
pubblicherà nel numero febbraio-marzo 1942 della
La sorella Maria ricorda che Ettore, in quegli anni,
Ma fermandoci a quel che per sicure, concordi
testimonianze sappiamo: ed è che Ettore Majorana si
comporta in quegli anni da uomo «spaventato». Versi di
Eliot o di Montale potrebbero aiutarci a definire il suo
«spavento»; personaggi di Brancati a motivarlo
psicologicamente. E pensiamo, si capisce, a quei
personaggi marginali, come Ermenegildo Fasanaro nel
Bell'Antonio, che sentono lo spavento di quella specie di
«fissione umana», di scatenarsi dell'energia del male
nell'uomo, che avviene (1939-1945) sotto i loro
occhi; e specialmente pensiamo al protagonista del
racconto La cimice, cui ci rimanda un dettaglio riferito
da Amaldi: che Majorana si era lasciato crescere i
capelli in modo anormale (allora: ma alla normalità di
lasciarsi oggi crescere i capelli non corrisponde un piú
diffuso, un piú generale «spavento»?), al punto che
un amico gli mandò a casa, nonostante le sue proteste,
un barbiere.
Esaurimento nervoso, dicono concordemente i
testimoni (e lo dissero anche i medici di famiglia); e
alcuni sarebbero costretti a parlare di follia, se non
disponessero di questo delicato, «moderno» eufemismo.
Ma l'esaurimento nervoso o la follia non sono porte
Come a dire che ben gli stava.
Per un ripicco, per un puntiglio, aveva dunque fatto
scattare un meccanismo in cui era rimasto come
intrappolato. E questo si può senz'altro ammettere: che si
sentisse ormai in trappola - nella trappola di una
«normalità» che lo costringeva ad andare avanti, a
pubblicare, a tenersi a quel livello di «chiara fama» per cui
era stato chiamato alla cattedra; a fare, insomma, con
regolarità e continuità, quello che sempre aveva
cercato di evitare e negli ultimi anni decisamente evitato,
come per una definitiva rinuncia. Non poteva ormai
non stare alla pari di un Fermi.
Certo, sentiva anche il disagio di dover insegnare:
parlare, comunicare, esporsi. Ma dalle lettere ai
familiari e dai ricordi della sorella e di chi in quel periodo
lo avvicinò, non pare che l'insegnamento gli desse
particolari traumi. Pochi seguivano il suo corso, il che
doveva essere per lui ragione di sollievo; e uno solo
con attenzione, con interesse: ed era sufficiente
ragione di conforto.
La sua vita a Napoli, in quei primi tre mesi del
1938, si svolge tra l'albergo e l'Istituto di Fisica. Con
Carrelli, direttore dell'Istituto, dopo la lezione si
intratteneva lungamente, parlando di fisica. Benché
evitasse di parlarne, anche per accenni, Carrelli aveva
Faceva qualche passeggiata solitaria sul lungomare
e si dedicava alla ricerca di una pensione a cui
trasferirsi dall'albergo. Stranamente, nonostante i buoni
indirizzi che dice di avere avuto e nonostante il 22
gennaio annunci alla madre il suo prossimo trasferimento
dall'albergo alla pensione, pare non riuscisse a
trovarla, se in febbraio lascia l'albergo Terminus per il
Bologna: piú pulito, piú confortevole. E qui insorge il
nostro primo dubbio, il nostro primo sospetto: che
appunto in gennaio l'avesse trovata e che da allora,
preparandosi a scomparire, tra la pensione e l'albergo
facesse doppia vita. Perché la sua scomparsa noi la
vediamo come una minuziosamente calcolata e
arrischiata architettura; qualcosa di simile alla beffa
architettata da Filippo Brunelleschi a danno del
Grasso
Legnaiuolo. Una di quelle costruzioni leggere ed aeree
che basta «un niente» a farle crollare, ma appunto si
reggono perché quel «niente» è stato calcolato. Certo,
al di là del calcolo, ci sono gli imponderabili, gli
imprevedibili: la beffa, a che riuscisse in pieno. non
dipendeva, come per la cupola di Santa Maria del Fiore,
soltanto dal calcolo, dalla perizia, dalla vigilanza di ser
Filippo; ci voleva anche della fortuna, come in ogni
cosa in cui l'imprevedibile può aver gioco e sdirupare
