![]() |
G.I.R.C.S.E. |
![]() |
![]()
Dopo l'8 settembre 1943, il filosofo Giovanni Gentile (docente universitario, già ministro della Pubblica Istruzione dal 1922 al 1924, legò il suo nome alla riforma scolastica, iscritto al partito fascista dal 1923 gli diede un programma ideologico e culturale prospettando il fascismo come rigenerazione morale e religiosa degli italiani collegandolo direttamente al Risorgimento, dal 1925 direttore de l'Enciclopedia Italiana) si ritirò in una villa alla periferia di Firenze, sulla Via del Salviatino, sotto i declivi delle colline di Fiesole e Settignano, riorganizzando da lí, il disorientamento delle forze politiche creatosi nei quarantacinque giorni del governo badogliano dopo il colpo di Stato del 25 luglio 1943.
Col trasferimento dell'Accademia d'Italia da Roma, dove sorse nel 1926 con l'obbiettivo di contrapporre un nuovo organo ufficiale di cultura alle accademie esistenti (cominciò la sua attività solo nel 1929 dopo la nomina governativa dei primi trenta membri al fine di promuovere nei settori scientifico e artistico un movimento di rivalutazione nazionale), a Firenze, il ministro Biggini caldeggiò al Duce la nomina di Gentile a presidente della prestigiosa Istituzione, allo scopo di schierare col fascismo repubblicano figure significative che dessero al nuovo regime un decoro culturale. Accettando la nomina a presidente dell'Accademia d'Italia, Gentile si persuase di aver "fatto molto bene al paese", cosí scrisse alla figlia descrivendole il commoventissimo" colloquio avuto con Mussolini.
Il 22 novembre 1943 i quotidiani annunciarono che "il Duce, Capo dello Stato, con decreto in corso di registrazione, ha nominato Accademico d'Italia il prof. Giovanni Gentile. Con altro provvedimento il Duce ha nominato l'Eccellenza il Prof. Giovanni Gentile presidente dell'Accademia d'Italia". Da quel giorno, tutti i giornali pubblicarono la biografia del filosofo, con frequenti riferimenti alla sua fedeltà al fascismo. Il 26 novembre 1943 Gentile scrisse a Mussolini: "Sono certo che vorrete procedere francamente ad usare l'autorità che avete per avviare la Repubblica al suo stabile assetto e verso la pacificazione degli animi".
Il neo presidente dell'Accademia d'Italia espresse il proprio programma al quotidiano fiorentino La Nazione del 10 dicembre 1943, sotto forma di intervista: "Dobbiamo cercare e valorizzare tutto ciò che faciliti e affretti la conciliazione e l'unione degli animi: e l'arte e la cultura sono indubbiamente i mezzi idonei ed efficaci per conseguire un tale scopo". Poi, l'intervistatore prosegue: "Giovanni Gentile, verso il quale si avventano di quando in quando gli strali di chi vuoi dipingerlo come tiepido, un incostante o uno scettico, ama Mussolini con la virile consapevolezza del pensatore". Anche il nuovo direttore del Corriere della Sera, Ermanno Amicucci, nel fargli gli auguri per la nomina, gli scrisse: "Conto di ricevere presto un vostro articolo: e poi di riceverne regolarmente almeno un paio al mese".
Non appena la notizia della sua nomina fu diffusa da Radio Roma, da Radio Londra partirono immediati e sistematici attacchi a Gentile. A Firenze, egli assunse anche la direzione della Nuova Antologia (rivista prestigiosissima di lettere, arti e scienze, fondata nel 1866, erede nel titolo della gloriosa Antologia di Vieusseux e Capponi), che divenne l'organo dell'Accademia d'Italia, chiedendo a Mezzasoma l'autorizzazione a servirsi "anche di collaboratori non fascisti, purché sinceramente e lealmente italiani".
Intanto, nel dicembre di quell'anno 1943 si sviluppò la lotta armata antifascista, auspicata da Togliatti e da Longo, manifestatasi sia con la presenza di bande armate nelle zone di montagna che attraverso attentati miranti a rendere insicure le città. La reazione contro questo nuovo tipo di "banditismo" fu la repressione che, spesso, si manifestò anche "violentemente"! Il 24 dicembre i giornali italiani annunciarono la costituzione dei "Tribunali provinciali, straordinari". Gentile pensò allora di intervenire sul Corriere della Sera per riaffermare tempestivamente e pubblicante quanto aveva manifestato a Mussolini nella lettera di accettazione alla presidenza dell'Accademia d'Italia: "avviare la Repubblica verso la pacificazione degli animi".