il tutto. E la fortuna non mancò a Brunelleschi. Ma
apparirebbe cinico il dire che forse non mancò nemmeno
a Ettore Majorana: il fatto è però che lui, da morto o
da vivo, nel suicidio o nella fuga, voleva scomparire;
e tutti quegli imprevedibili che non scattarono a farlo
ritrovare sono dunque da vedere, per quel che lui
Ma andiamo per ordine. È da notare intanto che per
le due lezioni settimanali che teneva all'Università, lo
stare a Napoli non era poi necessario, considerando
che aveva casa a Roma. Indubbiamente lo stare in
albergo, piú solo di quanto non riuscisse ad essere in
famiglia, gli piaceva. Dalle lettere da Napoli si nota
anche, rispetto a quelle dalla Germania, un che di piú
distaccato, di piú lontano, nei rapporti coi familiari:
e specialmente si noterà nell'ultimo messaggio. Forse
nella «normale» contentezza dei familiari per la sua
ritrovata o trovata «normalità», nel loro orgoglio per
l'eccezionale riconoscimento che gli era stato
tributato con la nomina per «chiara fama», egli ravvisava
e nella sua esasperata sensibilità ingrandiva, un
elemento di incomprensione. Comunque, a Napoli aveva
fatto un altro passo verso la compiuta solitudine cui
aspirava. Gliene restava da fare un altro ancora,
definitivo.
A questo passo, a risolverne le difficoltà e ad
assicurarsene l'esito, crediamo abbia «meditato»
lungamente. Quasi certamente apocrifa, la frase che si
attribuisce a Bocchini - i morti si trovano, sono i vivi che
possono scomparire - si attaglia perfettamente al caso,
ma con l'aggiunta che soltanto i vivi intelligenti
possono scomparire senza lasciar traccia o, lasciandone
inevitabilmente qualcuna, fare previsione giusta,
esatto calcolo, dell'errata valutazione che ne faranno gli
altri e di come maldestramente sarà seguita. Gli altri
- e cioè la polizia. E qui crediamo che a Majorana,
per un giudizio sulla polizia che rimandiamo a quello
di Bergotte sul professor Cottard, sia valsa l'
La sera del 25 marzo, Ettore Majorana partiva col
«postale» Napoli-Palermo, alle 22,30. Aveva
impostata una lettera per Carrelli, direttore dell'Istituto di
Fisica, e una ne aveva lasciata in albergo indirizzata ai
familiari. Perché non avesse impostata anche questa,
è facile capirlo: aveva calcolato come si dovevano
svolgere, ed effettivamente si svolsero, le cose; e in modo
che i familiari ricevessero non brutalmente la notizia,
ma per gradi. Le lettere sono già note, da quando il
professor Erasmo Recami, un giovane fisico che si
occupa delle carte di Majorana alla Domus Galileiana, le
ha pubblicate. Ma crediamo sia necessario rileggerle.
Quella diretta a Carrelli: Caro Carrelli, Ho preso una
decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa
un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle
noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare
a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di
perdonarmi, ma sopra tutto per aver deluso tutta la
fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai
dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a
coloro che ho imparato a conoscere e ad apprezzare nel
tuo Istituto, particolarmente a Sciuti; dei quali tutti
conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di
questa sera, e possibilmente anche dopo.
Che vuol dire non vi è in essa un solo granello di
egoismo, se non che la decisione veniva da tutt'altro
Ci deve essere in questo numero - undici - un
qualche mistero, un qualche messaggio. Forse un
matematico, un fisico, un esperto di cose marittime,
potrebbero tentare di decifrarlo. A meno che Majorana non
l'avesse messo lí appunto perché si credesse a un'
intenzione, a un messaggio: e per un po'noi abbiamo
creduto che lui avesse calcolato l'ora in cui, per i
movimenti del mare nel golfo di Napoli, il suo corpo non
si sarebbe piú ritrovato.