Il 28 dicembre 1943 il quotidiano milanese pubblicò con notevole risalto l'articolo titolato Ricostruire, dove il filosofo condensò il concetto che il "popolo sano" è "pronto all'appello dei suoi morti". L'istigazione gentiliana fu alla "concordia degli animi", al "rinvio di tutto quello che può dividere", alla "cessazione delle lotte". L'imperativo del momento, chiarissimo nel titolo, è "Colpire il meno possibile ; andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia... Non insistere sempre sui tradimenti... Non perseguitare pel gusto di una giustizia che si compia anche a danno del paese". Concluse lo scritto distinguendo tra "patria" e "partito", col quale, si precisò "si può per mille motivi accidentali non essere d'accordo". Concetti similari. Gentile li sviluppò nell'editoriale del 1 gennaio 1944 scritto per la Nuova Antologia titolato Ripresa, affine per molti versi all'intervista de La Nazione.
Gentile fu subito ridicolizzato dagli avversari per aver lanciato in piena guerra civile "un caldo commovente appello alla concordia nazionale, alla indulgenza verso i passati trascorsi, all'oblio delle colpe di chiunque e da qualunque parte commesse", alla "idilliaca fusione di tutti gli spiriti e di tutti i cuori". L'indomito intellettuale, il 16 gennaio 1944 scrisse ancora : "io credo utile un appello alla mobilitazione degli animi, alla concordia possibile, per carità di patria, per la salvezza di tutti". Attacchi durissimi vennero anche da Londra, respingendo senza riserve la ventilata "pacificazione".
Sempre da Londra fu messo in evidenza che una voce conciliante che si levasse dal campo "repubblichino" non era credibile. Radio Londra denunciò la "disinvolta polivalenza della dialettica di Gentile" : un tempo "egli ha difeso il liberalismo in nome della dialettica; poi ha difeso il terrore fascista in nome della dialettica, e ora difende la tolleranza sempre in nome della dialettica. E' noto il filosofema del manganello - proseguivano da Londra - a cui Gentile legò il suo nome quando i manganelli spaccavano il cranio degli operai disarmati a che ha avuto il suo epilogo nelle esecuzioni di Verona". Ora Gentile "ricorda ai fascisti che non bisogna ricorrere alla violenza e che c'è una solidarietà umana superiore ai conflitti". Ma di un filosofo cosí volubile non c'è motivo di fidarsi : "la dialettica in mano a Gentile è diventata una ciabatta per qualunque piede, o, come disse Croce, un grimaldello da ladro che apre tutte le porte. Per questo - concluse Radio Londra - il popolo italiano e in particolare la classe lavoratrice non accettano niente dalla bocca del signor Gentile e dei suoi vari discepoli socialisteggianti e comunisteggianti tipo Spirito e simili. Qualunque cosa dicano, questi Pulcinella della filosofia hanno sempre torto".
Intanto l'incolumità di Gentile sul piano personale divenne piú rischiosa. Sintomatico di una situazione estremamente tesa fu il modo in cui La Gazzetta del Mezzogiorno (quotidiano strettamente controllato dagli angloamericani) inquadrò e divulgò la notizia, diffusa il 9 gennaio 1944, di una aggressione contro Gentile da parte di studenti romani. Il fatto di cronaca fu pubblicato nella rubrica Lotta di liberazione e cosí presentato: "La giusta pena attende i traditori della patria. A Roma un gruppo di studenti ha bastonato il prof. Giovanni Gentile, asservito ai Tedeschi". Anche Concetto Marchesi replicò dalla Svizzera all'appello di Gentile, scrivendo sulla Libera Stampa di Lugano, il 24 febbraio 1944, un articolo titolato Rinascita fascista e concordia di animo, dove fra l'altro attaccò il collega, chiamando ironicamente : "nuovo gran maestro della cultura e della intellettualità italiana". Lo stesso, articolo di Marchesi, col solito titolo, apparve un mese piú tardi sull'organo clandestino del C.L.N. veneto Fratelli d'Italia, da cui trascriviamo:
"Con chi debbono accordarsi, ora, i cittadini d'Italia? Coi tribunali speciali della repubblica fascista o coi comandi delle SS germaniche? Fascismo è l'ibrido mostruoso che ha raccolto nelle forme piú deliranti di criminalità i deliri della reazione, è lo stagno dove hanno confluito i rifiuti e le corruttele di tutti i partiti. E ora da questa broda immonda della paura e della follia si ardisce tendere le braccia per una concordia di animi? Concordia e unità dí cuori è congiunzione di fede e di opere, è reciprocanza d'amore ; non è residenza inerte e fangosa di delitti e di smemorataggini. Quanti oggi invitano alla concordia, invitano a una tregua che dia temporaneo riposo alla guerra dell'uomo contro l'uomo. No: è bene che la guerra continui, se è destino che sia combattuta".
La diatriba e la polemica antigentiliana si espanse inesorabilmente su tutto il territorio nazionale, specialmente sulla stampa clandestina e antifascista fiorentina poiché proprio a Firenze viveva Gentile. A fine marzo, pochi giorni prima dell'attentato, La Nostra Lotta, organo principale del P.C.I. nell'Italia repubblicana, scrisse : "Quanti oggi invitano alla concordia, sono compiici degli assassini nazisti e fascisti; quanti invitano oggi alla tregua vogliono disarmane i Patrioti e rifocillare gli assassini nazisti e fascisti perché indisturbati consumino i loro crimini. La spada non va riposta finché l'ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l'ultimo traditore fascista non sia sterminato. Per i manutengoli del Tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: MORTE!". Precedentemente, sempre su altri fogli comunisti, erano apparsi ulteriori articoli di condanna del fascismo, come ad esempio su Fratelli d'Italia che scrisse, avvallando il "decreto" delle Brigate Garibaldi al Governo del C.L.N. per la liquidazione di Gentile : "Tutti gli appartenenti al Partito fascista repubblicano, alla Milizia volontaria sicurezza nazionale o a qualsiasi altra organizzazione fascista, per il semplice fatto di questa appartenenza; come anche tutti quelli che dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania abbiano collaborato nel campo militare, economico, amministrativo col nemico fascista e nazista SONO DICHIARATI TRADITORI DELLA PATRIA".
Poi, l'articolista proseguendo dispose che: "Tutti gli indicati nell'articolo precedente che, nelle organizzazioni del Partito fascista repubblicano o nell'opera di collaborazione coi Tedeschi, abbiano dimostrato particolare iniziativa ed attività, o comunque abbiano svolto opera di direzione, sono condannati a morte". Infine, l'estensore dell' articolo, per il territorio occupato dai Tedeschi, incaricò direttamente i partigiani di attuare, "senza nessuna formalità, la disposizione precedente "provvedendo alla soppressione dei nemici della Patria".
Gentile fu denunciato e accusato per complicità con gli "assassini" in conformità agli orientamenti di lotta e allo stato d'animo della clandestinità. Secondo i comunisti, in questi mesi fu necessario ricorrere ad un "lustrale bagno di sangue" come indispensabile purificazione in vista della nascita di una nuova Italia non piú fascista! Le "colpe" e i "delitti", i "crimini" (fra virgolette) di Giovanni Gentile, furono individuate dai nemici del filosofo nei suoi ultimi tre interventi di fine anno 1943: in Ricostruire pubblicato il 28 dicembre 1943 sul Corriere della Sera, ebbe come principale finalità l'allargamento del consenso interno alla neonata Repubblica Sociale Italiana, da perseguirsi con l'invocazione insistente della "concordia degli animi". Lo stesso concetto fu chiaramente espresso anche nell'editoriale della Nuova Antologia del 1 gennaio 1944: "La sciagura infinita d'oggi non è nell'invasione straniera e la devastazione delle nostre città e la strage delle nostre famiglie", scrisse Gentile, ma "è nell'animo nostro, nella discordia che ci dilania". Da questo pensiero derivò l'appello alla cultura "come strumento di fusione degli spiriti", idea, già presente nella mente del filosofo ed esternata nell'intervista a La Nazione il 10 dicembre 1943. Il tema, tornato in evidenza, fu trattato dalla nuova rivista del fascismo fiorentino Italia e Civiltà, che scrisse: "Devono cessare le lotte inteme, le persecuzioni, le recriminazioni maledette, che intorbidano e dividono gli animi. Colpire inesorabilmente la pervicacia dei riottosi irriducibili, ma andare incontro agli incerti, agli irresoluti, non chiedendo ad essi nulla piú del necessario a questa pacificazione degli animi e alla fusione degli spiriti". Ancora una replica sul Corriere della Sera del 16 gennaio 1944 concluse con "l'appello alla smobilitazione degli animi, alla concardia possibile". La campagna fu efficace, la linea "moderata" di Gentile rischiò di isolare le minoranze armate passate alla lotta antifascista. Giovanni Gentile fu avversario pericoloso per tutti coloro che si opposero al fascismo e quindi doveva morire!