Abbiamo visto altre lettere di suicidi: e in tutte c'è,
anche nella grafia, un'alterazione piú o meno forte,
sempre. Un che di scomposto, di caotico. Nelle due di
Majorana c'è invece un ordine, un preordine, una
Ed ecco la lettera, se lettera si può chiamare, ai
familiari: Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di
nero. Se volete inchinarvi all'uso, portate pure, ma per
non piú di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo
ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.
Anche qui un numero: tre. 3, 11, 3 + 11 = 14.
Possono avere un significato, questi numeri? Non
sappiamo di numeri, sappiamo di parole. E di parole, nel
breve messaggio, ce ne sono due che avranno ferito:
se potete.
Carrelli non aveva ancora ricevuto la lettera quando
un telegramma urgente di Majorana, da Palermo, lo
pregava di non tenerne conto. Ebbe poi la lettera, capí
il senso del telegramma, telefonò a Roma ai Majorana.
Gli arrivò poi un'altra lettera di Ettore, da Palermo,
su carta intestata del Grand Hotel Sole: Caro Carrelli,
Spero ti siano arrivati insieme il telegramma e la
lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'
albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso
foglio. Ho però intenzione di rinunziare all'
insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché
il caso è differente. Sono a tua disposizione per
ulteriori dettagli.
La lettera è del 26 marzo. Secondo gli accertamenti
della polizia, la sera dello stesso giorno, alle sette,
Che il viaggio fosse stato effettuato fino allo sbarco
a Napoli, lo diceva il biglietto di ritorno che era stato
consegnato e si trovava alla direzione della
«Tirrenia». Che nella cabina, corrispondente a quella
assegnata dal biglietto a Ettore Majorana, avesse viaggiato
una persona che poteva essere lui, lo diceva il
professor Vittorio Strazzeri, che aveva passato la notte nella
stessa cabina.
Dai biglietti riconsegnati, risultava che in quella
cabina avevano viaggiato l'inglese Carlo Price, Vittorio
Strazzeri ed Ettore Majorana. Impossibile rintracciare
il Price; ma fu facile arrivare al professor Strazzeri,
docente all'Università di Palermo.
Sollecitato da una lettera del fratello di Ettore (alla
quale, è ovvio pensarlo, sarà stata acclusa una
fotografia), il professor Strazzeri esprime due dubbi: di
avere effettivamente viaggiato con Ettore Majorana e
che «il terzo uomo» fosse un inglese. Ha comunque
una assoluta convinzione: se la persona che ha
viaggiato con me era suo fratello, egli non si è soppresso
almeno fino all'arrivo a Napoli. In quanto all'inglese,
non mette in dubbio che si chiamasse Price, ma
parlava italiano come noi, gente del sud ed aveva modi
piuttosto rozzi, da negoziante o giú di lí. Siamo
davvero al «terzo uomo». Ma il problema non è di
Ma al di qua o al di là di ogni ipotesi, resta
significativo il fatto che il professor Strazzeri non è per niente
sicuro di aver viaggiato con Ettore Majorana ed è
invece sicuro che la persona che poteva essere Majorana
è sbarcata a Napoli. È tanto sicuro che suggerisce al
fratello di cercarlo in qualche convento: è capitato
altre volte, dice, che persone non molto religiose si
siano chiuse in un convento - e in ciò è evidente il suo
pregiudizio che un uomo di scienza non può che essere
La lettera del professor Strazzeri, il suo
suggerimento a cercare nei conventi, è del 31 maggio. Ma
abbiamo visto che già il 16 aprile Giovanni Gentile
suggeriva a Bocchini una ricerca nei conventi: e certo per
suggerimento dei familiari.
Il 17 luglio, nella rubrica Chi l'ha visto? del piú
popolare settimanale italiano, La Domenica del
Corriere, veniva fuori una piccola fotografia e una
descrizione dello scomparso Ettore Majorana: Di anni 31,
alto metri 1,70, snello, con capelli neri, occhi scuri,
una lunga cicatrice sul dorso di una mano. Chi ne
sapesse qualcosa è pregato di scrivere al R. P.