I comunisti non sopportarono piú l'ossessivo appello, ricorrente in tutti gli scritti gentiliani di questo periodo, che invitava ad "abbandonare le recriminazioni". Contrariamente a quanto Gentile loro predicava, rifiutarono respingendo la "concordia degli animi" ed esaltarono la guerriglia urbana, firmando cosí indissolubilmente la condanna a morte del filosofo mussoliniano. "Oltre il male c'è il bene" scrisse Gentile, ma ciò non fu l'intendimento di Pietro Secchia che, convintissimo, considerò gli attentati "alle truppe di occupazione nazifascista" giusti e legittimi, come forma di lotta di liberazione, perché "giusto è il disegno che l'attentatore persegue" ... "Quella dei GAP era la forma piú valida di lotta armata che si potesse portare nel cuore delle città occupate". Le inevitabili rappresaglie da parte fascista dovevano rendere odiosi gli occupanti alle popolazioni!
Giovanni Gentile non dispose mai di una scorta armata e, come attestò il figlio Benedetto, "Gli accadeva quasi quotidianamente di recarsi alla Provincia, perché venissero rilasciate persone arrestate per sospetti politici". Il destino del mussoliniano intellettuale fascista fu segnato il 19 marzo 1944, dalle parole che pronunciò alla riapertura delle attività dell'Accademia d'Italia da lui presieduta. "L'articolo in prima pagina, pubblicato con grande risalto dal Corriere della Sera fu cosí titolato : L'Accademia d'Italia riprende la sua attività. Un discorso di Giovanni Gentile, che fra l'altro, profeticamente disse, intuendo o prevedendo la sua imminente fine: "Siamo pronti a morire per questa Italia perché senza di essa non sapremmo che farcene dei rottami del naufragio. Perciò l'Accademia intende sopravvivere all'onta dell'8 settembre e vivere per l'Italia per insegnare ad onorare i grandi morti che sono e saranno sempre vivi".
A Firenze intanto, il 22 marzo 1944, a distanza di appena tre giorni dopo la cerimonia accademica, si verificò la fucilazione al Campo di Marte di cinque renitenti alla leva, condannati per direttissima dal tribunale militare straordinario, insediato dal generale Adami Rossi e presieduto dal generale Berti. Il 24 marzo 1944 i comunisti diffusero un breve volantino che risuonò come una sentenza di condanna e di morte, che recitò: "I giovani patrioti fiorentini giurano che questi giovani innocenti saranno vendicati. Essi avvertono tutti i responsabili, mandanti ed esecutori, che la vendetta ricadrà inesorabilmente su loro e sulle loro famiglie". Nei primi giorni del mese di aprile, ai gappisti fiorentini fu affidato il compito di giustiziare Giovanni Gentile, il "filosofo del fascismo", che recentemente "aveva riaperto a Firenze l'Accademia della pseudo repubblica sociale, pronunciandovi un discorso di circostanza". La condanna a morte fu inesorabile e gravò sulla sua testa a far tempo "dal primo giorno del suo tradimento".
Con quale coraggio o faccia tosta, gli antifascisti dell'ultima ora, noti per aver incensato il regime, partecipato ai littoriali, indossato la camicia nera, accusarono il Gentile di tradimento facendo di lui il capro espiatorio al solo scopo di allontanare dalle proprie persone le loro gravissime responsabilità. Per venti anni, questi pseudo intellettuali, democratici, liberali, socialisti e quant'altro, avevano usufruito dello stipendio dello Stato fascista e ora che gli avvenimenti della storia si mettevano al peggio, questi emblemi della "democrazia e della libertà" abbandonavano le Università e le Scuole al solo egoistico scopo di far dimenticare la loro complicità morale col passato regime. Gentile, invece, al contrario di tutti questi pusillanimi, restò con tutto il peso della sua cultura, della sua autorità morale, restò - ripeto - accanto a Mussolini e, novello Farinata, "lo difese a viso aperto!", fino a giungere all'estremo sacrificio della vita. Ma ormai il "dado era tratto" e l'incarico di eseguire la condanna a morte se lo presero i gappisti comunisti di Firenze.
Come già detto, Gentile abitava in una villa al Salviatino. Aveva l'abitudine di rientrare a casa senza scorta in un auto, guidata da un semplice autista. Il 15 aprile 1944, cinque uomini erano in agguato al cancello della sua residenza. Verso le ore 13, come di consueto, l'auto di Giovanni Gentile arrivò a casa. L'autista rallentò per dar modo al portiere di aprire il cancello. I criminali si avvicinarono alla macchina, si accertarono che fosse proprio lui, estrassero le pistole e lo assassinarono, ammazzandolo all'istante.
Fonte: ORIENTAMENTI di Nicola Cospinto - ANNO II N.3/4 Giugno/Agosto 1999
![]()
Pagina realizzata da Chiara Colombo