Marianecci, Viale Regina Margherita 66, Roma. Ne sapeva
qualcosa il Superiore della Chiesa detta del Gesú
Nuovo, a Napoli: disse che negli ultimi giorni di marzo o
nei primi di aprile, un giovane, che con minimo
margine di incertezza riconosceva nella fotografia di
Ettore Majorana, si era presentato a lui chiedendo di
essere ospitato in un ritiro per fare esperimento di vita
religiosa. La proprietà della frase, corrispondente alla
prassi, fa pensare che il giovane quella prassi non
ignorasse. L'essersi presentato ai gesuiti, che ci fossero
delle ragioni di affezione o di consuetudine. Ed Ettore
Majorana era stato alunno del «Convitto Massimo»
Il Superiore, reso diffidente dall'agitazione che il
giovane non riusciva a nascondere, disse che sí, era
possibile; ma non subito. Che ritornasse. Ma non
ritornò.
Gli ultimi di marzo, i primi di aprile. Prima della
partenza per Palermo e delle lettere che annunciavano
il suicidio o dopo, al ritorno a Napoli? Perché a
Napoli, stando alla testimonianza dell'infermiera, tornò:
anche se non col «postale» del 27 marzo. E l'
infermiera non era una qualsiasi infermiera, una che lo
conosceva appena e gratuitamente, come accade, si
intrufolava nella vicenda: era la sua infermiera, quella di
cui parla in una lettera alla madre e che gli aveva dato
buoni indirizzi per la pensione che cercava. La sua
testimonianza era in effetti l'unico elemento
imponderabile, imprevedibile, che fosse scattato a rompere
quello che crediamo il disegno, l'organizzazione, che
Majorana aveva fatto della propria scomparsa: e se vi
si fosse aggiunto l'imponderabile, l'imprevedibile, di
una polizia che la prendesse sul serio, forse non
staremmo a fare ipotesi sulla scomparsa di Majorana. Ma
ponderabile e prevedibile era che la polizia non vi
facesse caso, che relegasse la sua testimonianza tra le
I familiari credettero all'infermiera e credettero che
il Superiore del Gesú Nuovo avesse visto Ettore dopo
il 27 marzo. Tutti i familiari, riteniamo, fino a un
certo punto nel tempo: la madre sempre, fino alla morte;
e lo ricordò nel testamento col lasciargli - per quando
tornerà - la parte che dell'eredità gli spettava. E noi
siamo convinti che avesse ragione.
La sua lettera a Mussolini non delira di amore
materno e di speranza: dice cose oggettivamente vere ed
esatte. E specialmente questa, che ne è il centro: Fu
sempre savio ed equilibrato e il dramma della sua
anima o dei suoi nervi sembra dunque un mistero. Ma
una cosa è certa, e l'attestano con grande sicurezza
tutti gli amici, la famiglia, ed io stessa che sono la madre:
non si notarono mai in lui precedenti clinici o morali
che possano far pensare al suicidio; al contrario, la
serenità e la severità della sua vita e dei suoi studi
permettono, anzi impongono, di considerarlo soltanto
come una vittima della scienza.
Altre cose assolutamente sensate, che sarebbero
rimaste sensate anche se passate al vaglio della
mentalità poliziesca, la madre dice in quella lettera: di
cercarlo nelle campagne, in qualche casa di contadino
dove piú lungamente poteva far durare il denaro che
aveva portato con sé, e di segnalare ai consolati il numero
del passaporto e il fatto che gli scadesse in agosto...
Perché, altro elemento da tener presente contro la
tesi del suicidio, Ettore Majorana portò con sé
Ce n'è poi un'altra, piú complicata: che l'
incongruenza di un suicida che portasse con sé quanto piú
denaro poteva e il passaporto, servisse ad alimentare
nella madre l'illusione di crederlo ancora vivo, la
speranza che non si fosse suicidato. Ma è contraddetta,
questa spiegazione, da quella raccomandazione a non
portare abiti da lutto o di portarne soltanto qualche
segno per non piú di tre giorni, i tre giorni del «lutto
stretto» siciliano. Chiaramente, voleva che si credesse
alla sua morte.
Preparandosi a «una» morte o «alla» morte,
preparandosi a una condizione in cui dimenticare,
dimenticarsi ed essere dimenticato (che è della morte vera e
propria ma può anche essere della morte soltanto
anagrafica, se si ha l'accortezza o la vocazione di non
tornare a intricarsi con «gli altri», di guardare alla loro
vita e ai loro sentimenti con l'occhio di un
entomologo; accortezza o vocazione di cui mancò del tutto
Mattia Pascal ed ebbe invece, piú di vent'anni dopo,
Vitangelo Moscarda: e ricordiamo questi due
personaggi pirandelliani anche per il fatto che a livello
giornalistico e televisivo è stata data per certa un'
affezione, come a modello, di Ettore Majorana a Mattia
Pascal; mentre piú si confaceva alle sue aspirazioni il
protagonista di Uno, nessuno e centomila); preparando
dunque la propria scomparsa, organizzandola,
calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana in
contraddizione, in controparte, in contrappunto la
coscienza che i dati della sua breve vita, messi in
relazione al mistero della sua scomparsa, potessero
costituirsi in mito. La scelta - di apparenza o reale della
«morte per acqua», è indicativa e ripetitiva di un
mito: quello dell'Ulisse dantesco. E il non far ritrovare
il corpo o il far credere che fosse in mare sparito, era
un ribadire l'indicazione mitica. Già lo scomparire ha
Nato in questa Sicilia che per piú di due millenni
non aveva dato uno
scienziato, in cui l'assenza se non
il rifiuto della scienza era diventata forma di vita, il
suo essere scienziato era già come una dissonanza¹ Il
¹ Ovviamente, l'affermazione non vuole essere apodittica nel
senso che in Sicilia per piú di due millenni non è venuto fuori uno
scienziato perché i siciliani sono negati alla scienza. Una simile
affermazione da parte nostra sempre presuppone delle ragioni
storiche: e tra queste la presenza - piú lunga, piú continua, piú
invadente e capillare che in altre regioni d'Italia - dell'Inquisizione,
dell'Inquisizione spagnola. Ragione per cui anche la Spagna può,
Ha precisamente visto la bomba atomica? I
competenti, e specialmente quei competenti che la bomba
atomica l'hanno fatta, decisamente lo escludono. Noi
non possiamo che elencare dei fatti e dei dati, che
riguardano Majorana e la storia della fissione nucleare,
da cui vien fuori un quadro inquietante. Per noi
incompetenti, per noi profani.
Nel 1931, Irène Curie e Fréderic Joliot come un
effetto Compton sui protoni avevano interpretato
i risultati di certi loro esperimenti. Leggendo questa
loro interpretazione, Majorana aveva detto subito
concorde la testimonianza di Segrè e di Amaldi quello
che Chadwick il 17 febbraio del '32 scriveva in una
lettera alla rivista Nature. Solo che Chadwick, se il
titolo della lettera non ci inganna, proponeva la sua
interpretazione come possibile (Possible existence of a
neutron), mentre Majorana con sicurezza e ironia
aveva immediatamente detto: Che sciocchi, hanno
scoperto il protone neutro e non se ne sono accorti.
Nel 1932, sei mesi prima che Heisenberg
pubblicasse il suo lavoro sulle «forze di scambio», Majorana,
come abbiamo visto, aveva enunciato la stessa teoria
tra i colleghi dell'Istituto romano e respinto la loro
esortazione a pubblicarla. Quando Heisenberg la
pubblica, il suo commento è che aveva detto tutto quel che
si poteva dire sull'argomento e probabilmente anche
troppo. Un «troppo» scientifico o un «troppo»
diciamo morale?
Nel 1937 Majorana pubblica una Teoria
simmetrica dell'elettrone e del positrone che, ci par di capire,
non è entrata in esatta circolazione se non dopo
vent'anni, con la scoperta di Lee e Yang delle elementary
particles and weak interaction.
Questi tre dati mostrano una profondità e prontezza
di intuizione, una sicurezza di metodo, una vastità di
mezzi e una capacità di rapidamente selezionarli, che
non gli avrebbero precluso di capire quel che altri non
capiva, di vedere quel che altri non vedeva e
insomma di anticipare, se non sul piano delle ricerche e dei
Se il giudizio di Fermi è stato esattamente riportato,
è evidente una dimenticanza: un genio come Galileo e
Newton in quel momento c'era nel mondo, ed era
Einstein. Comunque, Majorana era secondo Fermi un
genio. E perché dunque non avrebbe potuto vedere o
intuire quel che gli scienziati di terzo, secondo e primo
rango ancora non vedevano o non intuivano?
Peraltro, già nel 1921, parlando delle ricerche atomiche di
Rutherford, un fisico tedesco aveva avvertito:
Viviamo su un'isola di fulmicotone; ma aggiungeva che,
grazie a Dio, ancora non avevano trovato il
fiammifero per accenderla (è evidente che non gli passava per
la testa di non accendere il fiammifero, una volta
trovato). Perché quindici anni dopo un genio della fisica,
trovandosi di fronte alla virtuale, anche se non
È storia ormai a tutti nota che Fermi e i suoi
collaboratori ottennero senza accorgersene la fissione
(allora scissione) del nucleo di uranio nel 1934 Ne ebbe
il sospetto Ida Noddack: ma né Fermi né altri fisici
presero sul serio le sue affermazioni se non quattro
anni dopo, alla fine del 1938. Poteva benissimo averle
prese sul serio Ettore Majorana, aver visto quello che
i fisici dell'Istituto romano non riuscivano a vedere.
E tanto piú che Segrè parla di «cecità». La ragione
della nostra cecità non è chiara nemmeno oggi, dice.
Ed è forse disposto a considerarla come
provvidenziale, se quella loro cecità impedí a Hitler e Mussolini di
avere l'atomica.
Non altrettanto - ed è sempre così per le cose
provvidenziali - sarebbero stati disposti a considerarla gli
abitanti di Hiroshima e di Nagasaki.
La turpe cospirazione del bestiale Caliban contro la
vita, mi è passata di mente. Una breve parola - mia,
la mia vita - è volata via dalla battuta di Prospero: e
così ce la ripetiamo andando dietro al padre certosino
che guida la nostra visita a questo antico convento. È
un olandese. Ha la nostra stessa età. Alto, magro.
Appoggiandosi a un lungo e rozzo bastone, di quelli dei
pastori e degli eremiti, cammina trascinandosi
dolorosamente un piede grosso di bendature. Parla
meccanicamente della storia dell'ordine, della storia del
convento: ma di tanto in tanto si volta e, indugiando su
una frase, su una parola, ci guarda fissamente di uno
sguardo chiaro in cui trascorre però una luce di
diffidenza, di ironia. È come se indovinasse le domande
che vorremmo fare. E le previene: disarmato,
disarmante. Nella storia dell'ordine, dice, non ci sono
glorie letterarie o scientifiche; la sola cosa degna di nota
che abbia fatto un certosino, in questo convento, è la
copiatura di un'antica cronaca.
Ma dal momento in cui siamo arrivati in questa
specie di cittadella tra i boschi, ogni nostra ansietà e
curiosità è caduta. La frase di Prospero batte nella
memoria come tra nude pareti: La turpe cospirazione del
bestiale Caliban contro la vita, mi è passata di mente. A
Ecco: abbiamo fatto questo viaggio, siamo entrati
in questa cittadella dei certosini, per seguire una
sottile, inquietante traccia di Ettore Majorana. Una sera,
a Palermo, parlavamo della sua misteriosa scomparsa
con Vittorio Nisticò, direttore del giornale L'ora.
Improvvisamente, Nisticò ebbe un preciso ricordo:
giovanissimo, negli anni della guerra o dell'immediato
dopoguerra, insomma intorno al 1945, aveva visitato,
in compagnia di un amico, un convento certosino; e
ad un certo punto della visita, da un «fratello» (i
«fratelli» sono piú nel mondo che i «padri»: fanno quella
vita attiva che ai «padri» consente di far vita
contemplativa, le ore che i «padri» passano nello studio e
nelle letture spirituali loro le passano a cucinare e a
coltivar l'orto, frequentemente escono, liberamente
trattano con la gente di fuori), avevano avuto la
confidenza che nel convento, tra i «padri», si trovava un
grande scienziato.
Ad aver conferma della giustezza del ricordo, subito
telefonò all'amico che l'aveva accompagnato in quella
visita. L'amico confermò, precisando che il «fratello»
da cui avevano avuto quella confidenza era nipote
dello scrittore Nicola Misasi. Ma l'essere Nisticò
giornalista gli fece presumere che cercasse qualcosa di piú
attuale, qualcosa di cui piú recentemente si era
parlato, che non la traccia di quello scienziato di cui
trent'anni prima aveva loro parlato il nipote di Misasi. E
aggiunse perciò che si diceva sí, ma cosa certa non era,
una voce, una diceria, che nel convento, in quel
convento, fosse stato o ancora si trovasse uno dell'
Savinio¹ si diceva certo che le rovine di Troia
fossero quelle scoperte da Schliemann, per il fatto che
durante la prima guerra mondiale il cacciatorpediniere
inglese Agamennon le aveva cannoneggiate. Se l'ira
non ancora sopita di Agamennone non li avesse
animati, perché mai quei cannoni avrebbero sparato su
delle rovine in una landa? I nomi, non che un destino,
sono le cose stesse.
Assurdo e mistero in tutto, Giacinta: dice il poeta
José Moreno Villa². In tutto è invece «razionale»
¹ Alberto Savinio: il piú grande scrittore italiano tra le due
guerre (fratello - si chiamava Andrea De Chirico - del piú grande
pittore italiano di quel periodo e oltre). Ma chi conosce i suoi libri,
in Italia, nonostante la volenterosa ristampa che in questi anni di
due o tre se ne è fatta? Lo stesso Savinio, parlando qualche volta
di lettori mediocri o imbecilli, diceva: ma esistono tra i lettori di
Savinio i mediocri o gli imbecilli? Non una domanda, ma un'
affermazione: era certo che non ne esistessero. Ma ora,
spaventosamente cresciuto il numero dei mediocri, e ancor piú quello degli
imbecilli, crediamo si sia assottigliato, fino a diventar sparuto, il numero
- potenziale o in atto - dei lettori di Savinio. Speriamo che la
traduzione delle sue opere in francese, la cui pubblicazione è
cominciata quest'anno presso Gallimard, gli faccia guadagnare fuori
d'Italia quei lettori che in Italia, non che aumentare, gli vengono meno.
² Tanto per continuare al modo di Savinio: questo verso, che
resta indelebile nella memoria, grazie a quel nome femminile da
noi poco consueto anche se Capuana ne fece il titolo di un romanzo
niente male (José Moreno Villa dà a Jacinta l'attributo di
«peliculera» - parola intraducibile se non con le espressioni patita del
cinema, invasata del cinema e dei suoi miti, aspirante a far del
cinema; ma che Montale, per esigenza di verso, traduce in
«fotogenica»); questo verso potrebbe riassumere tutta la poesia di Moreno
Villa, se si facesse quel gioco cretino che tra futurismo e
frammentismo qualcuno ha fatto sulla poesia italiana: un verso che sia tutto
Ma ora, dietro al certosino che ci guida per corridoi,
scale e celle, non abbiamo voglia di far domande, di
verificare. Ci sentiamo coinvolti, tenuti all'osservanza
E siamo al cimitero: trenta tumuli di terra rossastra
foggiati come coperchi di sarcofagi, una croce di legno
nero su ogni tumulo. Senza nomi. Ogni «padre» o
«fratello» che muore viene posto. accanto ad un altro:
nell'ordine dell'ultimo che raggiunge il piú antico. Sul
terzo tumulo da sinistra ci sono .dei fiori: vi è stato
sepolto il priore che è morto qualche mese fa. Il
prossimo che morirà, andrà nel quarto: accanto ad uno
morto piú di trent'anni fa.
Una inviolabile pace è tra quelle croci nere. Ci
sentiamo in pace anche noi.
Sulla soglia, salutandoci, il certosino domanda: Ho
dato risposta a tutti i vostri quesiti? Dice proprio
cosi: quesiti. Nell'incertezza del suo italiano o nella
certezza del suo latino?
Ne abbiamo posti pochi, lui ne ha indovinati molti
ed elusi. Ma rispondiamo che sí.
Ed è vero.